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venerdì 11 settembre 2009

Un cowo a Bassano del Grappa/Vicenza

Seguo da quando e' nato, il progetto Coworking, che punta ad individuare nel territorio location di riferimento, generalmente coincidenti con gli uffici di qualche azienda o studio professionale lungimirante, che possono quindi essere affittate a prezzi modici, e soprattutto per periodi brevissimi - anche solo qualche ora - da professionisti mobili, in transito provvisorio.

Questa soluzione non ha solo il valore pratico di risolvere il problema del professionista "nomade", di trovare un punto di appoggio confortevole e sufficientemente attrezzato (wifi). Diventa anche piu' importante la possibilita' di creare momenti di incontro tra professionalita' ed esperienze diverse, imprevisti e disorganizzati, ma proprio per questo portatori di creativita' e di innovazione.

Sono quindi molto contento che si apra il primo "cowo" nella provincia di Vicenza, a Bassano, tra l'altro per iniziativa dell'amica Barbara e del suo studio:


Bassano del Grappa, Via Motton 56/A, 2 km dal centro storico e dalla stazione ferroviaria, presso lo studio di grafica tecnica e manualistica studiodz: ecco il primo Cowo di Bassano del Grappa.

Indirizzo: via Motton 56/A, 36061 Bassano del Grappa (qui le indicazioni stradali).
Persona di riferimento: Barbara Zen.
Contatto mail: barbara@studiodz.it.
Telefono: 0424/51.24.91.

venerdì 1 agosto 2008

Condivido ergo sum /3: condivisione rielaboratrice

Dal post precedente, "Siamo quello che condividiamo", dice Leadbeter. Forse, addirittura, "condividiamo, quindi siamo". Nella condivisione ci realizziamo.

Ma se condividere ci realizza, basta a farci sentire realizzati completamente ?

La controprova ? anche il piu' banale copia-incolla dice tantissime cose: "io l'ho selezionato", "io ero li' quando e' stato detto, quando e' stato messo in rete", "io sono in contatto con quello", "io ho avuto tempismo", "io sottoscrivo/aborro", "io cambio lo strumento per comunicarlo", ...

E se il singolo copia-incolla ancora non dice molto, la sequenza dei copia-incolla completa l'espressione dell'individuo. Lo sanno bene quelli che usano rebloggare sul proprio blog o su Tumblr, o segnare il proprio gradimento ad immagini (StambleUpon, Flickr, ...) o a musiche (Last.fm, Qbox) e libri (Anobii, GoodReads, ...), o qualunque cosa riguardi loro e i loro amici (Facebook, Myspace, ...).

Naturalmente il copia-incolla e' solo la prima forma piu' semplice della condivisione, ma e' gia' una forma di realizzazione dell'individuo, anche se di un individuo che non ama troppo la rielaborazione. Se alla citazione si aggiunge un commento di poche parole (come con gli strumenti di microblogging) o di poche righe (come in Tumblr e su certi blog minimalistici), o un articolone/polpettone di qualche pagina (come questo che stai leggendo), siamo in presenza di un fenomeno quantitativamente e qualitativamente maggiore, ma uguale nella sua natura fondamentale.

Questo e' chiaramente in relazione con la difficolta' che incontrano molti partecipanti al web2.0 di ritagliare degli spazi di rielaborazione personale, che sfociano poi tipicamente nella scrittura di un articolo sul proprio blog, quando si e' travolti dal flusso impetuoso delle conversazioni (vedi quest'altro post precedente).

Alcuni sentono il bisogno di avere questi spazi per se' stessi, perche' sentono che appartiene alla loro natura, e anche perche' ne percepiscono la necessita' pratica, per trovare risposte a domande e a problemi che la condivisione da sola non sembra poter risolvere.

La difficolta' risiede proprio nel fatto che la sola partecipazione al flusso delle conversazioni con semplici interventi e' gia' una condivisione, e' gia una realizzazione di se', e' gia' l'applicazione del proprio filtro-persona ai messaggi e alle informazioni scambiate con l'esterno, con gli altri. Forse non e' appagante per chi non vuole rinunciare ad una propria necessita' di approfondimento, ma e' gia' sufficiente per socializzare comunicare e perfino assimilare.

Anzi talvolta, una condivisione cosi' essenziale e' addirittura piu' funzionale: primo perche' piu' rapida e quindi pervasiva nei mille canali che il web2.0 ci propone, ma anche perche' pone meno ostacoli nell'interazione con la moltitudine dei partecipanti, i quali a loro volta non hanno sempre il tempo e la motivazione per impegnarsi in qualcosa di complicato.

Diventa cruciale saper mettere in una forma di condivisione snella e rapida il maggior valore sociale e cognitivo con cui vogliamo essere identificati, cio' per cui vogliamo essere riconosciuti, cio' su cui vogliamo confrontarci. Non viceversa: non bisogna piegare la condivisione con gli altri, ai tempi e alle forme di cui necessitiamo noi individualmente per la nostra rielaborazione.

Lungi dal negare l'importanza della rielaborazione e del momento di 'stacco' che questa richiede, ci mancherebbe, ma e' evidente l'importanza della sintesi e della semplificazione, e del confronto serrato. Perche' rielaborazione e distacco aiutano la nostra piu' completa realizzazione, ma la condivisione ne costituisce il presupposto essenziale.

Sotto queste pressioni, la generazione attuale e certamente quelle future, sono e saranno abituate ad approcciare la rielaborazione personale in una prospettiva di social networking: la condivisione non dev'essere in competizione con la rielaborazione. Dovremo allenarci, almeno chi gia' non lo e', ad una condivisione rielaboratrice.

Condivido ergo sum /2: social/knowledge networker

Riprendo da qui. Luca De Biase dice che nel 'siamo quello che condividiamo' di Leadbeter, e' compreso esprimere e connettere, e richiama li' l'attenzione che secondo lui, Leadbeter ha dimenticato di porre.

Non credo che i passaggi mancanti (esprimere e connettere) siano un difetto, come dice De Biase. E rielaborare dove finirebbe allora ? Quei passaggi mancano proprio per l'esercizio di sintesi e focalizzazione sui fondamentali, fatto da Leadbeter, e a soffermarcisi, ci si distoglierebbe dal vero messaggio che Leadbeter ci vuole dare.

Ben oltre il semplice 'esprimersi' e 'connettersi' l'uomo si caratterizza per quel processo di rielaborazione di cio' che riceve, che quindi rappresenta una sua produzione, e che ritorna a coloro con cui e' in relazione. Un uomo che pompa continuamente dentro e fuori, e filtra: tutto questo lo si puo' chiamare in una sola parola, condivisione. Come sanno bene tutti gli entusiasti partecipanti ai social network del web2.0, questo processo prima che cognitivo e' sociale.

L'uomo-filtro di messaggi/informazioni/conoscenza e' capace quindi di (1) entrare in contatto, selezionando i contatti stessi, (2) ascoltare o vedere, e ricevere, (3) mettere in relazione quanto ricevuto con se' stesso, la propria individualita' sociale ed eventualmente la propria conoscenza sedimentata, e (4) riproporre sia in forma di semplice 'copia' (che pero' ha gia' il significato in piu' dell'essere passata attraverso il filtro-persona), sia in forma di 'rielaborato' e (5) riattivare l'intero processo appena descritto in cui questa volta e' egli stesso l'originatore.

Dire che questo processo sociale e cognitivo e' essenziale per l'uomo, non e' una novita': "L'uomo e' un animale sociale", "Spendere una vita alla ricerca della verita'", "Conosci te stesso", "Apparire conta piu' che essere"... sono tutte formule gia' viste, e ciascuna col linguaggio del suo tempo, testimonia in quanti hanno creduto e credono a questo.

Ne' va sottovalutata la complessita' e il valore della rielaborazione che viene compiuta da ogni singola persona: "I libri sono fatti di libri", "L'esecutore supera l'autore", "Le colpe dei padri ricadono sui figli", ... [Edit 2/8 11:45] Anche Pavese ne "Il mestiere di vivere", un titolo un programma. Significative addirittura certe esagerazioni che girano in rete.

Socializzare e rielaborare (anche semplicemente selezionando e rilanciando lo stesso messaggio ma cambiando il mittente e talvolta il mezzo) sono concetti ritenuti fondamentali da tutti, e oggi potentemente supportati dal web2.0, in una nuova prospettiva chiamata pomposamente (e anche un po' maldestramente) 'economia della conoscenza'.

Dunque, cosa puo' una mente illuminata come quella di Leadbeter mettere in evidenza che ancora ci manca ? La portata del concetto di condivisione, appunto. Non la 'condivisione della conoscenza', intesa come lavoro, di cui si e' detto e scritto a fiumi, a partire da Druker. Non il social networking come semplice attivita' divertente e forse utile, ma solo collaterale al nostro essere. Il social/knowledge networker che si realizza pompando e filtrando messaggi e informazioni all'interno di un ecosistema sociale e cognitivo.

"Siamo quello che condividiamo", dice Leadbeter. Forse, addirittura, "condividiamo, quindi siamo". 'Condividere' e' una categoria in cui le attivita' umane sociali e cognitive si mescolano senza dover confliggere per una supremazia (sociale sotto, cognitivo sopra). Nella condivisione ci realizziamo: se non socializziamo, il nostro isolamento toglie alla nostra natura; se non trasmettiamo agli altri la conoscenza che abbiamo elaborato, a nulla e' valso elaborarla; se mettiamo a fattor comune anche solo semplici messaggi e immagini, abbiamo 'aggiunto valore' alla semplice combinazione di corpi e cervelli.

Condividere ci permerre di realizzarci, dunque. La domanda ora e' se permette una realizzazione completa ?

Condivido ergo sum /1: Leadbeter

clipped from blog.debiase.com

Cibo di sintesi

Ludwig Feuerbach scriveva «siamo quello che mangiamo». Charles Leadbeater dice «siamo quello che condividiamo». Il suo libro racconta il passaggio dalla produzione di massa all'innovazione di massa.

7:50:52 AM comment [0];


Chiosa a «siamo ciò che condividiamo»

Quest'idea di Charles Leadbeater secondo la quale «siamo ciò che condividiamo» indica solo una parte della realtà. Ma molto significativa. Nella rete ci esprimiamo e ci connettiamo. Condividere viene dopo avere trovato che cosa esprimere e dopo avere trovato la connessione con qualcuno che riconosca come interessante quello che esprimiamo. [...]

La rete pensata come mera condivisione può condurre a comportamenti convenzionali. La rete pensata invece come «espressione e connessione» impone un esercizio di introspezione e una ricerca di relazione che qualche volta conduce a un reciproco riconoscimento. A quel punto parte anche la condivizione, che però non è necessariamente la costruzione di un pensiero convenzionale.[...]

9:37:40 AM comment [0];
blog it

Il primo commento di Luca De Biase all'ottimo spunto di Charles Leadbeter (gia' autore dell'illuminante Living on thin air del 1999) mi era piaciuto moltissimo, e pensavo che avesse colto nel segno con quel parallelismo che enfatizza come l'uomo si esprime sintetizzando e rielaborando cio' che riceve dall'esterno, e restituendolo all'esterno.

A dire il vero, il paragone col cibo aveva qualche debolezza, non sembra esserci molto valore in cio' che si restituisce al mondo esterno, in quel caso, ma ci poteva stare. La chiosa, invece, mi ha fatto capire che l'interpretazione di De Biase andava in tutt'altra direzione, che non condivido.

La condivisione, non puo' essere vista come una semplice operazione di adesione supina a messaggi esterni che si traduce in una semplice replica (copia e incolla, si dovrebbe dire). Il 'pensiero condiviso', per adesione acritica ad una tribu', e' una degenerazione possibile, non voglio togliere senso alle preoccupazioni di De Biase, ma non e' il punto.

Si deve leggere, a mio parere, "siamo cio' che proponiamo all'effettiva disponibilita' degli altri", cio' che sottomettiamo alla loro selezione e valutazione. Gli altri potranno quindi condividerlo perche' lo sottoscrivono e lo fanno proprio, oppure perche' lo vogliono assumere come semplice riferimento, o proprio per meglio contestarlo.

Anche perche' "condivisione" viene da "divido con", e non rimanda necessariamente ad un "consenso morale", quindi un eventuale pensiero convenzionale non e' diretta conseguenza dell'aver sottoposto una certa idea alla valutazione, anche solo all'esperienza degli altri.

Ne scrivo di piu' qui.

sabato 2 febbraio 2008

Lo stress fa male alla creativita'

Sento un improvviso bisogno di vacanza ...
clipped from www.ansa.it

(ANSA) - ROMA, 1 FEB - Se volete che vi si accenda la 'lampadina' permettendovi di risolvere un problema ostico, meglio non concentrarsi troppo sul 'busillis'.
Lo rivela uno studio di Joydeep Bhattacharya dell'Universita' di Londra pubblicato sulla rivista PlosOne.Se nel cervello si registrano le onde cerebrali gamma, che indicano forte concentrazione, non si arriva alla soluzione giusta.Se compaiono le onde alfa, tipiche delle situazioni di rilassamento e minore concentrazione,la soluzione arriva.(FOTO ARCHIVIO).
 blog it

mercoledì 12 dicembre 2007

Lean (Web) Services

A proposito di Lean Thinking, un esempio di lean web service:


clipped from blog.wired.com


W2_16The title of Evan Williams' talk at the Web 2.0 Summit was "Think Less."


Twitter was originally designed for SMS, which is extremely limited -- 140 characters of text, no images. Because of that simplicity, it requires "a low cognitive load," and therefore, people gravitate to it more naturally.


 blog it


Interessante le definizione di spreco che viene applicata in questo caso: non semplicemente cio' che non e' percepito come valore per l'utente, ma cio' che richiede all'utente un "carico cognitivo" alto.

Quello che generazioni di tecnologi negli ultimi anni hanno applicato, e' il principio che "se puo' fare di piu' e' meglio", traditi dalla convinzione che quell'aggettivo "migliore" fosse condiviso anche dall'utente. Traditi, perche' il valore e' positivo ma solo a patto che per l'utente finale il "carico cognitivo" sia accettabile.

Qui non e' in gioco il quoziente di intelligenza dell'utente (sono famose le espressioni "a prova di stupido", "anche un bambino saprebbe usarlo", ...). Qui si parla di "carico cognitivo". Se l'utente avesse un cervello come quello di Einstein, non per questo lo vorrebbe saturare con l'impegno di comprendere l'interfaccia di un tool software. Il carico cognitivo che un utente e' disposto a sopportare per utilizzare un tool dovra' essere sempre una piccola parte (meglio se una parte trascurabile) del carico cognitivo che vuole destinare all'obiettivo vero percui sta utilizzando quello strumento. Tutto il resto viene percepito come spreco. Spreco delle risorse mentali dell'utente, oltre che del suo tempo.

Non c'e' nulla di veramente nuovo in tutto questo: fortunatamente da qualche anno si stanno moltiplicando esempi che vanno in questa direzione, da Google, a delicious, a Skype, ... e molte altre ancora muovono passi piu' timidi in questa direzione. Osate di piu', verrebbe da consigliare: semplice non e' mai abbastanza (Lean is never enough).

Ma la sorpresa nel constatare il successo ecclatante di iniziative che si basano proprio (e solo) su questo semplice concetto, e' ancora grande. Non nascondiamoci poi che "lean web services" sono ancora una minoranza, e ancora oggi si sentono tecnologi, sedicenti esperti di internet, difendere macchinose applicazioni fortemente user-hostile. E soprattutto questa svolta (se cosi' si puo' chiamare, tant'e' che si dice "Creating by taking things away") e' ancora confinata ai web services, con skype unica eccezione nel campo delle telecomunicazioni (oltre al buon vecchio televisore).

Dunque dobbiamo pensare che il concetto non sia ancora del tutto assimilato, tanto che nel 2007 c'e' ancora motivo perche' Williams titoli il suo intervento "Think less". Io l'avrei intitolato "Free Thoughts From Technology", tanto per non equivocare.