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sabato 5 febbraio 2011

Cittadinanza digitale, e-Public Services: dibattito ispirato dai libri di Belisario, Cogo e Scano

Ecco la traccia che mi sono preparato per l'incontro di oggi, alla libreria Mondadori, Edicolè, Via S. Francesco 19 – Padova, alle 18:00, in cui verranno presentati i libri "La cittadinanza digitale", di Gigi Cogo, e "I siti web delle Pubbliche Amministrazioni" di Belisario Cogo e Scano, alla presenza degli autori, e amici, Gigi Cogo e Roberto Scano.

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Siamo alle porte di alcuni cambiamenti radicali nelle abitudini di vita della popolazione, anche italiana, rese possibili dalle tecnologie legate ad internet. Questi cambiamenti riguarderanno inevitabilmente anche la realazione tra cittadini e pubblica amministrazione.

Questi cambiamenti sono e saranno finalmente "possibili" per alcuni, e "necessari" per altri. Sono e saranno favoriti da chi e' gia' mentalmente predisposto, ed ostacolati dagli altri.
Sono e saranno cavalcati rapidamente e perfino sfruttati a proprio favore da alcuni, e affrontati con enorme resistenza e subiti da altri.

Non e' e non sara' nemmeno possibile delegare qualcuno che lo faccia per noi. In azienda come nella vita quotidiana, non puo' bastare il collaboratore volenteroso, o il figlio giovane e intraprendente. E' qualcosa che riguarda ognuno di noi, direttamente.

Data la portata di questi cambiamenti, nessuno potra' singolarmente deciderne il corso: si puo' e si potra' solo comprenderli ed assecondarli, o ritardare il proprio coinvolgimento (inutilmente) e utilizzarli male. Sia a livello di singolo individuo, che di paese intero.

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Nemmeno e' possibile immaginare un percorso formativo, anche se il nostro fosse un paese in cui la formazione non sia stata ridotta ad una farsa, perche' stiamo parlando di capacita' profondamente connesse alla natura dell'uomo, che da un lato tutti gia' le possiedono, e dall'altro e' la consapevolezza l'unico fattore che manca "a chi non sa".

Stiamo parlando di qualcosa che assomiglia molto a come andare in bicicletta. E' facile, facilissimo, banale per chi ha gia' imparato. Tutti possono farlo, e tutti effettivamente ci riescono. Pero' non esistono mauali per andare in bicicletta. L'unica e' provare, cadere forse le prime volte, e poi scoprire facendo, come si fa. Osservare una persona che ci mostra come si fa e' insufficiente: puo' solo accendere la voglia di provare.

Non servono quindi tanti corsi ne' tanti manuali di istruzioni (ma un po' di strumenti di facilitazione si), se c'e' l'interesse, la motivazione. Tutti oggi si iscrivono a facebook, perche' ci sono i loro amici, perche' tutti dicono che si divertono, perche' ne parlano anche i giornali. Nessuno ha insegnato loro come si fa, eppure si iscrivono e partecipano. E se si tratta di perdere qualche ora all'inizio a capire come fare in certe situazioni, ebbene scelgono di perderla senza remore.

Occorre quindi che scatti una spontanea determinazione. Di questo c'e' bisogno, piu' che di formazione: della creazione di un contesto favorevole e, si potrebbe dire, intrigante.

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Eppure la tecnologia pone sempre delle questioni per gli utenti. Ci si puo' collegare, quanta banda serve? Serve un computer o basta uno smartphone? Quale contratto con l'operatore di telefonia, a quale costo? Quale software? E la privacy? E la netiquette? E come faccio a vedere chi fa cosa? E chi e' ipovedente?

La Pubblica Amministrazione, che per definizione deve erogare un servizio pubblico, deve evidentemente porsi queste domande. Opensource o l'offerta chiavi in mano di qualche grosso vendor? di quale infrastruttura e' dotato un territorio e, soprattutto, chi la controlla? quale terminale possiamo immaginare che abbia l'ultimo dei pensionati e dei giovani in eta' scolare? Quali regole di accessibilita' dei contenuti?

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Farsi prendere dalle questioni tecnologiche, cruciali perche' inerenti l' "abilitazione" di tali servizi, non deve pero' distogliere dalle questioni effettivamente piu' fondamentali.
Quali servizi innovare? Come ottenere un effettivo taglio di costi a parita' di qualita' di servizio erogata, se non maggiore? Come favorire e in un certo senso sfruttare l'accresciuta partecipazione dei cittadini? Come innescare un virtuoso circolo di dialogo e conoscenza reciproca tra Pubblica Amministrazione e cittadinanza, che possa di fatto migliorare l'indirizzo della prima e quindi la soddisfazione dei secondi, che in gergo viene chiamata "edemocracy"?

I servizi che raggiungono piu' spesso la ribalta gia' oggi, sono sostanzialmente quelli che consentono
- il presidio del territorio da parte dei cittadini stessi, in materia di ordine pubblico e controllo dell'efficienza dei pubblici servizi decentrati
- la trasparenza sulle attivita' svolte dagli organi politici, e dai politici in particolare, in modo da assicurare la rappresentanza degli stessi dopo le elezioni
- la diffusione di informazioni utili tra cittadini, e con i referenti del servizio pubblico, in modo da aumentare la conoscenza del contesto reale, e assicurare che il pubblico servizio sia sempre piu' adatto a fornire risposte efficaci

La maggior parte di queste iniziative sono registrate all'estero, ma anche in italia qualcosa si sta muovendo. Esiste una differenza culturale tra questi paesi, oltre al gap tecnologico che comunque va considerato? Soprattutto c'e' abbastanza divulgazione di queste iniziative cosi' che gli italiani sappiano cosa effettivamente si puo' fare fin da oggi?

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Infine, con questi presupposti, si apre alla Pubblica Amministrazione la possibilita' di erogare un ulteriore tipologia di servizi: liberare i dati in proprio possesso. Si tratta di quantita' impressionante di dati, che riguardano un po' tutto, le persone, l'ambiente, l'economia...

La conoscenza di questi dati e' cruciale perche' la cittadinanza possa effettivamente conoscere se' stessa e il contesto in cui vive e lavora. Si innesca cosi' un processo virtuoso che potrebbe generare nuovi servizi, e migliorare quelli esistenti, e rendere le stesse decisioni, prese a vari livelli, piu' appropriate ed efficaci.

D'altra parte la circolazione di questa ulteriore massa di informazioni pone e porra' problemi analoghi a quanto abbiamo gia' visto nella prima fase di espansione di internet. A poco sara' servito se i dati liberati non saranno reperibili, consultabili e facilmente elaborabili. Occorre quindi assicurarsi che lo sforzo sia "utile" e che il risultato non sia fonte di piu' problemi di quanti non ne risolva.

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Un'ultima considerazione, su questo tema, rilancia una visione di maggiore prospettiva. Possiamo aumentare la conoscenza fattuale, sia in termini di servizi che di dati grezzi, ma siamo consapevoli che e' la capacita' di elaborazione di conoscenza la vera sfida che ci viene posta oggi? Se l'economia della conoscenza e' quella in cui viviamo, e vivremo sempre di piu', non e' forse arrivato anche il momento di ragionare veramente in termini di nuove professionalita', nuovi settori economici, e di nuovi parametri della qualita' della vita?

martedì 11 gennaio 2011

La PA in rete al servizio dei cittadini (ma veramente)

Carissimi,
con l'occasione organizzata da Gigi Cogo e Roberto Scano per la presentazione dei libri "Cittadinanza Digitale" e "I siti web e le Pubbliche Amministrazioni", in cui mi hanno voluto gentilmente coinvolgere, vi invito a partecipare al dibattito su come internet possa veramente trasformare la PA in un servizio per i cittadini, veneti in particolare.

Venite quindi a discutere la "nostra" PA, sabato 5 Febbraio, alle 18, alla Libreria Mondadori - Edicolè, a Padova, in VIA S. FRANCESCO 19

Saranno presenti gli autori Gianluigi Cogo e Roberto Scano, e coordinatore Gino Tocchetti.

Adesioni sulla pagina Facebook

I siti dei libri: Cittadinanza Digitale, I siti web e le Pubbliche Amministrazioni

mercoledì 2 giugno 2010

Essere, comunicare/apparire o relazionare

Rispondo a Luca e al suo articolo sul potenziale evocativo dei modelli culturali (e della democrazia presa ad esempio particolare), rispetto al caso - solo teorico - di una comunicazione perfettamente efficace. Lo invito a leggere tutto, anche perche' in poche righe condensa molti interessantissimi spunti, e perche' si chiude con parole molte belle (perche' Luca e' un "abile comunicatore" ;-):


L'idea che la democrazia viva di una comunità consapevole che sceglie in base a informazioni metodologicamente corrette è in larga parte una bella e buona utopia. Il che non ne riduce l'importanza. Semplicemente ci insegna a pensare che il bello e il buono di quell'idea che è già diventato realtà è meno grande di quello che resta ancora da costruire.

Almeno questa consapevolezza dovrebbe diventare largamente esplicita. Se vogliamo migliorare il modo che abbiamo di informarci. Per scegliere.

Dunque, grazie ad un background culturale comune, anche comunicazioni non proprio efficaci possono portare una societa' ad agire in modo sufficientemente coordinato, e a progredire in una direzione coerente con la cultura stessa prima ancora che con le comunicazioni che vi intercorrono (cosi' ho inteso il senso della nota).

Mara CarfagnaLuca LucianiMa in un contesto sociale come il nostro, dove la "comunicazione" ha assunto un ruolo cruciale da molto tempo, e' andata diffondendosi una certa padronanza dell'uso dei media e dei linguaggi, ed e' grazie a questa abilita' "tecnica" che si riescono a coordinare azioni e modelli di comportamento, non in base ad una "cultura" condivisa, a meno che non si voglia parlare di "cultura della comunicazione".

In questo particolare contesto, gli esperti di comunicazione, o semplicmente i competenti in materia, a qualunque livello della scala del potere, sfruttano intenzionalmente la comunicazione subliminale per indirizzare il meccanismo comunicazione-azione secondo scopi predefiniti, e poco condivisi consapevolmente.

Interessante sara' a questo punto, monitorare i cambiamenti prodotti dalla diffusione del "web partecipato", e la rivalutazione della "relazione" proprio come strumento di emancipazione di quella parte della societa' che era stata esclusa dalla leva del potere della "comunicazione". Assisteremo ad uno shift dalla cultura della comunicazione alla "cultura della relazione", e nasceranno nuovi professionisti, abili nell'utilizzo di tecniche nell'ambito delle relazioni sociali.

Il lato B e' che si trattera' ancora di culture fondate su un unico valore piuttosto superficiale: relazionare (al posto di comunicare/apparire). Si sviluppera' - io lo temo, non lo auguro - un modello di societa' ancora poco orientato a progettualita' di prospettiva, ad elaborare e sostenere "visioni del mondo" illuminate, e a dare risposte a problematiche complesse. Non piu' "avere o essere", e nemmeno "essere o apparire", ma "essere o relazionare" sara' il prossimo dilemma dominante (tutte rivisitazioni di "essere o non essere", comunque).

Inevitabile? No. Ma dobbiamo esserne coscienti. Questa volta giochera' in positivo il fatto che la relazione e' vincente se e' 1:1, dunque non si puo' "industrializzare" come la comunicazione. Ma dobbiamo anche essere consapevoli dei costi in termini di impegno personale che la relazione richiede, proprio per questo motivo: un impegno che sottrae evidentemente energie a qualcosa di piu' sostanziale e programmatico.

Sara' quindi importante non cadere nell'errore, anche se per motivi diversi, di considerare il "relazionare" (come oggi il comunicare, l'apparire) come un valore a se' stante, se non l'unico valore, e tenere distinto il piano valoriale da quello strumentale. Visto com'e' andata negli ultimi anni, se vogliamo dimostrare che abbiamo imparato la lezione (?), educazione e stimoli appropriati sul piano culturale dovrebbero ricevere la nostra massima attenzione. Altrimenti tra cultura della comunicazione e cultura della relazione, sempre di culture fondamentalmente tecniche staremo parlando.


sabato 27 febbraio 2010

Google Video vs Vividown: vecchi diritti, nuovo diritto /2

[Segue da qui]

Col terzo punto entriamo invece in una dimensione nuova, tipica dell'ecosistema allargato (internet che "aumenta" il nostro tradizionale mondo reale e virtuale). La questione che si pone qui e' (stata sempre) cruciale per internet, il suo potenziale, il suo sviluppo.

Le motivazioni della sentenza non sono ancora state pubblicate, ma un parere "pro veritate" si. La legge italiana, leggo con fatica, si concentra su una "posizione di garanzia", e sarebbe proprio questa "lacuna di garanzia" che viene imputata ai manager Google, dal momento che l' "omesso impedimento a causare" e' assimilato al "causare" stesso. Inoltre la sentenza ha tenuto conto che

clipped from vividown.org
  • che il soggetto destinatario dell'obbligo di attivarsi avesse la cosiddetta signoria sul fatto, cioe' il potere di attivarsi per impedire l'evento lesivo;
  • che si dimostri che l'azione doverosa avrebbe impedito l'evento con una probabilita' vicina alla certezza;
  • che il soggetto destinatario dell'obbligo di attivarsi fosse in dolo (diretto o eventuale) rispetto all'evento lesivo.
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E soprattutto e' stato anche fornito un decisivo parere tecnico che ha inchiodato i manager alle proprie responsabilita', sostenendo che

clipped from vividown.org
Tali regole di compliance devono essere tali da filtrare e impedire l'accesso alla rete dei (o, almeno, da disporre le discipline idonee a togliere immediatamente i) video offensivi.
La fattibilita' dell'azione di controllo mi pare, poi, confermata dalla consulenza tecnica del dott. Battiato la' dove attesta la sussistenza di strumenti tecnici in grado di automatizzare il processo di analisi, e di "inferire informazioni rispetto ad un certo numero di classi semantiche".
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Dunque, secondo la legge italiana, i manager Google, essendo nella posizione di garanzia, hanno omesso il doveroso impedimento, che pure era tecnicamente possibile e di sicura efficacia. In neretto sono le due questioni critiche: la prima (la posizione di garanzia) non trova corrispondenza nel diritto americano, e la seconda e' una questione di fattibilita' tecnica che la legge italiana prenderebbe in considerazione, ma che risulta sormontabile secondo il tecnico della parte offesa (di cui mi piacerebbe sapere di piu').

Dunque, contrariamente a quanto sintetizzato, non mi sembra che la questione sia l'equilibrio tra privacy e liberta' di espressione; ne' tanto meno mi sembra che sia una questione esclusivamente di liberta' di espressione, da affrontare con liste di proscrizione e/o paradisi ai confini del mondo: a me sembra una questione di responsabilita' sui contenuti di quanto espresso liberamente.

Anzi dal momento che siamo tutti d'accordo che liberta' non vuol dire assenza di resposanbilita', direi che la vera questione qui e' la corresponsabilita' del gestore della piattaforma di pubblicazione, nei contenuti liberamente espressi. Cio' non toglie naturalmente che si ponga anche una delicata questione sulla privacy, in merito ad altri episodi, al quale rimando ad altre note. Dunque, la questione e' proprio sulla corresponsabilita' del fornitore nell'uso dello strumento, che per altro non puo' essere considerato un mere conduit: francamente l'esempio dei produttori di coltelli, o dei ferrovieri, non sembrano pertinenti (e anche un po' qualunquisti), mentre quello delle armi da fuoco, si.

Ma qui siamo anche di fronte ad una tipica questione ecosistemica. Se fossero coinvolti solo singoli individui (colui che pubblica contenuti abusivi, e colui che lo consente) probabilmente la questione non presenterebbe aspetti di novita'. Invece acquista rilevanza e complessita' proprio perche' l'insieme di tutti gli UGC e' un bene comune di valore riconosciuto elevatissimo da tutti, e un approccio quale quello assunto dalla giurisprudenza italiana causerebbe un ostacolo pesante, applicabile estesamente, probabilmente un duro colpo alla loro diffusione.

La fattibilita' tecnica di un chirurgico filtraggio "semantico" (tutta da dimostrare pero', checche' ne dica il consulente tecnico di parte, e anche Stefano Quintarelli) potrebbe costituire veramente la soluzione del problema, mettendo le aziende proprietarie delle piattaforme nella effettiva posizione (di garanzia) di poter valutare (automaticamente) se i contenuti liberamente pubblicati siano o meno abusivi. L'automatismo e' un aspetto fondamentale perche' il controllo risulti, dall'altra parte, rapido ed obiettivo, senza limitazione significativa per tutti i contenuti leciti. Ma se una tale tecnologia fosse matura ed efficientemente applicabile, perche' mai non verrebbe applicata? Quale vantaggio ne ricaverebbe Google nella pubblicazione di un video di atti bullistici, se disponesse della tecnologia per filtrarli?

In mancanza di un'adeguata tecnologia, o quanto meno della sua applicazione, finora si e' andati avanti dando priorita' al valore del bene comune, mettendo la libera pubblicazione degli UGC, e il modello di condivisione di internet, davanti a casi significativi per singoli individui, e quindi sottovalutati. La stessa Unione Europea ha ribadito l'orientamento a riconoscere e tutelare questa risorsa comune, oltre che Google stessa ovviamente.

Finora si e' quindi ritenuto sufficiente ripiegare sulla richiesta al soggetto che pubblica, di una esplicita assunzione di responsabilita', manifestata confermando la conoscenza e accettazione dei vincoli di legge, e di senso comune direi. Si e' in sostanza aggirato il problema, deresponsabilizzando il gestore della piattaforma di pubblicazione: sia per praticita', dal momento che sarebbe obiettivamente paralizzato da quella stessa responsabilita'; ma anche in nome di un diversa concezione della responsabilita' individuale stessa. E Un po' come quando alla dogana americana ti chiedono di barrare la casella "Terrorista? Si, No", contando forse su un intimo credo protestante. Cose che ci fanno sorridere, noi di loro, e loro di noi.

Mancando la soluzione tecnica, e considerate le differenze culturali locali, la questione delle priorita' assume tutta la sua urgenza e criticita'. L'attuale approccio e' infatti solo in parte condivisibile. Un modello di sviluppo sostenibile per un ecosistema, presuppone che il valore dell'insieme non possa calpestare il valore dei singoli, come nemmeno viceversa.

Credo che la sentenza Google Video possa avere la meritevole conseguenza che siano investite maggiori risorse nello sviluppo di tecnologie che permettano di preservare questo delicato equilibrio tra interessi collettivi e individuali. Lo voglio considerare quindi come un momento in cui la prospettiva umanistica si riprende la centralita' della scena, difendendo le priorita' dell'Uomo e del suo ecosistema (di conoscenza), dalle ragioni dell'innovazione tecnologica fine a se' stessa, e da quelle economiche di qualche grande (se non grandissima) corporation. E non mi pare di essere l'unico con una tale sensibilita'. Forse non e' un caso che tutto questo polverone parta proprio da questa Italia, che nonostante quello che sappiamo, sorprende sempre, e qualche volta perfino in positivo.

Google Video vs Vividown: vecchi diritti, nuovo diritto /1

Dico la mia sulla sentenza del Google Video sul bambino down picchiato dai compagni di classe, un fatto di rilevanza epocale nella storia di internet, perche' ho avuto la sensazione che si siano persi dei pezzi, e soprattutto sia stata proposta una discutibile scala di priorita'. La questione riguarda (l'ordine e' intenzionale da parte mia):

1) Apologia e istigazione al razzismo (nei confronti di un 'diverso'), e piu' in generale alla violenza e al bullismo
2) Violazione della privacy (di un minorenne, di cui sono divulgati dati sensibili)
3) Responsabilita' del gestore dello strumento di comunicazione, e Liberta' di espressione e di generazione di contenuti da parte degli utenti (UGC)
[edit 28/2/10 9:00: 4) Convenienza nella divulgazione dei fatti a scopo di informazione ed educativo: di questo ne parlero' in un'altra nota]

Il primo punto per gravita', secondo me, non ha trovato abbastanza attenzione. Poco importa che il bambino fosse down o autistico: avrebbe potuto anche essere perfettamente sano, comunque era da solo contro tre! Nel video si calpestano i piu' comuni e universalmente riconosciuti diritti dell'Uomo di essere trattato con rispetto, in quanto tale. Di questo disgustoso delitto si dovrebbe parlare innanzi tutto, e dei ragazzi che si sono macchiati di una tale infamia, perfino convinti di poterne andare fieri, tanto da documentare il gesto pubblicamente. Dei danni sul piano psicologico che quel bambino riportera' per tutta la vita (che tra l'altro si aggiungono ad una serie di altri patimenti, non tutti imputabili a madre natura). Se vogliamo essere considerati una civilta' avanzata, cosa che e' continuamente messa in discussione, non ci sono rendite di posizione, di questo dovremmo riempire pagine e pagine di carta e digitali.

Su questo punto, le leggi ci sono gia', e prima ancora le Carte in Difesa dei Diritti dell'Uomo e costituenti il nostro Stato, ed e' a queste leggi che avrei voluto sentir fare i primi riferimenti, e invocare la loro attuazione. Strana usanza quella di pensare spesso a leggi nuove, lasciando inapplicate quelle gia' in essere: fa pensare che ci sia piu' attenzione alla "norma" stessa (e ai meccanismi del controllo del potere) che non al suo obiettivo, ovvero la giustizia.

clipped from repubblica.it
L'aggressione risale a un periodo a cavallo tra i mesi di maggio e giugno, poco prima della conclusione dell'anno scolastico. Il video, della durata di tre minuti, è stato messo on line ad agosto dalla ragazza che aveva partecipato all'aggressione. Nel filmato si vedono una decina di compagni di classe che stanno a guardare, mentre uno dei ragazzi indagati sferra qualche pugno e qualche calcio al compagno disabile, un altro è intento a riprendere la scena con la telecamera, un terzo che disegna il simbolo "SS" sulla lavagna e fa il saluto fascista. E l'impressione è che l'aggressione fosse premeditata.
Gran parte della classe intanto, seduta tra i banchi, schiamazza, tra l'annoiato e il divertito. Nessuno dei presenti si alza per difendere la vittima o per fermare chi lo deride.
blog it

Il tema da discutere innanzitutto e' la violenza nei confronti del piu' debole, la violenza nelle scuole, il bullismo e l'educazione di certi ragazzi 'difficili'. Quale occasione preziosa e' stata persa per discutere di questo, considerando anche che il problema non e' di facile soluzione, e che l'esperienza concreta e diretta puo' essere giocata sul piano educativo molto piu' di tanti discorsi teoricamente moralistici. Spostare il focus su Google e gli UGC ha reso un ottimo alibi ai ragazzi colpevoli di quel crimine, e tutti quelli che in animo sentono che potrebbero emularli, i quali probabilmente non hanno capito nemmeno adesso la gravita' della loro azione, e anzi potrebbero addirittura inorgoglirsi per il clamore sollevato.

Il secondo punto riguarda la privacy, in un modo molto piu' semplice di quanto spesso tocca considerare: qui infatti non si tratta di decidere quale tutela debba essere garantita nel rapporto tra colui che pubblica, e il gestore della piattaforma di pubblicazione. Qui c'e' di mezzo un terzo attore, e la violazione della "sua" privacy. La pubblicazione dell'immagine e di informazioni sensibili su terzi, specie se di minori, e' riconosciuto da tutti (buon senso comune) e dalla legge come reato, e conseguentemente il responsabile diretto si puo' e si deve punire senza bisogno di tante interpretazioni. Non facciamo dunque confusione, richiamando il complicato tema della privacy di chi decide per se' stesso: qui e' un gioco un tipo di privacy su cui c'e' poco da discutere.

Fin qua non c'era nulla di nuovo sotto il sole: vecchi diritti, vecchie norme. E il cronico problema di farle rispettare.

[continua qui]

venerdì 5 febbraio 2010

Luminar 9: Internet e Umanesimo

clipped from www.vegapark.ve.it

Watch live streaming video from vegapark at livestream.com

Il convegno, giunto alla 9a edizione, è promosso quest’anno dall’Università IUAV di Venezia, dall’Università La Sapienza di Roma e dal VEGA, in collaborazione con l’associazione engramma e il S.a.L.E.-Docks di Venezia.

Tema di Luminar 9 ‘CUM (CommunicatioUnioMultiplicatio). Internauti, pirati e copyleft nell’era .torrent’ sarà la circolazione delle idee e la condivisione del sapere su internet e la liceità dello scambio di materiali soggetti al copyright.
I lavori del convegno saranno articolati in tre sessioni: Rete e democrazia; Legale/Illegale dal copyright al copyleft; Editoria digitale versus editoria cartacea?
 blog it


Alcuni passaggi dalla sessione del 4 mattina, Rete e democrazia:


domenica 29 novembre 2009

La blogosfera logorata dal potere, che non ha

Qualche giorno fa, nella socialsfera ci si e' posti un po' piu' intenzionalmente il tema della "concretezza" del dibattito in rete. In realta' questo succede da anni, nella blogosfera, con ritmo piu' o meno regolare.

Qualcuno l'ha buttata sui tecnicismi.

Personalmente sono convinto che la tecnologia e' abilitante, ma non puo' sostituire la capacita' delle persone. Pero' il concetto di "platform" deve raffreddare gli entusiasmi di certi geek, ma deve anche essere un monito per i piu' "umanisti". Grazie a piattaforme che hanno proprio lo scopo di rendere facile lo sviluppo di soluzioni e servizi, ormai la tecnologia rientra nella cassetta degli attrezzi di chiunque, per comunicare e fare, insieme al dizionario e alla formazione di base (ok, qui c'e' dell'utopia, e' ovvio). D'altra parte, come ricorda Ross Mayfield, le persone sono la vera piattaforma.

Qualcuno l'ha buttata sull'italianita'.

Ora, che gli italiani debbano sempre disprezzarsi "collettivamente", pur ritenendosi ciascuno una "provvidenziale eccezione", e' un noto luogo comune. Certamente ci sono alcuni aspetti culturali, e penso che debbano essere identificati con lucidita', se ce ne vogliamo affrancare progressivamente (ammesso che sia possibile). Non mi ritrovo tanto nella teoria che gli italiani hanno una maggiore inclinazione agli aspetti puramente conversazionali (intendendo con questo dotte disquisizioni, ma anche spesso sano e insano cazzeggio, inclusi sterili flame tra fazioni contrapposte), rispetto alla "cultura del fare", apparentemente piu' nordica (no, qui non si intende "padana", ma proprio del nord del globo, essendo noi italiani tutti, stando a questa teoria, "i terroni del globo").

Leggendo anche i commenti che sono stati fatti in questi ultimi giorni, io trovo che una delle infezioni croniche di cui soffriamo come paese, e' rappresentata dai bassi valori di "cultura di servizio" e quindi dall'alta concentrazione di "cultura del potere". Riscaldati dal sole del bel paese, in una terra che dispensa gratuitamente buonissimi e bellissimi frutti da godere col palato e con la vista, coccolati da una storia millenaria che ci consegna un preziosissimo patrimonio culturale e artistico, gravati da secoli di politica padronale e ignari del fuoco di vere rivoluzioni civili, noi italiani non siamo tanto preoccupati a risolvere i problemi che sopraggiungono, quanto a (creare e a) conservare le rendite di posizione.

Tutto, in Italia, diventa una questione di potere, e la socialsfera non ne e' esente. Per certi versi e' anche logico: dove la societa' civile ti costringe a sperimentare ogni giorno, un clima opprimente di subordinazione a poteri dominanti (lo stato con quelle leggi e quelle tasse, e quell'inefficienza; l'azienda con gli oneri e la mancanza di onori, e con carriere poco meritocratiche; la vita quotidiana in citta' continuamente offesa dalle prevaricazioni di furbetti e bulletti...), quando viene finalmente offerta la possibilita' di "realizzare" un modello di organizzazione sociale nuovo - in internet - non stupisce che affiori la mancanza di competenza e l'incapacita' di visione, e quindi che si scatenino anche i comportamenti piu' "piccoli" e discutibili, che alla fine finiscono per perpetrare quegli schemi sociali da cui ci si dovrebbe emancipare.

Non mi stupisce quindi, che la proposta di avviare attivita' piu' costruttive, e quindi piu' incisive nel territorio, abbia sollevato l'entusiasmo di alcuni, ma anche la perplessita' di altri, nella socialsfera, circa la questione del consenso e la questione del vantaggio individuale. Mi sembrano questioni intrecciate tra loro, ed entrambe riconducibili al discorso che stavo facendo sul "chiodo fisso del potere".

Sulla questione del consenso: perche' mai un'iniziativa che sta conquistando partecipazione in rete, dovrebbe essere considerata, con maliziosa sbadataggine, come priva di un necessario consenso ? Chi dovrebbe essere l'ente certificatore, se la partecipazione dal basso non e' sufficiente, considerato che nella fase iniziale non puo' essere certo elevatissima ? ma soprattutto perche' pensare che la certificazione debba arrivare da un ente terzo ? Chi e' il tronista a capo di questo fantomatico "istituto" che si sente defraudato del potere di veto e legittimazione, se il consenso monta dal basso ? soprattutto, siamo veramente preoccupati per il suo dispiacere nel vedere la poltrona che gli vacilla sotto ?

Sulla questione del vantaggio individuale: perche' pensare che un'iniziativa di crescita collettiva, di win win sociale, di emancipazione di una community se non di tutto il paese, debba essere immediatamente (de)classificata a manovra torbidamente affaristica, ovvero motivata da oscure logiche di potere ? se non se ne condividono gli obiettivi e i metodi, basta semplicemente non sottoscriverla, dunque perche' muovere pubblici attacchi a scopo distruttivo, o addirittura velenose insinuazioni dietro le spalle, per forzarne il fallimento ? se c'e' la necessita' di un riferimento, e soprattutto se c'e' la capacita' di esserlo (che altrimenti l'iniziativa non decollerebbe e non arriverebbe ad essere nemmeno "visibile"), perche' il pensiero automatico non va al beneficio che ne ricavano tutti, ma a quello che ne ricavano alcuni ? perche' mettere sullo stesso piano semplici fruitori (e spesso anche detrattori e ostacolatori) e figure dotate di visione e capacita' organizzativa e realizzativa, pretendendo che gli uni e gli altri debbano godere per principio di pari gratificazioni ?

La risposta e' semplice, perche' in Italia la questione e' sempre su chi comanda, e non su cosa di buono si faccia.

Dunque se si avvia un'iniziativa concreta (ma scopro che anche avviare una conversazione di approfondimento comporta lo stesso rischio), per l'italiano medio ci sono solo due prospettive: o esserne il capo, o vederla fallire. A prescindere dal fatto che sia utile o meno. A prescindere dal fatto che ci sia spazio o meno per eventuali alternative. L'Italia, inclusa quella che si riconosce nella socialsfera, e' logorata dal potere, che non ha. E pensare che in questo paese, invece, ci sarebbe spazio per migliaia di iniziative concrete originate dalla socialsfera e con concrete ricadute nel territorio. Ce n'e' un tale bisogno che non importa quanto utili siano effettivamente, basta che a confermare che lo sono almeno un po' sia la stessa comunita' a cui sono indirizzate. Della serie: finiamola con l'autoreferenzialita'.

Se ci fosse una cultura del servizio, automaticamente cadrebbero le soporifere discussioni sui metodi e sulle regole, dal momento che l'unica regola sarebbe quella della "utilita' evidente", e che il metodo verrebbe raffinato di tentativo in tentativo. Se ci fosse una cultura del fare (mediata dalla reticolarita' e dai suoi valori), nessuno si preoccuperebbe del fatto che di volta in volta c'e' un titolare diverso, perche' anzi si innescherebbe una gara, da cui nessuno sarebbe eslcuso a priori, a fare di piu' e meglio (per il bene comune) la volta successiva. Ma soprattutto, se ci fosse una cultura della costruzione di un bene comune, la blogosfera smetterebbe di rammollirsi seduta davanti al computer, e cercherebbe il confronto e la sfida del territorio, in cui portare le soluzioni che internet mette nelle mani delle persone, grazie alla tecnologia e al networking.


venerdì 27 novembre 2009

La liberta' tra desiderio e paura

In questi giorni si sta discutendo, soprattutto in rete e in parlamento, rimbalzando sulla stampa, la decisione se rinnovare o meno il Decreto Pisanu, e ho notato che il dibattito e' spesso confuso ed ingiustamente animoso, anche se poi culmina in azioni concrete.

Ci sono fondamentalmente due aspetti di principio che sembrano in attrito tra loro:
  • l'anonimato e' garanzia di maggiore liberta' di espressione per gli utenti, e contro discriminazioni nell'accesso alla rete dettate da logiche di mercato e rendite di posizione
  • l'anonimato consente di trasmettere impunemente comunicazioni che mettono a rischio la sicurezza o che favoriscono frodi
D'altra parte, dall'esperienza di tutti i giorni, sappiamo che e' possibile partecipare in rete, conservando l'anonimato rispetto agli altri utenti. Questo deriva dal fatto che chi puo' conoscere la reale identita' degli utenti, di fatto non la rende nota agli utenti stessi. Lo chiamerei "anonimato a livello utente".

Questo e' gia' un elemento importante a favore della libera espressione, e di un accesso non condizionato da logiche di mercato: e' fuori di dubbio che l'anonimato favorisce manifestazioni di opinioni piu' spontanee (non solo quelle su temi "sensibili", ma chiaramente e' una possibile difesa della propria privacy) e dunque incentiva la partecipazione, sia nel privato che nelle relazioni "di business". In sostanza, partiamo gia' da una situazione che consente "un certo" anonimato, con evidenti vantaggi. Anzi e' difficilmente contestabile, che il successo di internet negli ultimi due decenni sia stato legato anche a questa sua fondamentale caratteristica. Perfino certi comportamenti al limite dell'illecito, e compiuti quindi nell'anonimato, portano anche un benefico effetto nell'innovazione di certi mercati, come per esempio quella della musica.

Ma benefici ancora maggiori in termini di liberta' di espressione, giustificano che si vada oltre all'anonimato a livello utente. Basta pensare ai fatti di Teheran (e cito solo il caso piu' ecclatante, ma di denunce in rete fatte a rischio della propria sicurezza la rete ne e' piena, e vengono dai piu' svariati angoli del mondo). Laddove il regime non e' democratico, e non si puo' avere fiducia in chi "governa", l'anonimato minimo sufficiente per assicurare una reale liberta' di espressione deve essere, a seconda della gravita', il piu' possibile "intrinseco" al sistema.

Paradossalmente, in un paese a governo democratico e veramente liberale, l'anonimato in rete potrebbe essere una questione poco rilevante, ma sappiamo bene che proprio nei paesi dove le liberta' sono limitate in generale, l'anonimato in rete diventa questione di vitale importanza. E nelle vie di mezzo? rimane ancora una questione delicata.

D'altra parte, che sia possibile utilizzare lo stesso anonimato anche per scopi discutibili (informazione distorta, calunnie, minacce) e illeciti piu' gravi (terrorismo, pedofilia, frodi), e' anche fuori discussione. Di tutto questo abbiamo numerosi esempi. Chi frequenta la rete assiduamente sa benissimo che il primo tipo di situazioni sono facilmente riconoscibili, e si possono quindi contenere tenendole nelle giusta scarsa considerazione. Ma bisogna anche considerare che la rete e' popolata da persone meno esperte e piu' facilmente condizionabili. La pedofilia e le frodi sono ancora molto ricorrenti, anche se sono notizia di tutti i giorni i successi ottenuti dalle polizie di tutto il mondo. Sul terrorismo non trovo notizie di rilievo se non poche volte in un anno, ma e' un dato di fatto che in europa gli attentati si sono ridotti a zero o quasi.

E' chiaro che per gravi ragioni di sicurezza, sia necessario non mantenere l'anonimato a livello di sistema.

E veniamo alla net neutrality. Con questo termine si fa riferimento ad un "modello di internet", in base al quale tutti i pacchetti di dati vengono trasferiti senza entrare nel merito dei contenuti, e dunque assicurando pari condizioni di esercizio per qualunque utente. Lo scopo della net neutrality e' quello di garantire la massima liberta' di espressione degli utenti e l'indipendenza di internet dalla concorrenza tra centri di potere politico ed economico. La net neutrality, anche se non e' definita in modo perfettamente condiviso, e' riconosciuta come l'attuale modello di internet, e infatti sono numerosi i movimenti di opinione e le azioni volte a difendere tale modello, e quindi a mantenerlo. La rete, per come la conosciamo noi, in occidente, e' neutrale.

Detto questo, e' evidente che anonimato e net neutrality sono due questioni fortemente intrecciate tra loro. E se non lo fossero, io penso che dovrebbero esserlo in futuro, anche senza arrivare a farne una questione ideologica. Quindi la net neutrality prescrive, o dovrebbe assicurare che sia preservata l'opzione di rimanere anonimi almeno "a livello utente" (in questo senso si parla di diritto all'anonimato).

Da tutto questo seguono alcune facili conclusioni (sulle quali invito comunque a tenere sempre accesa una discussione costruttiva ed istruttiva):
1) per ragioni di sicurezza e' sufficiente che non sia consentito l'anonimato a livello di sistema (ma il discorso andrebbe fatto tenendo conto del regime del paese in questione)
2) per ragioni di liberta' di espressione, e di indipendenza dalle posizioni dominanti nel mercato, e' sufficiente garantire l'anonimato per tutti gli utenti (compreso nei confronti di grandi gruppi di potere economico e politico)
3) e riassumendo, finche' non ci sono particolari problemi di sicurezza (nazionale e non), un certo livello di rischio deve essere sopportato considerando il beneficio che ne deriva sul piano della libera circolazione delle idee e della spinta all'innovazione allo sviluppo sociale ed economico.

Nonostante che l'anonimato in rete sia dunque una questione "fondamentale", e che si possa arrivare facilmente a chiare e semplici linee guida, credo condivisibilissime e condivise di fatto in maggioranza, spesso si leggono in rete considerazioni piuttosto confuse. Ecco alcuni punti dove e' piu' evidente la confusione:

1) La rete e' intrinsecamente "anonima".
Tecnicamente parlando, e' sempre possibile (?) rintracciare il terminale da dove e' partito un certo pacchetto di dati, ma nella pratica, questo dipende da una serie di fattori tecnici. Soprattutto non e' ancora sufficiente per l'identificazione della persona che operava su quel terminale: perche' sia ricostruita anche l'identita' della persona occorre che siano intrecciate le informazioni sul traffico con le informazioni sull'utente. Dunque e' falso dire che "la rete non e' anonima", mentre e' piu' esatto dire che la rete piu' i dati relativi agli accessi da parte degli utenti, permettono di escludere l'anonimato quasi sempre. Alla luce di quanto detto prima, questo aspetto non e' trascurabile. Il problema si sposta quindi dagli aspetti infrastrutturali alla gestione dei dati che permettono l'effettiva identificazione della persona che accede ad internet.

2) L'anonimato e' un problema da eliminare. La rete ha il problema che non e' controllabile.
Che questi siano solo dei problemi, e non anche dei vantaggi, lo abbiamo detto all'inizio. L'anonimato a livello utente e' piu' che legittimo, e' vantaggioso, ed e' anche lo status quo, e probabilmente una delle ragioni del successo di internet da 20 anni a questa parte. Difficile pensare che internet sia nata con una caratteristica fondamentale di questa rilevanza, solo per un errore o una leggerezza dei progettisti. Difficile pensare che oggi l'equilibrio tra cio' che si puo' fare di bene e cio' che si puo' fare di male, si sia improvvisamente spostato dalla parte piu' sfavorevole, rendendo necessarie misure di sicurezza che prima non erano richieste. Difficile pensare che il crimine organizzato sia stato finora fortunatamente "sbadato" rispetto ad internet, i terroristi grossolanamente "incompetenti", o che gli utenti che sono arrivati in rete solo recentemente mediamente siano piu' "scorretti e disonesti" dei precedenti. L'anonimato, cosi' come oggi lo vediamo possibile, e' intenzionale, ed un "pezzo" prezioso della internet che conosciamo, quella che e' arrivata fino a noi di successo in successo.

3) L'anonimato in rete e' questione di sicurezza nazionale.
La rete e' globale, e direi per fortuna. In questo sta proprio uno dei suoi elementi di forza. Non si puo' quindi guardare alla rete come a qualcosa che si puo' regolamentare completamente con leggi nazionali. Vincoli all'utilizzo della rete imposti solo nel nostro paese - se partiamo dal principio che internet e' una risorsa preziosissima - non farebbero altro che aumentare il divario tra l'Italia e il resto del mondo, che anzi, al contrario occorre diminuire, in modo consistente e al piu' presto.

Dunque, siamo di fronte ad un sottile gioco di compromessi, tra il livello di liberta' a cui aspiriamo, e contemporaneamente il livello di sicurezza che ci vogliamo garantire. La questione e' sempre la stessa: la liberta' comporta perdita di controllo, e quindi di sicurezza. Per alcuni meno fortunati, si tratta ancora, a volte, di dare la vita per difendere la liberta', mentre per altri, di dare la liberta' per difendere la vita (comoda).

giovedì 17 settembre 2009

The Digital Umanities Manifesto 2.0 released

Invito fortemente a leggere, diffondere e discutere questo documento
 blog it

Riprendo dal blog di Stefano, e diffondo volentieri questo Digital Umanities Manifesto 2.0

clipped from www.stanford.edu

The 2.0 version of the Digital Humanities manifesto, a collaborative project of the 2009 UCLA Mellon Seminar on the Digital Humanities, has now been released for commentary and debate. Principally authored by seminar leaders Jeffrey Schnapp and Todd Presner, with contributions by other members of the seminar, including Peter Lunenfeld and Johanna Drucker, as well as by commentators on the 1.0 release, it seeks to formulate, albeit in a ludic and polemical fashion, a mission/vision statement for the future development of the Humanities disciplines.

 blog it

Estratto dall'articolo di Matteo Bittanti

“Redatto in forma collettiva e cooperativa dai partecipanti del Mellon Seminar della UCLA nel corso del 2009, il Manifesto dell’Umanistica Digitale 2.0 ambisce a definire – o ri/definire – connotati delle discipline umanistiche nell’era del Web 2.0. I suo padri spirituali e principali promotori sono Todd Presner (UCLA) e Jeffrey Schnapp (Stanford University), a cui si aggiungono Peter Lunenfeld e Johanna Drucker. I ventisei punti della versione originale sono diventati cinquanta nella seconda incarnazione. L’obiettivo chiave di questo documento – una vera e propria chiamata alle armi – è ripensare il ruolo e la funzione dell’università in una fase di portentosa trasformazione dei mezzi di comunicazione e delle dinamiche di apprendimento e insegnamento. Duellanti lo pubblica in esclusiva per l’Italia. Con una sola raccomandazione: leggetelo attentamente, remixatelo, diffondetelo, infilatelo nella casella della posta dei vostri professori universitari che non rispondono mai agli email e non si fanno mai trovare e che non sanno nemmeno aggiornare una pagina web. La rivoluzione non sara tramessa in televisione perché la televisione è finita. La rivoluzione siete voi che leggete. La rivoluzione siete voi che desiderate un’università degna di un paese moderno. La rivoluzione siete voi che non siete ancora fuggiti all’estero. La rivoluzione siete voi che ci credete ancora. Buona lettura.

(traduzione di Matteo Bittanti, documento originale in inglese: Download The Digital Humanities Manifesto 2.0 )

domenica 9 agosto 2009

VeneziaCamp2009: festa della cittadinanza digitale

Dicevo qui che il Progetto Cittadinanza Digitale, fortemente voluto dal vicesindaco di Venezia, Vianello, inaugurato col BateoCamp il 3 luglio, e' ora prossimo ad un altro grande evento, il VeneziaCamp2009, il 23, 24 e 25 ottobre 2009, all'Isola del Lazzaretto Vecchio.

Anche questo secondo evento si preannuncia come una grande festa popolare, questa volta pero', sia per la durata sia per la natura stessa del progetto, e' previsto che si entri nel merito del tema, la Cittadinanza Digitale. E' disponibile un wiki per il minimo coordinamento dell'iniziativa - scelta non casuale - predisposto da Gigi Cogo, formidabile animatore di questi eventi (ricordo il TwitterCamp dell'aprile 2008), ma soprattutto fertilissimo referente della Regione Veneto nell'innovazione basata su internet e il web2.0.

Sul wiki si sta gia' delineando una bozza del programma della tre-giorni, che comprende iniziative libere, e "dal basso", e che si preannunciano interessantissime, quali:

- la presentazione del Manifesto Amministrare 2.0. Si tratta di un'iniziativa a livello nazionale che e' stata promossa proprio a Venezia, gia' nel 2008, con l'obiettivo di portare il potenziale del web2.0 nell'ambito della PA, e che ha dato vita questa'anno al Tavolo Permanente. Si tratta dunque degli stessi principi ispiratori che hanno dato vita al progetto Cittadinanza Digitale, e che con quello costituiscono le due facce della stessa medaglia

- il seminario su "La sottrazione dell'autore", promosso dalla Scuola di Dottorato in Scienze della Formazione, della Cognizione e del Linguaggio dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che approfondira' le nuove narrazioni in rete, dalla faceless revolution di Wu Ming, all’oltre-Facebook di Aldo Nove, dalle sperimentazioni di Giuseppe Genna all’ OUT-Facebook di Ibridamenti e alla community di Scrittura Industria Collettiva.

- incontri tra sviluppatori di applicazioni per facebook e iphone

- la consegna del Premio SocialApp Italia 2009, promosso da TOP-IX e Mikamai, con il supporto del Social Application Program di Sun Microsystems, e dedicato a team, singoli sviluppatori, agenzie, che abbiano sviluppato o che abbiano intenzione di sviluppare applicazioni per Facebook, Opensocial e Bebo. La novità per questa edizione del premio e che possono partecipare al contest sia le applicazioni italiane che quelle estere.

- una discussione sulla necessita' e i contenuti di una Carta Etica Digitale, che esprima principi e modalità per un uso consapevole della Rete, coordinata da Massimo Melica, fondatore di Innovatori, un'associazione indipendente e senza scopo di lucro che intende occuparsi dell’innovazione dei sistemi di comunicazione, della gestione e dell’amministrazione e della produzione di beni e servizi.

- un intervento su "La cultura della politica incontra la cultura dell'innovazione", promosso dalla Fondazione Gianni Pellicani, che si propone di favorire la crescita culturale, sociale e politica della collettività, nonché di stimolare l’evoluzione delle tecniche di gestione della cosa pubblica, con particolare attenzione all’amministrazione della città di Mestre Venezia, e dall'Istituto per le Politiche dell'Innovazione, un progetto collaborativo nato sul web tra professionisti informatici economisti, che si propone di studiare le tematiche dell’innovazione da ogni possibile angolo di visuale, fornire occasioni di confronto, dialogo e collaborazione tra aziende, istituzioni e società civile e, quindi, formulare al Governo ed al Parlamento proposte, idee e suggerimenti per la gestione di una politica dell’innovazione. Uno strumento di lavoro dell'Istituto e' il wiki, aperto ai contributi di tutti, sul quale sono ospitati periodicamente documenti contenenti idee di macropolitica dell'innovazione e disegni di legge finalizzati alla soluzione di specifici problemi del sistema innovazione.

In particolare, nella seconda giornata sono previsti "interventi dal basso" (Barcamp) sui temi suggeriti: cultura digitale, cittadinanza digitale, nuovi paradigmi della comunicazione, social media al servizio dei cittadini, ecc.

Patrocinatori istituzionali sono il Comune di Venezia e Venis, (Venezia Informatica e Sistemi S.p.A.), l'azienda di servizi ICT dell’Amministrazione Comunale di Venezia per la realizzazione, lo sviluppo e la conduzione tecnica del Sistema Informativo e della Rete di Telecomunicazioni. Tra i network e le associazioni che hanno dato il proprio supporto all'iniziativa, ci sono gia' Assint, Assodigitale, Innovatori, International Webmasters Association, Istituto per le Politiche dell'Innovazione, Nord Est Creativo, Ecosistema 2.0, Fondazione Gianni Pellicani.

Un grande progetto, destinato a fare scuola, e anche una grande responsabilita', per tutti: come "cittadini digitali" siamo tutti chiamati a trasformarlo in successo.

[Questo articolo e' pubblicato anche qui]

giovedì 8 maggio 2008

Democrazia e fascismo: impossibile confondere

Di seguito il mio commento al post "Chi sono i fascisti? L'India critica Alemanno ma finanzia la giunta in Birmania" di Enrica Garzilli alias Boh.

Uno stato democratico e uno stato fascista sono ben diversi e riconoscibili. Non mi interessa riportare qui le mie idee al riguardo. La storia offre molti fatti a supporto di questa affermazione. Infatti si sono dovuti registrare orrori causati da 'tutti' i regimi fascisti e comunisti, ma non mi risultano 'regimi' democratici che abbiano vessato la popolazione privandola di liberta' , riducendola in miseria, abbruttendo i singoli individui, non episodicamente tanto meno sistematicamente, nemmeno eccezionalmente. Se dimentico qualche esempio, segnalatemeli.

Detto questo, mi sembra evidente che nessuno e' perfetto, e nessuno e' il male assoluto. Ma non per questo i sistemi politici e sociali che stanno tra questi due estremi (cioe' tutti) si equivalgono, o si possono confondere.

Per quanto riguarda Alemanno, essendo stato regolarmente eletto secondo le regole democratiche, e avendo preso le distanze dal fascismo (lui e in generale AN), che governi e che sia giudicato quindi per come avra' governato.

Con buona pace di chi solleva polveroni per confondere le cose, di chi saluta l'avvento di Alemanno come il ritorno del fascismo, e sotto sotto non sarebbe dispiaciuto se ci fosse una deriva fascista. Esattamente come ieri altri speravano in una deriva comunista.

Non dimentichiamo che ne' l'estrame destra ne' l'estrema sinistra sono piu' rappresentate in parlamento. Credo sia un male minore accondiscendere ad una certa contiguita' (oggi con l'estrema destra e ieri con l'estrema sinistra) piuttosto che certe istanze, benche' poco condivisibili, si manifestino in modo imprevedibile, fuori dai confini di una civile convivenza.

E se questo significa che in qualche 'pezzo di colore', sui giornali di mezzo mondo, ci dipinge a rischio ora di fascismo ora di comunismo, ci rido sopra, e penso che in fondo nessuno puo' scagliare questa pietra per primo. E penso che la nostra democrazia e' abbastanza robusta proprio per questo.

lunedì 5 maggio 2008

Le tasse sono il mezzo, non il fine, e nemmeno il tema

Marshall McLuhanInnanzitutto una premessa. Da McLuhan in poi, l'importanza del mezzo sul messaggio dovrebbe essere un fatto acquisito. La stessa informazione su canali diversi trasferisce messaggi diversi. Si sbaglia quindi chi si stupisce che gli elenchi delle dichiarazioni dei redditi degli italiani su internet siano da considerare diversamente da quelli disponibili agli Uffici Comunali. [Edit 6/5 14:45] Questo solo per dire che ben venga l'innovazione, solo facciamolo bene.

Ma il punto non e' questo.

Carlo IIIIn Italia, forse per aver ereditato modelli burocratici ottocenteschi (e non essercene piu' liberati), i nostri politici sono da sempre bravissimi nel disporre norme che stabiliscono una cosa e insieme il suo contrario. Con il preciso intento di legittimare e consolidare il potere discrezionale dell'Organo Esecutivo.
La pubblicazione degli elenchi in internet ha scardinato questo meccanismo, e ha reso "chiaro e semplice" cio' che prima era consentito ma con vincoli discrezionali. Quindi ben venga.

Ma il punto non e' nemmeno questo.

Le vite degli altriVenedo al nocciolo del provvedimento, e' chiaro che e' stato emesso per favorire la lotta alla evasione fiscale. E sull'intenzione non c'e' nulla da dire, anzi da applaudire. Ma risponde ad una logica di competizione sociale (e anche un po' di delazione), e conferma un'idea di Stato "contro" i cittadini, e che anzi cerca di affermarsi mettendoli uno contro l'altro. Per questo il mio parere sul provvedimento e' totalmente negativo. [Edit 6/5 14:45] Io ho pagato fior fiore di tasse da dipendente, e fatturo regolarmente ora che sono libero professionista, ma mi da' fastidio essere annoverato tra gli 'amici' come se approvassi la nostra Pubblica Amministrazione che invece vorrei riformata profondamente, anzi rivoltata come un calzino.

A questo riguardo, non si puo' prescindere dal fatto che le tasse sono intese dai cittadini come un furto da parte dello Stato: chi le deve pagare odia farlo, e quindi odia chi puo' evadere. A causa di questo clima di conflitto cittadino-stato e soprattutto cittadino onesto per forza-cittadino evasore, il provvedimento della pubblicazione rischia di andare contro l'armonia nazionale (gia' a rischio per altri motivi). Per questo io dico che ad onorevoli intenzioni sono seguite discutibili azioni (e forse improvvide).

Per vincere l'evasione fiscale, occorre demotivare il senso generale di iniquita' che gli italiani hanno delle tasse. Questo si puo' (e si deve) ottenere rendendo piu' efficienti i servizi pubblici che lo Stato eroga ai cittadini (grazie alle tasse), ed eliminando sprechi e privilegi nella Pubblica Amministrazione, rendendo possibile l'alleggerimento della pressione fiscale e trasmettendo un modello di responsabilita' civile e di onesta' nel rapporto tra stato e cittadini.

Purtroppo quella ricetta non e' ne' nel programma del centrodestra, che vuole abbassare le tasse e contemporaneamente diminuire il sistema di servizi pubblici, a favore del privato, ne' del centrosinistra, che vuole far passare l'idea che le tasse sono una cosa bella, lasciando in secondo piano il miglioramento del servizio pubblico e la questione dell'efficienza.

Della serie, l'Italia che vorrei e chi dovrebbe portarla...

domenica 13 aprile 2008

La mia dichiarazione di voto

Oggi andro' a votare. Gia' questa e' una decisione, molto piu' serena e convinta rispetto alla scelta di chi votare.
Non esistono politici perfetti, perche' nulla e' perfetto, dunque e' necessario e doveroso scegliere il miglior compromesso, pur nella continua tensione al miglioramento e alla perfezione, anche in politica.

Votero' in modo "utile", almeno spero, perche' vivo in un paese a rischio di catastrofi economiche e sociali, in quanto fanalino di coda di un sistema economico occidentale in grave crisi, sia per la posizione che occupa (la peggiore in molti campi) e sia per l'incapacita' di porre in atto un processo di miglioramento. In una tale situazione la prima cosa che spero sia evitata e' uno stallo della politica, gia' inefficiente, e l'aggravamento degli ostacoli e la perdita di opportunita' per il paese, legati alla mancanza di buon governo.

Dunque rimane da definire cos'e' un voto utile per me. Ci sono considerazioni di breve e lungo tempo, pragmatiche e di principio.

Tra quelle di breve e pragmatiche, c'e' soprattutto questo: un voto utile e' un voto che permetta all'Italia di essere governata, qualunque sia l'orientamento politico di chi la governa. La politica per la politica, quella delle poltrone, quella della casta, e' sempre piu' inacettabile, proprio perche' oggi questa logica non e' mai stata piu' soverchiante. Vinca chi deve vincere, e che governi come crede, poi a casa se non funziona, e subito un altro giro. Sciagurati sono per me i consigli che ho letto, di votare in modo che l'apparato governativo risulti in condizioni di stallo. In mancanza di indicazioni precise dall'elettorato, il politico si svacca sulla poltrona.

Tra quelle di lungo e di principio, ci sono le mie convizioni, la consapevolezza che la destra non e' uguale alla sinistra e non potra' mai esserlo. Su molti punti i programmi delle due coalizzioni sono sembrati simili, eppure su altri c'e' ancora oggi una divisione netta. Nell'idea di giustizia e liberta'. Nel valore della socialita' e in molti altri valori. Nel senso delle regole. Nel ruolo dello Stato. Io sto da una sola di queste due parti, e spero che l'approccio di quella sia sempre piu' applicato e permetta una vita migliore per tutti, e per me. Il mio voto quindi non puo' prescindere da questo.

Infine, proprio perche' la razionalita' non e' in grado di sostenermi fino in fondo in questa scelta, ci sono alcune considerazioni di pancia. Quando Berlusconi scese in politica 14 anni fa, molti salutarono festosamente il nuovo linguaggio, la capacita' di comunicazione, e diciamo proprio di fascinazione. In realta' Berlusconi e' Berlusconi, e presto e' diventato chiaro. D'altra parte la politica da allora non e' stata piu' la stessa, e sono convinto che questo e' piu' positivo di quanto effettivamente Berlusconi abbia dato alla vita politica italiana. In queste elezioni questo ruolo e' passato sulle spalle di Veltroni. Al di la' del fatto che Veltroni e' Veltroni, ho percepito il senso del nuovo solo nelle sue parole. E sono convinto che anche in questo caso la politica non sara' piu' la stessa, a prescindere da quello che effettivamente Veltroni dara' alla politica italiana. Tra l'altro Veltroni era politico gia' ieri, e di lui si puo' gia' verificare l'operato, che coincide con il sorpasso di Roma su Milano alla guida delle citta' dinamiche mondane e produttive.

Nessuna delle precedenti considerazioni da sola sarebbe sufficiente per decidere. Fortunatamente c'e' una specie di consonanza tra tutte, e il mio voto, anche se con un grave senso di inquietudine e inadeguatezza, sara' quindi su queste note.

martedì 18 marzo 2008

Lhasa in fiamme, il Tibet nel sangue: che fare ?

La protesta dilaga in tutto il Tibet e l'ultimatum scaduto non preannuncia nulla di buono. La foto e' via Lorenzo.


Anche la blogosfera si sta accendendo sulla protesta in Tibet, sulla repressione cinese e sull'opportunita' del boicottaggio delle olimpiadi. Sondaggi fioriscono dappertutto: Panorama, Vita, ...


Del resto anche in Tibet ci sono opinioni differenti: alcuni giovani monaci e parte della popolazione e' esasperata, e incline a manifestare sempre piu' violentemente, mentre altri, e il Dalai Lama, in testa, invitano alla prudenza, alla non violenza e al dialogo. Inutile dire che i cinesi, che non sentono certo il bisogno di giustificazioni per il loro operato, approfittano a man bassa della reazione dei monaci per aumenatre la recrudescenza della repressione (quasi cento morti negli ultimi scontri).


I boicottaggisti di casa nostra sono motivati dalla necessita' di mostrare alla Cina che tutto il mondo occidentale non puo' piu' accettare la "Nuova Rivoluzione Culturale" (virgolette mie), antiliberale antidemocratica e soprattutto aggressiva e violenta. In questo c'e' evidentemente l'urgenza di dare alla Cina una risposta che va oltre alla questione tibetana, e in qualche caso anche oltre alla questione politica e sociale, e si aggancia a quella economica, molto sentita (e forse piu') qui in occidente. Boicottagisti sono ad esempio, con atteggiamento diverso, Gigi, Ivan, Marco, tra i tantissimi altri.


[Edit 18/3 17:00] Chi condivide lo sdegno sui fatti di Lhasa, e la necessita' urgente di fare pressioni sulla Cina, ma e' scettico sul boicottaggio, sono il Dalai Lama stesso e USA e UE, stando alla loro posizione ufficiale. Mi aggiungo anche io, perche' temo sostanzialmente di fare il gioco dei cinesi, e considero preferibili (purche' si facciano) altre azioni che comunque preservano il dialogo coi cinesi. Ai cinesi conviene infatti, cosi' come e' stato nel secolo scorso, poter "gestire" il problema Tibet lontano dagli occhi del mondo intero. Ogni genocidio, culturale o vero e proprio, necessita infatti di essere svolto nella segretezza e nella possibilita' che sia affermata una lucida follia come fosse la sola verita'.


C'e' poi il beneficio di dare ai cinesi (al popolo, non ai governanti) sempre maggiori possibilita' di confronto col mondo occidentale, affinche' germoglino anche li' sentimenti popolari di emancipazione sociale ed economica. Le olimpiadi sono senz'altro un'occasione unica, se si considera l'impressionante piano di interventi sull'urbanistica, sui trasporti, sull'ambiente, sul galateo, sull'immagine ... che il governo ha stanziato per ben figurare in questa occasione, e che si traduce inevitabilmente nell'occasione per tutti i cinesi di poter misurare la distanza dall'occidente sul piano civile.


[Edit 18/3 17:00] Tra l'altro mi sembra di ricordare che le olimpiadi furono boicottate in altre due sole occasioni, ma in sostanza una sola volta. La prima, per iniziativa del blocco occidentale quando si tennero a Mosca (1980) per protesta contro l'occupazione russa dell'Afghanistan dell'anno prima. Sessantacinque nazioni non parteciparono alle Olimpiadi tra le quali gli Stati Uniti, il Canada, la Germania Ovest, la Norvegia, il Kenya, il Giappone e la Cina (nota bene) oltre al blocco delle nazioni arabe. La seconda volta l'iniziativa fu del blocco sovietico (solo 19 non partecipano tra cui Cuba ed Etiopia), sostanzialmente per semplice ritorsione, l'edizione successiva di Los Angeles, 1984. Se la storia si ripete, stiamo discutendo se dare inizio ad una nuova Guerra Fredda ? e se fosse abbiamo altrettante speranze di vincerla ?


Altri contrari al boicottaggio si rifanno alle radici culturali e religiose del Dalai Lama e dei tibetani buddhisti, come Gilgamesh. ma non sembra questo l'unico punto e forse nemmeno il piu' importante.


Quello che e' invece proprio sbagliato e' far passare la vicenda sotto silenzio, come sembra essere la linea del Vaticano e del CIO, o peggio strizzare l'occhio al governo cinese sdoganando una politica egemonica, pronta a calpestare i diritti civili e far scorrere il sangue, per aver intrapreso la strada della cooperazione economica con l'occidente.