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sabato 15 maggio 2010

C'e' vita dopo Facebook ?

Trascrivo qui il commento alla nota su VeniceSession, che sostanzialmente porta l'attenzione sull'articolo "Is There Life After Facebook?", uscito sul blog del NY Times:

Certamente Facebook ha saputo conquistare una grossa (grossissima) fetta del mercato, evidentemente per meriti obiettivi, che consistono soprattutto nella semplicita' di accesso e nel proporsi come piattaforma aperta all'integrazione di servizi di terze parti (apps). Quest'ultimo aspetto, in cui Facebook e' stata uno dei pionieri e oggi sta diventando un approccio molto diffuso e driver di successo, ha permesso di catturare l'attenzione di una moltitudine di sviluppatori e contemporaneamente ha permesso di estendere i servizi e in particolare l'"esperienza d'uso" di Facebook, e quindi il numero di utenti.

D'altra parte la filosofia di Facebook non e' mai stata caratterizzata dall'apertura, e non sorprende che prioritariamente guardi a Microsoft come partner strategico, e a Google come concorrente numero uno. Ora che la posizione dominante acquisita apre a scenari in cui diventano piu' chiari i rischi, in modo particolare sulla privacy, e non solo i vantaggi, non sorprende la reazione di buona parte degli utenti, e il proliferare di articoli come questo in oggetto.

Purtroppo (come per la suite Office di Microsoft), e' ancora molto comodo approfittare di questo "standard de facto" e soprattutto della diffusione di Facebook (400 milioni di utenti nel mondo sono un vantaggio competitivo incolmabile, e quindi un fattore di lock in per gli attuali iscritti), soprattutto se si parla di social network, dove vale chiaramente la regola che "si va dove sono le persone". E d'altra parte il facebook-killer non potra' essere che una piattaforma veramente opensource (com'e' stato OpenOffice per MS Office), la cui caratteristica sara' nell'offrire una "reale apertura" a livello architetturale, pur mantenendo un modello funzionale e soprattutto esperienziale, molto simile a facebook, per consentire al maggior numero di utenti di non avere difficolta' a migrare abbandonando Facebook. E dunque qui sta il punto: OpenFacebook ancora non si vede all'orizzonte (anche se qualcuno l'idea l'ha avuta e ha incominciato a lavorarci: quelli di Diaspora e non solo).

Piu' in dettaglio, qui c'e' una lista di consigli per chi si appresta a progettare il facebook-killer:
1) non preoccuparsi solo degli aspetti architetturali, ma rendere chiaro all'utente in che modo la nuova soluzione sara' altrettanto semplice, e pero' piu' "aperta" nel controllo dei dati personali
2) cio' non di meno, la piattaforma pone questioni non banali, come per esempio l'utilizzo di un cloud di server e la questione del decadimento delle performance se il "grafo" dei contatti va ricostruito di volta in volta (ad esempio alla richiesta di un aggiornamento delle news) a partire dai server su cui e' distribuito
3) fare tesoro di studi e ricerche gia' svolte, principalmente in ambito accademico, come il lavoro di Danah Boyd (“Making Sense of Privacy and Publicity” e “Privacy and Publicity in the Context of Big Data”) e Helen Nissenbaum, che parla di “contextual integrity” (concetto ripreso e sviluppato da Michael Zimmer, Fred Stutzman e Kaliya Hamlin.
4) provare a rispondere ad un bisogno di essere connessi che nella realta' e' molto piu' sofisticato di quanto finora permesso dai social network di prima generazione (in cui o si e' amici, o no, e o si pubblica per il network, o si mandano messaggi in privato) e che spesso richiede di gestire "diverse identita'" senza pero' arrivare ad attivare differenti account
5) predisporre un sistema di controllo dell'accesso ai propri dati che sia si, efficace e corrispondente alle attese dal punto di vista della privacy, ma che al tempo stesso sia semplice da utilizzare, e non tarato sulla sensibilita' e capacita' di un amministratore senior di un ufficio tecnico aziendale
6) tentare di dare finalmente una risposta al problema dell'overload delle informazioni, consentendo quindi di filtrare opportunamente l'enorme quantita' di contenuti che vengono condivisi nei social network, e ponendo quindi a priorita' piu' bassa il piacere di sedersi in riva ad un fiume in piena di messaggi da tutto il network
7) invece che combattere Facebook frontalmente, cercare di approfittare delle possibilita', anche se scarse, di esportare dati da Facebook, tenendo conto che questa possibilita' e' vincolata al fatto che si possono accedere dati di amici, e solo se questi hanno scelto un particolare livello di privacy. Inoltre se e' vero che Facebook tende ad acquisire dall'esterno molti piu' dati di quanti non ne renda disponibili all'esterno, questo significa che si possono accedere direttamente le fonti che si usano per alimentare Facebook
8) per quanto siano svariati gli aspetti da affrontare nella progettazione di facebook-killer (vendita di servizi, pubblicita', privacy...), rimane fondamentale conquistare la fiducia degli utenti, che passa per una comunicazione trasparente e comprensibile. La semplicita' di utilizzo e' cruciale, ed e' uno dei principali fattori di successo di Facebook.
(E in ultimo, trovate un nome serio, possibilmente)

sabato 27 febbraio 2010

Google Video vs Vividown: vecchi diritti, nuovo diritto /2

[Segue da qui]

Col terzo punto entriamo invece in una dimensione nuova, tipica dell'ecosistema allargato (internet che "aumenta" il nostro tradizionale mondo reale e virtuale). La questione che si pone qui e' (stata sempre) cruciale per internet, il suo potenziale, il suo sviluppo.

Le motivazioni della sentenza non sono ancora state pubblicate, ma un parere "pro veritate" si. La legge italiana, leggo con fatica, si concentra su una "posizione di garanzia", e sarebbe proprio questa "lacuna di garanzia" che viene imputata ai manager Google, dal momento che l' "omesso impedimento a causare" e' assimilato al "causare" stesso. Inoltre la sentenza ha tenuto conto che

clipped from vividown.org
  • che il soggetto destinatario dell'obbligo di attivarsi avesse la cosiddetta signoria sul fatto, cioe' il potere di attivarsi per impedire l'evento lesivo;
  • che si dimostri che l'azione doverosa avrebbe impedito l'evento con una probabilita' vicina alla certezza;
  • che il soggetto destinatario dell'obbligo di attivarsi fosse in dolo (diretto o eventuale) rispetto all'evento lesivo.
blog it

E soprattutto e' stato anche fornito un decisivo parere tecnico che ha inchiodato i manager alle proprie responsabilita', sostenendo che

clipped from vividown.org
Tali regole di compliance devono essere tali da filtrare e impedire l'accesso alla rete dei (o, almeno, da disporre le discipline idonee a togliere immediatamente i) video offensivi.
La fattibilita' dell'azione di controllo mi pare, poi, confermata dalla consulenza tecnica del dott. Battiato la' dove attesta la sussistenza di strumenti tecnici in grado di automatizzare il processo di analisi, e di "inferire informazioni rispetto ad un certo numero di classi semantiche".
blog it

Dunque, secondo la legge italiana, i manager Google, essendo nella posizione di garanzia, hanno omesso il doveroso impedimento, che pure era tecnicamente possibile e di sicura efficacia. In neretto sono le due questioni critiche: la prima (la posizione di garanzia) non trova corrispondenza nel diritto americano, e la seconda e' una questione di fattibilita' tecnica che la legge italiana prenderebbe in considerazione, ma che risulta sormontabile secondo il tecnico della parte offesa (di cui mi piacerebbe sapere di piu').

Dunque, contrariamente a quanto sintetizzato, non mi sembra che la questione sia l'equilibrio tra privacy e liberta' di espressione; ne' tanto meno mi sembra che sia una questione esclusivamente di liberta' di espressione, da affrontare con liste di proscrizione e/o paradisi ai confini del mondo: a me sembra una questione di responsabilita' sui contenuti di quanto espresso liberamente.

Anzi dal momento che siamo tutti d'accordo che liberta' non vuol dire assenza di resposanbilita', direi che la vera questione qui e' la corresponsabilita' del gestore della piattaforma di pubblicazione, nei contenuti liberamente espressi. Cio' non toglie naturalmente che si ponga anche una delicata questione sulla privacy, in merito ad altri episodi, al quale rimando ad altre note. Dunque, la questione e' proprio sulla corresponsabilita' del fornitore nell'uso dello strumento, che per altro non puo' essere considerato un mere conduit: francamente l'esempio dei produttori di coltelli, o dei ferrovieri, non sembrano pertinenti (e anche un po' qualunquisti), mentre quello delle armi da fuoco, si.

Ma qui siamo anche di fronte ad una tipica questione ecosistemica. Se fossero coinvolti solo singoli individui (colui che pubblica contenuti abusivi, e colui che lo consente) probabilmente la questione non presenterebbe aspetti di novita'. Invece acquista rilevanza e complessita' proprio perche' l'insieme di tutti gli UGC e' un bene comune di valore riconosciuto elevatissimo da tutti, e un approccio quale quello assunto dalla giurisprudenza italiana causerebbe un ostacolo pesante, applicabile estesamente, probabilmente un duro colpo alla loro diffusione.

La fattibilita' tecnica di un chirurgico filtraggio "semantico" (tutta da dimostrare pero', checche' ne dica il consulente tecnico di parte, e anche Stefano Quintarelli) potrebbe costituire veramente la soluzione del problema, mettendo le aziende proprietarie delle piattaforme nella effettiva posizione (di garanzia) di poter valutare (automaticamente) se i contenuti liberamente pubblicati siano o meno abusivi. L'automatismo e' un aspetto fondamentale perche' il controllo risulti, dall'altra parte, rapido ed obiettivo, senza limitazione significativa per tutti i contenuti leciti. Ma se una tale tecnologia fosse matura ed efficientemente applicabile, perche' mai non verrebbe applicata? Quale vantaggio ne ricaverebbe Google nella pubblicazione di un video di atti bullistici, se disponesse della tecnologia per filtrarli?

In mancanza di un'adeguata tecnologia, o quanto meno della sua applicazione, finora si e' andati avanti dando priorita' al valore del bene comune, mettendo la libera pubblicazione degli UGC, e il modello di condivisione di internet, davanti a casi significativi per singoli individui, e quindi sottovalutati. La stessa Unione Europea ha ribadito l'orientamento a riconoscere e tutelare questa risorsa comune, oltre che Google stessa ovviamente.

Finora si e' quindi ritenuto sufficiente ripiegare sulla richiesta al soggetto che pubblica, di una esplicita assunzione di responsabilita', manifestata confermando la conoscenza e accettazione dei vincoli di legge, e di senso comune direi. Si e' in sostanza aggirato il problema, deresponsabilizzando il gestore della piattaforma di pubblicazione: sia per praticita', dal momento che sarebbe obiettivamente paralizzato da quella stessa responsabilita'; ma anche in nome di un diversa concezione della responsabilita' individuale stessa. E Un po' come quando alla dogana americana ti chiedono di barrare la casella "Terrorista? Si, No", contando forse su un intimo credo protestante. Cose che ci fanno sorridere, noi di loro, e loro di noi.

Mancando la soluzione tecnica, e considerate le differenze culturali locali, la questione delle priorita' assume tutta la sua urgenza e criticita'. L'attuale approccio e' infatti solo in parte condivisibile. Un modello di sviluppo sostenibile per un ecosistema, presuppone che il valore dell'insieme non possa calpestare il valore dei singoli, come nemmeno viceversa.

Credo che la sentenza Google Video possa avere la meritevole conseguenza che siano investite maggiori risorse nello sviluppo di tecnologie che permettano di preservare questo delicato equilibrio tra interessi collettivi e individuali. Lo voglio considerare quindi come un momento in cui la prospettiva umanistica si riprende la centralita' della scena, difendendo le priorita' dell'Uomo e del suo ecosistema (di conoscenza), dalle ragioni dell'innovazione tecnologica fine a se' stessa, e da quelle economiche di qualche grande (se non grandissima) corporation. E non mi pare di essere l'unico con una tale sensibilita'. Forse non e' un caso che tutto questo polverone parta proprio da questa Italia, che nonostante quello che sappiamo, sorprende sempre, e qualche volta perfino in positivo.

Google Video vs Vividown: vecchi diritti, nuovo diritto /1

Dico la mia sulla sentenza del Google Video sul bambino down picchiato dai compagni di classe, un fatto di rilevanza epocale nella storia di internet, perche' ho avuto la sensazione che si siano persi dei pezzi, e soprattutto sia stata proposta una discutibile scala di priorita'. La questione riguarda (l'ordine e' intenzionale da parte mia):

1) Apologia e istigazione al razzismo (nei confronti di un 'diverso'), e piu' in generale alla violenza e al bullismo
2) Violazione della privacy (di un minorenne, di cui sono divulgati dati sensibili)
3) Responsabilita' del gestore dello strumento di comunicazione, e Liberta' di espressione e di generazione di contenuti da parte degli utenti (UGC)
[edit 28/2/10 9:00: 4) Convenienza nella divulgazione dei fatti a scopo di informazione ed educativo: di questo ne parlero' in un'altra nota]

Il primo punto per gravita', secondo me, non ha trovato abbastanza attenzione. Poco importa che il bambino fosse down o autistico: avrebbe potuto anche essere perfettamente sano, comunque era da solo contro tre! Nel video si calpestano i piu' comuni e universalmente riconosciuti diritti dell'Uomo di essere trattato con rispetto, in quanto tale. Di questo disgustoso delitto si dovrebbe parlare innanzi tutto, e dei ragazzi che si sono macchiati di una tale infamia, perfino convinti di poterne andare fieri, tanto da documentare il gesto pubblicamente. Dei danni sul piano psicologico che quel bambino riportera' per tutta la vita (che tra l'altro si aggiungono ad una serie di altri patimenti, non tutti imputabili a madre natura). Se vogliamo essere considerati una civilta' avanzata, cosa che e' continuamente messa in discussione, non ci sono rendite di posizione, di questo dovremmo riempire pagine e pagine di carta e digitali.

Su questo punto, le leggi ci sono gia', e prima ancora le Carte in Difesa dei Diritti dell'Uomo e costituenti il nostro Stato, ed e' a queste leggi che avrei voluto sentir fare i primi riferimenti, e invocare la loro attuazione. Strana usanza quella di pensare spesso a leggi nuove, lasciando inapplicate quelle gia' in essere: fa pensare che ci sia piu' attenzione alla "norma" stessa (e ai meccanismi del controllo del potere) che non al suo obiettivo, ovvero la giustizia.

clipped from repubblica.it
L'aggressione risale a un periodo a cavallo tra i mesi di maggio e giugno, poco prima della conclusione dell'anno scolastico. Il video, della durata di tre minuti, è stato messo on line ad agosto dalla ragazza che aveva partecipato all'aggressione. Nel filmato si vedono una decina di compagni di classe che stanno a guardare, mentre uno dei ragazzi indagati sferra qualche pugno e qualche calcio al compagno disabile, un altro è intento a riprendere la scena con la telecamera, un terzo che disegna il simbolo "SS" sulla lavagna e fa il saluto fascista. E l'impressione è che l'aggressione fosse premeditata.
Gran parte della classe intanto, seduta tra i banchi, schiamazza, tra l'annoiato e il divertito. Nessuno dei presenti si alza per difendere la vittima o per fermare chi lo deride.
blog it

Il tema da discutere innanzitutto e' la violenza nei confronti del piu' debole, la violenza nelle scuole, il bullismo e l'educazione di certi ragazzi 'difficili'. Quale occasione preziosa e' stata persa per discutere di questo, considerando anche che il problema non e' di facile soluzione, e che l'esperienza concreta e diretta puo' essere giocata sul piano educativo molto piu' di tanti discorsi teoricamente moralistici. Spostare il focus su Google e gli UGC ha reso un ottimo alibi ai ragazzi colpevoli di quel crimine, e tutti quelli che in animo sentono che potrebbero emularli, i quali probabilmente non hanno capito nemmeno adesso la gravita' della loro azione, e anzi potrebbero addirittura inorgoglirsi per il clamore sollevato.

Il secondo punto riguarda la privacy, in un modo molto piu' semplice di quanto spesso tocca considerare: qui infatti non si tratta di decidere quale tutela debba essere garantita nel rapporto tra colui che pubblica, e il gestore della piattaforma di pubblicazione. Qui c'e' di mezzo un terzo attore, e la violazione della "sua" privacy. La pubblicazione dell'immagine e di informazioni sensibili su terzi, specie se di minori, e' riconosciuto da tutti (buon senso comune) e dalla legge come reato, e conseguentemente il responsabile diretto si puo' e si deve punire senza bisogno di tante interpretazioni. Non facciamo dunque confusione, richiamando il complicato tema della privacy di chi decide per se' stesso: qui e' un gioco un tipo di privacy su cui c'e' poco da discutere.

Fin qua non c'era nulla di nuovo sotto il sole: vecchi diritti, vecchie norme. E il cronico problema di farle rispettare.

[continua qui]

venerdì 27 novembre 2009

La liberta' tra desiderio e paura

In questi giorni si sta discutendo, soprattutto in rete e in parlamento, rimbalzando sulla stampa, la decisione se rinnovare o meno il Decreto Pisanu, e ho notato che il dibattito e' spesso confuso ed ingiustamente animoso, anche se poi culmina in azioni concrete.

Ci sono fondamentalmente due aspetti di principio che sembrano in attrito tra loro:
  • l'anonimato e' garanzia di maggiore liberta' di espressione per gli utenti, e contro discriminazioni nell'accesso alla rete dettate da logiche di mercato e rendite di posizione
  • l'anonimato consente di trasmettere impunemente comunicazioni che mettono a rischio la sicurezza o che favoriscono frodi
D'altra parte, dall'esperienza di tutti i giorni, sappiamo che e' possibile partecipare in rete, conservando l'anonimato rispetto agli altri utenti. Questo deriva dal fatto che chi puo' conoscere la reale identita' degli utenti, di fatto non la rende nota agli utenti stessi. Lo chiamerei "anonimato a livello utente".

Questo e' gia' un elemento importante a favore della libera espressione, e di un accesso non condizionato da logiche di mercato: e' fuori di dubbio che l'anonimato favorisce manifestazioni di opinioni piu' spontanee (non solo quelle su temi "sensibili", ma chiaramente e' una possibile difesa della propria privacy) e dunque incentiva la partecipazione, sia nel privato che nelle relazioni "di business". In sostanza, partiamo gia' da una situazione che consente "un certo" anonimato, con evidenti vantaggi. Anzi e' difficilmente contestabile, che il successo di internet negli ultimi due decenni sia stato legato anche a questa sua fondamentale caratteristica. Perfino certi comportamenti al limite dell'illecito, e compiuti quindi nell'anonimato, portano anche un benefico effetto nell'innovazione di certi mercati, come per esempio quella della musica.

Ma benefici ancora maggiori in termini di liberta' di espressione, giustificano che si vada oltre all'anonimato a livello utente. Basta pensare ai fatti di Teheran (e cito solo il caso piu' ecclatante, ma di denunce in rete fatte a rischio della propria sicurezza la rete ne e' piena, e vengono dai piu' svariati angoli del mondo). Laddove il regime non e' democratico, e non si puo' avere fiducia in chi "governa", l'anonimato minimo sufficiente per assicurare una reale liberta' di espressione deve essere, a seconda della gravita', il piu' possibile "intrinseco" al sistema.

Paradossalmente, in un paese a governo democratico e veramente liberale, l'anonimato in rete potrebbe essere una questione poco rilevante, ma sappiamo bene che proprio nei paesi dove le liberta' sono limitate in generale, l'anonimato in rete diventa questione di vitale importanza. E nelle vie di mezzo? rimane ancora una questione delicata.

D'altra parte, che sia possibile utilizzare lo stesso anonimato anche per scopi discutibili (informazione distorta, calunnie, minacce) e illeciti piu' gravi (terrorismo, pedofilia, frodi), e' anche fuori discussione. Di tutto questo abbiamo numerosi esempi. Chi frequenta la rete assiduamente sa benissimo che il primo tipo di situazioni sono facilmente riconoscibili, e si possono quindi contenere tenendole nelle giusta scarsa considerazione. Ma bisogna anche considerare che la rete e' popolata da persone meno esperte e piu' facilmente condizionabili. La pedofilia e le frodi sono ancora molto ricorrenti, anche se sono notizia di tutti i giorni i successi ottenuti dalle polizie di tutto il mondo. Sul terrorismo non trovo notizie di rilievo se non poche volte in un anno, ma e' un dato di fatto che in europa gli attentati si sono ridotti a zero o quasi.

E' chiaro che per gravi ragioni di sicurezza, sia necessario non mantenere l'anonimato a livello di sistema.

E veniamo alla net neutrality. Con questo termine si fa riferimento ad un "modello di internet", in base al quale tutti i pacchetti di dati vengono trasferiti senza entrare nel merito dei contenuti, e dunque assicurando pari condizioni di esercizio per qualunque utente. Lo scopo della net neutrality e' quello di garantire la massima liberta' di espressione degli utenti e l'indipendenza di internet dalla concorrenza tra centri di potere politico ed economico. La net neutrality, anche se non e' definita in modo perfettamente condiviso, e' riconosciuta come l'attuale modello di internet, e infatti sono numerosi i movimenti di opinione e le azioni volte a difendere tale modello, e quindi a mantenerlo. La rete, per come la conosciamo noi, in occidente, e' neutrale.

Detto questo, e' evidente che anonimato e net neutrality sono due questioni fortemente intrecciate tra loro. E se non lo fossero, io penso che dovrebbero esserlo in futuro, anche senza arrivare a farne una questione ideologica. Quindi la net neutrality prescrive, o dovrebbe assicurare che sia preservata l'opzione di rimanere anonimi almeno "a livello utente" (in questo senso si parla di diritto all'anonimato).

Da tutto questo seguono alcune facili conclusioni (sulle quali invito comunque a tenere sempre accesa una discussione costruttiva ed istruttiva):
1) per ragioni di sicurezza e' sufficiente che non sia consentito l'anonimato a livello di sistema (ma il discorso andrebbe fatto tenendo conto del regime del paese in questione)
2) per ragioni di liberta' di espressione, e di indipendenza dalle posizioni dominanti nel mercato, e' sufficiente garantire l'anonimato per tutti gli utenti (compreso nei confronti di grandi gruppi di potere economico e politico)
3) e riassumendo, finche' non ci sono particolari problemi di sicurezza (nazionale e non), un certo livello di rischio deve essere sopportato considerando il beneficio che ne deriva sul piano della libera circolazione delle idee e della spinta all'innovazione allo sviluppo sociale ed economico.

Nonostante che l'anonimato in rete sia dunque una questione "fondamentale", e che si possa arrivare facilmente a chiare e semplici linee guida, credo condivisibilissime e condivise di fatto in maggioranza, spesso si leggono in rete considerazioni piuttosto confuse. Ecco alcuni punti dove e' piu' evidente la confusione:

1) La rete e' intrinsecamente "anonima".
Tecnicamente parlando, e' sempre possibile (?) rintracciare il terminale da dove e' partito un certo pacchetto di dati, ma nella pratica, questo dipende da una serie di fattori tecnici. Soprattutto non e' ancora sufficiente per l'identificazione della persona che operava su quel terminale: perche' sia ricostruita anche l'identita' della persona occorre che siano intrecciate le informazioni sul traffico con le informazioni sull'utente. Dunque e' falso dire che "la rete non e' anonima", mentre e' piu' esatto dire che la rete piu' i dati relativi agli accessi da parte degli utenti, permettono di escludere l'anonimato quasi sempre. Alla luce di quanto detto prima, questo aspetto non e' trascurabile. Il problema si sposta quindi dagli aspetti infrastrutturali alla gestione dei dati che permettono l'effettiva identificazione della persona che accede ad internet.

2) L'anonimato e' un problema da eliminare. La rete ha il problema che non e' controllabile.
Che questi siano solo dei problemi, e non anche dei vantaggi, lo abbiamo detto all'inizio. L'anonimato a livello utente e' piu' che legittimo, e' vantaggioso, ed e' anche lo status quo, e probabilmente una delle ragioni del successo di internet da 20 anni a questa parte. Difficile pensare che internet sia nata con una caratteristica fondamentale di questa rilevanza, solo per un errore o una leggerezza dei progettisti. Difficile pensare che oggi l'equilibrio tra cio' che si puo' fare di bene e cio' che si puo' fare di male, si sia improvvisamente spostato dalla parte piu' sfavorevole, rendendo necessarie misure di sicurezza che prima non erano richieste. Difficile pensare che il crimine organizzato sia stato finora fortunatamente "sbadato" rispetto ad internet, i terroristi grossolanamente "incompetenti", o che gli utenti che sono arrivati in rete solo recentemente mediamente siano piu' "scorretti e disonesti" dei precedenti. L'anonimato, cosi' come oggi lo vediamo possibile, e' intenzionale, ed un "pezzo" prezioso della internet che conosciamo, quella che e' arrivata fino a noi di successo in successo.

3) L'anonimato in rete e' questione di sicurezza nazionale.
La rete e' globale, e direi per fortuna. In questo sta proprio uno dei suoi elementi di forza. Non si puo' quindi guardare alla rete come a qualcosa che si puo' regolamentare completamente con leggi nazionali. Vincoli all'utilizzo della rete imposti solo nel nostro paese - se partiamo dal principio che internet e' una risorsa preziosissima - non farebbero altro che aumentare il divario tra l'Italia e il resto del mondo, che anzi, al contrario occorre diminuire, in modo consistente e al piu' presto.

Dunque, siamo di fronte ad un sottile gioco di compromessi, tra il livello di liberta' a cui aspiriamo, e contemporaneamente il livello di sicurezza che ci vogliamo garantire. La questione e' sempre la stessa: la liberta' comporta perdita di controllo, e quindi di sicurezza. Per alcuni meno fortunati, si tratta ancora, a volte, di dare la vita per difendere la liberta', mentre per altri, di dare la liberta' per difendere la vita (comoda).

martedì 15 gennaio 2008

New Marketing: non una nuova soluzione, ma una nuova opportunita'


Estraggo da questa succosa intervista a Seth Godin, su FT, in occasione dell'uscita del suo ultimo libro "Meatball Sundae - Is Your Marketing Out of Sync?", alcune ficcanti osservazioni, in tipico stile godiniano (che io adoro!):
clipped from www.ft.com
[...] So, the opportunity is NOT in creating ways to rationalise using these tools to promote your existing gig. It’s in creating products and services and organisations that people WANT to read about on your blog or hear about via Twitter.
[...] It means rethinking what you do, how long you want people to stay, how you lay out the shop... it means not slapping new marketing on top of your existing business, but instead inventing a new kind of business that thrives on the new marketing.
[...] My point is that the new marketing doesn’t work so well for meatball products. That I’m in no hurry to visit the website for a furniture store or to stop by the blog of an accountant. Which is fine. Just don’t count on the new marketing to fuel your growth. Don’t count on MySpace leading to huge market share gains for your fuel oil company.
[...] So, yes, I do mean, “after advertising.” The idea of advertising was powerful and simple. From 1940 to 1990, the equation was: Whoever spends the most on ads, wins. Simple. It gave us Coke and Pepsi and Ford. Now, that formula clearly doesn’t work.
So, will there still be ads? Sure. Ads are great at maintaining prebuilt brands. Ads are great at reminding people. But they’re being replaced by targeted, permission-based media, by interactivity, by viral noise.

In sostanza, dice Seth Godin, il nuovo marketing introduce una nuova opportunita', emergente e probabilmente vincente (ma non per questo immediatamente e totalmente "sostitutiva"). Si tratta di orientare l'azienda al consumatore, e non il consumatore all'azienda. Non di offrire cio' che l'azienda vuole e persuadere il consumatore a domandarlo. Nemmeno di offrire semplicemente cio' che il consumatore domanda. Ma soprattutto di offrire cio' che e' possibile effettivamente proporre al consumatore, considerando quali strumenti di informazione e comunicazione sono oggi a disposizione .

Il maggior controllo da parte del cliente sugli strumenti di informazione e comunicazione impedisce alle aziende di influenzare cosa il cliente desidera e necessita, come spesso e' stato finora: alle aziende (che non hanno gia' costruito un brand forte, unico baluardo rimasto loro per avere ancora il coltello dalla parte del manico) non rimane che orientarsi su cio' che il cliente rivela di desiderare e necessitare quando "conversa" pubblicamente, e prender parte a quella conversazione con argomenti pertinenti. Non pensare di offrire un gustosissimo gelato se parti dal solito polpettone.

Questo ha detto poi a proposito dell' "e-commerce":

clipped from www.ft.com
[...] Taking it a step further, we see that price isn’t the key factor. Price matters when everything is a commodity, when there’s no difference but the cost. Most of the time, growth happens in industries where price is secondary to experience. So, Starbucks or Apple or some other overhyped brand can thrive because people talk about them, not because they’re cheaper. As a result, the “normal” shops that insist on being in the commodity business are going to get creamed by the supermarche and the big box store and mostly by the internet. If it’s NORMAL, then why on earth should I pay extra in time or money?

Infine ha puntualizzato anche qualcosa sulla "privacy" :

clipped from www.ft.com
[...] Privacy is a red herring. What people don’t want is to be surprised. They don’t want information used in a way that they don’t expect. And most of all, they don’t want to give you something and get nothing.