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mercoledì 15 settembre 2010

Scrivere, come lavorare la creta

Ogni volta che scrivo articoli (dalla mezza pagina in su) mi sembra di far lavorare la creta (i miei pensieri) al tornio (la scrittura). Li ripasso anche una decina di volte e ad ogni giro un leggero movimento delle dita profila una nuova curvatura. Poi alla fine la cottura nel forno (la parola ai lettori, e io stesso tra quelli), e l'inquietudine di vedere polvere e liquidi cristallizzarsi, e sfidare il tempo. "Viene l'acqua, la creta c'e'. Viene il fuoco, la creta c'e'." (cit. Lee Babel)


mercoledì 2 giugno 2010

Essere, comunicare/apparire o relazionare

Rispondo a Luca e al suo articolo sul potenziale evocativo dei modelli culturali (e della democrazia presa ad esempio particolare), rispetto al caso - solo teorico - di una comunicazione perfettamente efficace. Lo invito a leggere tutto, anche perche' in poche righe condensa molti interessantissimi spunti, e perche' si chiude con parole molte belle (perche' Luca e' un "abile comunicatore" ;-):


L'idea che la democrazia viva di una comunità consapevole che sceglie in base a informazioni metodologicamente corrette è in larga parte una bella e buona utopia. Il che non ne riduce l'importanza. Semplicemente ci insegna a pensare che il bello e il buono di quell'idea che è già diventato realtà è meno grande di quello che resta ancora da costruire.

Almeno questa consapevolezza dovrebbe diventare largamente esplicita. Se vogliamo migliorare il modo che abbiamo di informarci. Per scegliere.

Dunque, grazie ad un background culturale comune, anche comunicazioni non proprio efficaci possono portare una societa' ad agire in modo sufficientemente coordinato, e a progredire in una direzione coerente con la cultura stessa prima ancora che con le comunicazioni che vi intercorrono (cosi' ho inteso il senso della nota).

Mara CarfagnaLuca LucianiMa in un contesto sociale come il nostro, dove la "comunicazione" ha assunto un ruolo cruciale da molto tempo, e' andata diffondendosi una certa padronanza dell'uso dei media e dei linguaggi, ed e' grazie a questa abilita' "tecnica" che si riescono a coordinare azioni e modelli di comportamento, non in base ad una "cultura" condivisa, a meno che non si voglia parlare di "cultura della comunicazione".

In questo particolare contesto, gli esperti di comunicazione, o semplicmente i competenti in materia, a qualunque livello della scala del potere, sfruttano intenzionalmente la comunicazione subliminale per indirizzare il meccanismo comunicazione-azione secondo scopi predefiniti, e poco condivisi consapevolmente.

Interessante sara' a questo punto, monitorare i cambiamenti prodotti dalla diffusione del "web partecipato", e la rivalutazione della "relazione" proprio come strumento di emancipazione di quella parte della societa' che era stata esclusa dalla leva del potere della "comunicazione". Assisteremo ad uno shift dalla cultura della comunicazione alla "cultura della relazione", e nasceranno nuovi professionisti, abili nell'utilizzo di tecniche nell'ambito delle relazioni sociali.

Il lato B e' che si trattera' ancora di culture fondate su un unico valore piuttosto superficiale: relazionare (al posto di comunicare/apparire). Si sviluppera' - io lo temo, non lo auguro - un modello di societa' ancora poco orientato a progettualita' di prospettiva, ad elaborare e sostenere "visioni del mondo" illuminate, e a dare risposte a problematiche complesse. Non piu' "avere o essere", e nemmeno "essere o apparire", ma "essere o relazionare" sara' il prossimo dilemma dominante (tutte rivisitazioni di "essere o non essere", comunque).

Inevitabile? No. Ma dobbiamo esserne coscienti. Questa volta giochera' in positivo il fatto che la relazione e' vincente se e' 1:1, dunque non si puo' "industrializzare" come la comunicazione. Ma dobbiamo anche essere consapevoli dei costi in termini di impegno personale che la relazione richiede, proprio per questo motivo: un impegno che sottrae evidentemente energie a qualcosa di piu' sostanziale e programmatico.

Sara' quindi importante non cadere nell'errore, anche se per motivi diversi, di considerare il "relazionare" (come oggi il comunicare, l'apparire) come un valore a se' stante, se non l'unico valore, e tenere distinto il piano valoriale da quello strumentale. Visto com'e' andata negli ultimi anni, se vogliamo dimostrare che abbiamo imparato la lezione (?), educazione e stimoli appropriati sul piano culturale dovrebbero ricevere la nostra massima attenzione. Altrimenti tra cultura della comunicazione e cultura della relazione, sempre di culture fondamentalmente tecniche staremo parlando.


domenica 28 febbraio 2010

Ma quanto affascinante e' l'Uomo Nero?

Si discuteva qui in merito ad un gruppo Facebook che invitava a prendere i bambini down come bersagli (ANSA), e se era il caso di riportare la notizia, con quale enfasi. Questa discussione, cambiato il contesto, ormai ricorre piuttosto spesso, anche se sono convinto che e' tipica di questa fase di boom di internet (facebook) in italia, e fra qualche manciata di semestri si spegnera' da sola. Cio' nonostante, lungi dal voler assumere i panni dell'insegnante, penso che valga la pena scriverci sopra due righe, ricollegandomi anche alle raccomandazioni dell'Unione Europea sull'importanza delle nuove competenze.

Su un fronte ci sono i "gossippari", che sostengono ci sia un valore nel dare evidenza a questi contenuti, e in particolare nel fare "giornalismo dal basso" (pero' molto simile ad un certo tipo di giornalismo mainstream che in realta' e' trash). Questi sostengono che il contenuto vada proprio mostrato, meglio se integralmente, facendosi evidentemente da amplificatore, sia che si tratti di violenza, gossip o altre pruderie. Naturalmente sostengono che reiterare lo spiattellamento davanti ad un pubblico sempre piu' vasto ed indifferenziato, anche nei casi di contenuti veramente abusivi, permettera' una "maggiore consapevolezza" negli utenti, e una reazione piu' convinta.

Sull'altro fronte ci sono gli "oscurantisti", che sostengono invece la censura piu' drastica, che prevede di non citare affatto il contenuto abusivo, e di seppellirlo nell'indifferenza piu' assoluta. Sono convinti che il "word-of-mouth" sia una buzzword senza significato, e che la rete sia pura e immacolata proprio perche' abitata da persone nobili, rette e di gusti raffinati. Chi non e' cosi', non e'. Hanno un intento pedagogico, ma piu' da collegio svizzero che da campo scout: a loro preme l'educazione degli abitanti piu' immaturi e deboli della rete. Sempre che questi non trovino altre strade per accedere agli stessi contenuti, cosa su cui invece tendono ad impegnarsi tanto piu' quanto gli stessi sono proterviamente censurati.

C'e' una sfumatura che non deve essere persa: l'immagine di internet, che viene trasmessa sul mainstream, e' ancora oggi distorta proprio dal fatto che fanno piu' notizia certi gruppi su Facebook, certi video su YouTube ... che non i contenuti di valore, che pure sono presenti in numero 100 1000 volte maggiore. Insomma e' la solita questione: quanto e' piu' affascinante l'Uomo Nero ?

Alimentare la convinzione che internet sia luogo di cazzeggio, quando non tana sicura per pedofili, violenti facinorosi e truffatori, continua ancora oggi a rallentare la diffusione di un mezzo cosi' cruciale per lo sviluppo del singolo quanto della collettivita'. Per molti utenti potenziali, l'accesso ad internet risulta ancora difficoltoso e ansiogeno, quindi qualunque pretesto e' buono per decidere di non sottoporsi ad una tale prova.

Il famoso fotografo Toscani ha trovato un evidente migliore compromesso, trasformando la semplice riproduzione del contenuto "abusivo" (nel suo caso si tratta degli abusi di tutta una societa', ma questo non cambia la questione), in una espressione artistica, estraendone cioe' l'essenza, denundandola di ipocrisie e morboso compiacimento, e portandola ad un livello di comunicazione diretta e inequivocabile. In questo modo ha ottenuto di mantenere accoppiati sia la lucida riproduzione del contenuto originale, sia l'integrita' e la forza della denuncia.

Ecco, a tutti coloro che se la cavano con un rapido reblog di certo trash in rete, o che peggio ci ricamano sopra articoli dallo spessore millimetrico, suggerisco di tentare semmai un'operazione alla Toscani, avendo quindi sempre in mente cio' che veramente si vuole comunicare. Se poi qualcuno dovesse provare un vago senso di modestia, prima di abbandonarsi al trash o all'oscuramento, suggerisco di passare dal linguaggio delle immagini a quello delle parole, di preferire la citazione di uno stralcio alla riproduzione integrale, di dimenticare il link all'originale, e di concludere il proprio pezzo con una nota chiara circa la propria valutazione. E, perche' no, documentare con altrettanta scrupolosita' anche i contenuti di valore che pure sono presenti in internet, e possibilmente nel realistico rapporto di uno a dieci, minimo.

domenica 14 settembre 2008

Il viaggio, tra conoscenza e socialita'

Questa cosa dei taccuini di viaggio mi sta intrigando moltissimo.

In un tempo in cui non si viaggia piu' (o molto meno) per conoscere luoghi inesplorati, e la velocita' degli spostamenti rende difficile combinare l'esperienza con la riflessione, cosa diventeranno i taccuini di viaggio ? Simonetta Capecchi mi ha risposto sul suo blog.

Viaggio come arte, Viaggio in se' stessi

Mi parla di due tipologie: "viaggio come arte" e "viaggio in se' stessi". Trovo che li accomuna una cosa (che e' nella natura stessa del viaggio, a mio parere): una ricerca di conoscenza, di cio' che non c'e' nel nostro mondo, che non e' chiaro nella nostra testa, nella nostra esperienza quotidiana.

Il "viaggio come arte" a cui si riferisce, spero di non sbagliare, e' quindi una ricerca di ritmi e tempi che la vita quotidiana ci ha fatto perdere. Del rovesciamento del controllo tra noi e l'ambiente. E' forse un ri-conoscere.

Il "viaggio dentro se' stessi", che richiede di poterci guardare in nuovi contesti, alle prese con nuove esperienze, e' invece e' un nuovo passo in quel percorso di conoscenza di se' che non ha mai fine.

In entrambi i casi il taccuino ha una funzione documentaristica, forse piu' tipica nel primo caso. Nel secondo caso la differenza tra diario di viaggio e diario intimo si assottiglia molto, e quindi anche il linguaggio consente probabilmente piu' creativita'. (Molto bello quello di Nadia).

Viaggio come nuova esperienza sociale.

Ma non c'e' solo la dimensione introspettiva, c'e' anche una prospettiva piu' sociale nel viaggio. C'e' l'esperienza condivisa coi compagni di viaggio, con le persone incontrate lungo il percorso, con gli amici a casa che conoscono i preparativi, immaginano la nostra avventura e ascolteranno i nostri racconti.

Un tempo forse la distanza percepita tra i luoghi e la cultura di casa, e quelli esplorati nel viaggio, era tale che il coinvolgimento era "occasionale", "esperienziale", aveva un inizio e una fine ben precise. Oggi alla dimensione semplicemente cognitiva, si sovrappone una piu' marcata dimensione sociale: ci si muove in un altro angolo dello stesso villaggio globale, si incontrano "compaesani globali".

Compaesani globali

Lo yemenita che ci guida nel deserto non e' solo l'intermediario che ci svela una cultura esotica e luoghi mai immaginati: e' lo strumento con cui possiamo conoscere la trasformazione di una cultura per effetto delle dinamiche mondiali dei mercati delle materie prime, e ci dimostra come sia difficile contenere il confronto in termini di pace e dialogo e non di conflitto e terrore.

Il bambino keniano che ci offre la statuetta in ebano sulla spiaggia, e poi ci conduce nella bidonville dove a decine i suoi coetanei lo lavorano, e' l'occasione per comprendere come l'economia del commercio globale sia presente anche negli angoli che riteniamo (ingenuamente) ancora vergini, e di comprenderne le conseguenze.

Ma anche un viaggio di avventura ormai ci dice cosi' tanto della nostra societa', da cambiare il colore di qualunque sfida con se' stessi, come l'attraversamento del passaggio a Nord Ovest, o della foresta amazzonica.

E che dire dei viaggi piu' "nostrani" ? sempre molto interessanti e modernissimi, nel mondo occidentalizzato, come rivisitare Berlino a quasi 20 anni dalla caduta del muro, o un giro nella Amsterdam di Theo Van Gogh, o nella Cadice oggi porta del Sud (piu' che dell'Ovest).

Il taccuino di viaggio di ieri era uno strumento individuale, e la condivisione e il confronto erano rimandati ad un momento successivo, al rientro dal viaggio. Il taccuino raccordava due mondi separati: il contesto del viaggio e il contesto di casa.

La simultaneita' di vivere, viaggiare, raccontare

Mi incuriosisce sapere se e come le nuove tecnologie abbiano permesso l'abbattimento di questo vecchio muro, abbiano reso superate anche quella categoria. Oggi i miei compagni di viaggio possono essere "virtualmente" al mio fianco: certo potrebbero solo vedere e sentire attraverso i miei sensi, ma potrebbero commentare e suggerire "durante" il mio viaggio.

Non so se questo sia un bene in assoluto. Certo sarebbe un'opportunita'. Il rischio potrebbe essere che l'esperienza nel mondo reale potrebbe essere inquinata dai codici comportamentali dettati dalla tecnologia: ma anche gli acquerelli e il carboncino impongono vincoli tecnologici, rimane a noi quali tollerare come compatibili con la nostra idea di viaggio.

Certo che se e' vero, come dice Magris:
A favore del taccuino di viaggio illustrato come narrativa non-fiction, a proposito del fissare sulla carta pezzi di vita reale, come piccole, personali e incomplete storie del "qui ed ora", mi piace Magris quando scrive:

"Vivere, viaggiare, scrivere. Forse oggi la narrativa più autentica è quella che racconta non attraverso la pura invenzione e finzione, bensì attraverso la presa diretta dei fatti, delle cose, di quelle trasformazioni folli e vertiginose che, come dice Kapuściński, impediscono di cogliere il mondo nella sua totalità e di offrirne una sintesi, consentendo di afferrarne, come un reporter nel caos della battaglia, solo dei frammenti".
 blog it

...allora la presa diretta implica anche la simultaneita' del viaggio e del racconto.

venerdì 11 gennaio 2008

Twitter politici

Qualche politico italiano e' timidamente sbarcato su Twitter, sulla scia degli americani, immagino: soprattutto Veltroni.

Sto seguendo quelli che ho trovato, eventualmente segnalatemene altri:
Walter Veltroni
La Nuova Stagione (sempre veltroni)
Romano Prodi
Rosy Bindi

e poi
Barack Obama
Hillary Clinton
Bill Clinton
Angela Merkel
Gordon Brown
Tony Blair
David Cameron

Naturalmente c'e' sempre il rischio di cadere in qualche caso di "identita' violata" (tipo SilvioBerlusconi, HillaryClinton, GordonBrown, Zapatero, Sarkosy...).

Alcune considerazioni, per lo piu' evidenti:
- Veltroni il piu' attivo (338 followers, 295 updates) + LaNuovaStagione (199 followers e 162 updates)
- Romano Prodi non twitta da due mesi, e l'ultimo twit e' stato (ed e' ancora li' in evidenza) "sono stanco.", pero' prima aveva twittato 125 volte
- Rosy Bindi ha i suoi twit sotto chiave e deve ancora accettare la mia richiesta di seguirla, pero' ha 70 updates per 2 follower (mah!)
- nessuno della destra italiana (mandatemi segnalazioni)
- Barack Obama, moltissimi follower (>6700), quasi altrettanti following (anche io!, evidentemente in automatico), ma pochi updates (57), e per lo piu' rimandi al sito ufficiale
- Bill Clinton, candidato a 1st Husband, non si e' impegnato molto (69 updates) ma sempre piu' di Obama, ma con 'appena' 2195 follower
- Hillary Clinton: 1 update 10 mesi fa, e non dico altro
- Angela Merkel ha twittato 89 volte e ha 206 follower, molto bene, ma soprattutto e' l'unica che usa twitter anche per rispondere ad altri twit (se ho capito bene, visto che il tedesco non lo mastico)
- Gordon Brown ha twittato ben 523 volte per soli 33 follower,
- Tony Blair aveva twittato 240 volte per 30 follower (poi ha chiuso 6 mesi fa)
- David Cameron si e' invece attestato a 97 update per 48 follower

Lascio a voi le conclusioni, se se ne possono trarre. La partecipazione e' ancora scarsa, ... anche perche' non ci sono campagne elettorali in corso. A me sembra un buon modo per avere un'idea della "persona", prima che del "politico", ancor piu' del blog (in cui era possibile scivolare nel linguaggio da comunicato stampa). Inoltre la sintesi, velocita' e quotidianita' li puo' rendere ancora molto piu' "alla pari" con la gente comune che vive la vita di tutti i giorni. E ci vuole ancora piu' coraggio!

Avevano gia' fatto qualche commento NovaMob (su quelli italiani, 30/11/07), Blogosfere (su quelli stranieri, 18/5/07), e Antonio Sofi (all'alba dei primi twit politici americani, 7/3/07).

giovedì 10 gennaio 2008

twitter brainstorming session: 10% medium, 90% message

clipped from www.loiclemeur.com


I used twitter this morning to prepare my session at the Open Forum in Davos. I did not use Seesmic because I just had 10 minutes before the call, but will also do a brainstorming there. This session will be streamed live on the Internet and I will try at least to have a chat room or a gtalk+twitter to take reactions and questions from the Internet...

 blog it


A proposito di chi insiste perche' su internet siano pubblicati contenuti di maggiore qualita', io rispondo che e' fatica sprecata insistere su quello. La qualita' dei contenuti e' data dalla combinazione "mezzo+comunicatore", come si puo' vedere dall'utilizzo che Loic LeMeur o GianLuca Diegoli s'inventano di Twitter.

Dunque non piu' "contenuti di qualita'" ma piu' "comunicatori di qualita'". D'altra parte internet c'e' (e progredisce sempre piu'), inoltre e' aperto e gratuito, quindi non e' necessario invocare una sorta di grande-fratelliano nuovo "piano editoriale" o "programmazione del palinsesto" di internet. E' necessario invece che comunicatori potenzialmente interessati e interessanti, ma ancora fuori da internet, si rendano conto delle possibilita' gia' offerte, e le riconoscano come consone alla loro attivita' quotidiana. Quanti tra coloro che sanno di internet, conoscono infatti i mille diversi modi di comunicare che oggi si basano generalmente su internet, e, per esempio, Twitter e le decine di applicazioni che si basano su quello strumento ?

Allora forse cio' che manca e' un maggiore "passaparola" a proposito di internet, e fuori da internet. Un passaparola che porta chi e' fuori, dentro, e chi e' appena dentro (sito), piu' dentro (blog e social network, twitter, ...). Finche' ognuno trova il mezzo piu' adatto ai propri contenuti, e attraverso quel mezzo scopre di avere contenuti che diventano messaggio e conversazione. Quindi, i comunicatori prima, i contenuti poi, la conversazione come risultato.

venerdì 4 gennaio 2008

Internet e la TV: la comunicazione e i comunicatori

Luca De Biase riprende in questo post la ricerca del Politecnico di Milano e Nielsen secondo la quale internet ha superato la tv nell'interesse degli italiani. Cosi' ho commentato.

Sono piuttosto freddo rispetto a questa notizia.

Primo perche' conferma una tendenza (la crescita progressiva di accessi e di interesse per internet) che e' in atto da anni, e il cui ritmo, continuamente sbandierato come eccezionale, sta certamente provocando una rivoluzione in molti settori, pero' con trasformazioni che richiedono diverse fasi quinquennali/decennali.

Secondo perche' il confronto diretto internet-televisione e' indice di grande superficialita'. In internet l'utente puo' fare n-mila cose in piu' che guardare semplicemente il programma in onda sui diversi canali. Bisognerebbe scorporare quella percentuale di accesso e di interesse verso internet che veramente e' contesa dalla televisione (di oggi).

Ad ogni modo se qualche numero dice che sorpasso c'e' stato (ma sappiamo bene che oggi basta prendere un numero poco intercorrelato all'intero contesto e si puo' far passare una catastrofe per un miracolo e viceversa), certamente e' un episodio che in questa societa' superficiale e clamoristica sara' preso in seria considerazione. Non solo, "il parlarne" potrebbe veramente portare effetti di grande portata, molto piu' che "il fatto" in se'.

Questo dato e' importante, in realta', per due categorie di persone soprattutto: chi guarda la cosa dal punto di vista economico (e degli investimenti pubblicitari soprattutto), e chi cerca di prevedere le conseguenze di un internet sempre piu' condizionato dalle logiche economiche (e della pubblicita' appunto).

Volendo cogliere l'occasione per una riflessione costruttiva per il futuro, sono solo parzialmente d'accordo di richiamare l'attenzione sui "contenuti", come se fossero altro che il "mezzo" (McLuhan si rivolterebbe nella tomba).

Certamente un nuovo "mezzo" introduce una nuova comunicazione/informazione, ma se il reale bisogno di comunicazione/informazione e' povero, effimero, superficiale, disorientato, il nuovo "mezzo" non generera' d'incanto maggiore ricchezza, profondita' e costruttivita' nella comunicazione/informazione.

Siamo in una fase di sgomento generalizzato di fronte ai cambiamenti cosi' repentini di questo periodo storico, e ben poco ci sembra solidamente utile e chiaramente indirizzato verso la risoluzione dei nostri guai. Prevale il desiderio di rompere catene che sembrano ostacolarci o che sembrano inutili, da un lato, e la disperata voglia di congelare un passato a cui eravamo abituati e conservarlo prima che sia spazzato via definitivamente, dall'altro.

Internet portera' semplicemente piu' velocita' e piu' efficacia sia nella ricerca del nuovo alternativo, che nella difesa del vecchio tradizionale. Portera' piu' voce a noi stessi. Portera' piu' accelerazione al cambiamento che stiamo vivendo/volendo/subendo. Non sara' internet che determinera' dove stiamo andando: quello rimane a carico nostro. Se noi non lo sappiamo, internet non risolvera' il problema per noi, e nemmeno sara' imputabile come causa. E se noi non lo sappiamo, la qualita' in internet non sara' migliore di quella in TV, con la sola differenza che internet non sara' mai "massificatore" come la TV.

Se il richiamo sui "contenuti" deve essere letto come un riportare l'attenzione su una maggiore autoconsapevolezza (a scapito della prevalente resa alla tecnologia), un riportare il fine (e l'uomo come fine ultimo) davanti ai mezzi, allora sono d'accordo. E sono anche un po' spevantato per la difficolta' del compito che ci sta aspettando. Fortuna che i nuovi "mezzi" renderanno la cosa "tecnicamente" piu' facile.

sabato 29 settembre 2007

you're not doing it for you, there's somebody out there.

Seth Godin returns on a basic issue in communication: the rule of 7 (but 3 it's better!).

[...] Even though Aaron wasn't trying to sell a single idea with overkill, sometimes, marketers are doing just that. They're going overboard with all the benefits and features and wonders of the product or service they're launching. Politicians make this mistake every single day.

Resist.

Seven is probably too many bullets. Three is more like it.

Three we can handle. Three is manageable and memorable and actionable. Give me three things and I can find a place for them in my brain. Each of those three things can probably have three subthings if you like. And then, at least for now, that's it. [...]


A lot of people forget the simple fact that communication is not a simple action, and a proper method is strongly required. Your presentation should be managed in 7 steps. Your message should be translated in the listener's language...

The most part of a full theory for communicators can be condensed: you're not doing it for you, there's somebody out there. It's not a matter of making sound, publishing words, showing images, giving voice to personal thoughts or ambition: make your audience getting the message, that's it.

Here Frank Luntz comes to advice that understanding and communicating are not convergent. What people understand, Luntz says, comes first. Think to that, before starting a new communication. (He probably put the audience consensus above all, but this is another story).

So what people will understand when you'll start communicating ? You have to know your audience, how they use to communicate, where they put their attention. And what is best than a social network where your audience communicate, and you can listen and learn, to take the impasse over ?

I stop here, I give you no more than 3 points, for now.