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martedì 17 agosto 2010

Fattori chiave per un "vero" Enterprise 2.0

Introdurre in azienda "effettivamente" l'Enterprise 2.0 non e' una questione di tecnologia o di marketing, ma ha piu' a che fare con il "ripensamento dell'intera azienda". Questa e' un'affermazione che ormai viene ripetuta spesso nel settore, e quindi non dovrebbe piu' sorprendere.

Questo ripensamento puo' (e deve) richiedere molto tempo: ma della sua pervasivita' se ne puo' stare certi. Si potrebbe quindi gia' concludere che l' Enterprise 2.0 non e' per tutti, ma per coloro, aziende o persone, che hanno gia' maturato la volonta' di un cambiamento profondo, oppure e soprattutto, che avendolo gia' avviato, lo vogliono sostenere con metodi e tecniche appropriate.

Se non siamo in uno di questi due casi, e anzi c'e' qualche radicata abitudine e profondo convincimento che tale cambiamento e' vissuto come un "male necessario", e' importante non illudersi che l'introduzione in azienda di nuove tecnologie abilitanti, e di qualche nuovo modello comportamentale basato sulla condivisione (semplicmente scritto in qualche procedura interna), saranno sufficienti a scatenare il cambiamento atteso. Tanto meno in poco tempo.

Quali sono quindi i fattori chiave per un "vero" Enterprise 2.0, che vanno verificati come esistenti o desiderati prima di incominciare? Ci aiuta questa check list di Deb Lavoy, ora Product Marketing for Social Media in OpenText.

1) Il valore deve essere riconosciuto a chi condivide, non a chi si rende collo di bottiglia.

2) La perfezione, l'esattezza non esistono, ne' lo saranno mai. Questo non significa che l'approssimazione e l'incompetenza debbano prendere il sopravvento, ma che il timore per le critiche e gli insuccessi non deve rallentare e compromettere la determinazione nell'innovazione e nella ricerca di miglioramento. Inutile quindi negare e nascondere cosa e' andato male. Naturalmente bisogna quindi dimostrare di sapere imparare (bene e presto) dagli errori fatti (detto anche "fail fast")

3) Dal punto precedente, consegue anche che si puo', e si deve essere trasparenti. Piu' facilmente e utilmente, internamente all'azienda.

4) A cascata dai punti precedenti, si puo' e si deve aumentare la partecipazione. Occorrono piu' punti di vista, piu' capacita' creativa, piu' conoscenza "di insieme": piu' partecipazione non e' solo sintomo e causa di un maggiore benessere aziendale, ma di maggiore efficienza e profitto.

5) E il capo che fine fa? (in molti se lo staranno chiedendo). Il vero capo e' riconosciuto per la capacita' di inquadrare il contesto, coinvolgere le persone e orchestrare l'azione. E' una rara combinazione di affidabilita' e umilta'. Charlene Li la chiama Open Leadership (vedi qui sotto una presentazione del suo ottimo libro omonimo ). Un'altra persentazione di Deb Lavoy qui.

6) A questo punto un reale modello collaborativo puo' attivarsi, in cui sono valorizzati i punti di forza dei singoli, e sminuiti quelli di debolezza. Purche' ci sia:
  • Una missione condivisa
  • Rispetto reciproco
  • Fiducia
  • Determinazione in un continuo miglioramento

Dunque i modelli che finora hanno dominato in azienda ("comando e controllo", "divide et impera" ...) sono da abbandonare definitivamente? Ci sono contesti e contesti: l'importante e' riconoscere che in nuove situazioni, e fronteggiando nuovi problemi, un nuovo approccio e' possibile.

martedì 22 giugno 2010

Ecosistemi aumentati: reti che attivano territori

Anche quest'anno, nell'ambito del VeneziaCamp2010 (dal 1 al 3 luglio, all'Arsenale), il network "Ecosistema 2.0", e' stato invitato a coordinare un evento di sensibilizzazione e diffusione dei modelli a rete aperta e sociale, cosi' come sono promossi e sostenuti da internet, e che abbiano incidenza nel territorio.
L'evento sara' il giorno venerdi 2 luglio, dalle 9:30 alle 18.

Il tema di quest'anno, coerentemente con la trasformazione del Veneziacamp in Festival dell'innovazione digitale, e' "Ecosistemi aumentati: reti che attivano territori" ed e' dedicato a tratteggiare lo stato dell'arte nello sviluppo di reti aperte nei territori. Fa dunque seguito a quello della passata edizione del Veneziacamp, dedicato alla Cittadinanza DIgitale, e che aveva il titolo "Civicita': una citta' glocale tra reale e virtuale".

Sara' anche l'occasione per un'altra grande festa del social business networking con gli amici, vecchi e nuovi.

L'evento e' organizzato in 4 panel distinti ma non separati, che andranno a costituire una "valigetta degli attrezzi" per chi si occupa di reti nei territori. I temi e i contributi invitati (in ordine alfabetico) sono:

1) Motori di sviluppo e sostegno di reti aperte nei territori
modera: Gino Tocchetti (Ecosistema 2.0)
- Alberto Cottica (Kublai, Min Sviluppo Economico)
- Flavia Marzano (District Lab, Sardegna Ricerche)
- Gabriele Persi (Area Science Park, Trieste)
- Ilda Mannino (Center for Thematic Environmental Networks, VIU)
- Marco Combetto (Informatica Trentina, Trentino as a Lab)
- Michele Vianello (Parco Scientifico Teconologico VEGA, Venezia)
- Paolo Privitera (internet startupper)

2) Sostenibilita' economica delle reti territoriali aperte
modera: Marina Trentin (environment and international cooperation)
- Gianfranco Padovan (EnergoClub Onlus)
- Gloria Testoni (Distretto di Economia Solidale di Verona)
- Mariano Carozzi (Prestiamoci.it)
- Marco Gialdi (Ufficio Sostenibile)
- Nicolo' Borghi (The Hub Milano)
- Stefano Corro' (Rete Energie)

3) Nuovi servizi territoriali a rete aperta
modera: Rachele Zinzocchi
- Alberto D'Ottavi (Blooming)
- Alessandro Cappellotto (Zooppa)
- Dario Bonaldo (Seedelio)
- Linnea Passaler (Pazienti.org)
- Walter Giacovelli (LoAd), Susanna Cristalli (Qype)
- Matteo Brunati (open web addicted)

4) Nuove culture per le reti aperte
modera: Maddalena Mapelli (Ibridamenti, Universita' di Venezia)
- Emilia Peatini (Rete Storia), Franco Torcellan (Agenzia per la scuola), Dino Bertocco (Aequinet)
- Emina Cevro Vukovic (LunediSostenibili.org)
- Maria Cristina Frigna (Villaggio Artigianale - Cities, Comune di Modena)
- Michele D'Alena (Laboratorio TagBologna, Universita' di Bologna)
- Stefano Bellanda, Andrea Celli (Intercultural Lab, Universita' di Padova)

Ogni giro di presentazioni (brevi, secondo una versione "italianizzata" di ignite) e' seguito da uno spazio di approfondimento e discussione con i partecipanti a qualsiasi panel, mantenendo cosi' integro il fil rouge della giornata.

Si prega di dare conferma sulla pagina dell'evento, creata su facebook (http://www.facebook.com/event.php?eid=107020039346666). Tutti i dettagli sono sulla pagina ufficiale del VeneziaCamp2010, all'indirizzo (http://www.veneziacamp.it).

"Ecosistema 2.0" (http://www.ecosistema20.it,
http://www.facebook.com/ecosistema20) e' un think-tank non convenzionale, sostenuto da una rete di social business networking, che focalizza (dall'inizio 2009) su un tema, la convergenza dell'ecosistema tradizionale e territoriale, e quello digitale, non altrimenti adeguatamente considerato.

La rete che si aggrega intorno a questo progetto, e' aperta trasparente partecipativa e basata su principi di fiducia e generosita', e per questo non confligge ma fa sinergia con altre iniziative che sono coerenti con questo approccio. Lo stesso evento in questione e' da intendere come un dono a tutti coloro che credono nel potenziale delle reti diffuse nel territorio, e intendono adoperarsi per lanciare iniziative di questo tipo.

Si prega di dare conferma sulla pagina dell'evento creata su facebook (http://www.facebook.com/event.php?eid=107020039346666). Tutti i dettaglisono sulla pagina ufficiale del VeneziaCamp2010, all'indirizzo (http://www.veneziacamp.it).

A presto a Venezia! ...e mi raccomando, spargete la voce ;-)

sabato 12 settembre 2009

The Cult of Done Manifesto

David Orban riprende e traduce "The Cult of Done Manifesto", che circolava in rete gia' da qualche tempo. Nel suo articolo e' riportata anche la versione "visuale".



clipped from davidorban.com
  1. Ci sono tre stati dell’esistenza. Ignoranza, azione e completamento.
  2. Accetta che tutto è una bozza. Questo aiuterà a fare.
  3. Non c’è un secondo passaggio, di editing o montaggio.
  4. Far finta di sapere cosa stai facendo è quasi lo stesso che saperlo fare davvero. Quindi accetta che sai quello che stai facendo, anche se non è vero e fallo.
  5. Non procrastinare. Se aspetti più di una settimana per agire su un’idea, abbandonala.
  6. Lo scopo fare non è finire, ma di poter fare altro.
  7. Quando l’hai fatto puoi buttarlo via.
  8. Ridi in faccia alla perfezione. È noiosa e ti trattiene dal fare.
  9. Le persone che non si sporcano le mani sono nel torto. Se fai qualcosa hai ragione.
  10. Il fallimento conta come fare. Quindi devi fare tanti sbagli.
  11. La distruzione è una variante del fare.
  12. Se hai un’idea e la pubblichi online in Internet, conta come l’ombra del fare.
  13. Il fare è il motore del più.
 blog it

Anche se ritengo che fare sia importante! trovo che alcuni punti di questo manifesto sono troppo estremi, e (come tali) perfino pericolosi.

Il #1, onestamente, non l'ho capito, ma mi sembra decisamente opinabile.
Il #2, #5, #6, #7, #10 e il #13 li condivido e li sottoscrivo. Sono quelli per i quali si puo' evitare di appallottolare l'intero manifesto e "farne" un uso piu' appropriato, come esercizio per il basket col cestino dei rifuti.
Il #3 e il #6 aprono le porte ad un "fare che non risolve". Tra l'altro sembrerebbero in contraddizione col #1. Da riscrivere.
Il #4 e il #12 sdoganano gli impostori. Decisamente incondivisibili.
Per quanto riguarda l' #8, la "perfezione" non deve essere l'obiettivo, sono d'accordo, ma puo' e forse dovrebbe essere spesso l'ispirazione.
L' #11 e' indubbiamente vero, ma si dovrebbe incentivare un "fare che risulti comunque costruttivo", anche quando si stratta di dismettere qualcosa.

Conclusione. In base a quanto scritto nello stesso manifesto, averlo scritto cosi' risulterebbe gia' positivo (trattasi di auto-approvazione). Ma in base a come la penso io, proprio questo manifesto dimostra bene che alcuni punti vanno riscritti.

domenica 3 maggio 2009

Freno e acceleratore nell'Enterprise 2.0

Ho risposto alla domanda posta da Mario Gastaldi, nel suo gruppo su LinkedIN "Sviluppo delle Organizzazioni". Si chiedeva in sostanza se la tecnologia può cambiare la cultura ... oppure è necessario che nasca una cultura di collaborazione che utilizza tecnologie a supporto?

Prima dell' Enterprise 2.0 si parlava di "gestione della conoscenza" e di "supporto alla collaborazione e al lavoro di gruppo" - naturalmente usando appositi termini americani. In tutti questi casi la tecnologia e' sempre stata un fattore abilitante "in positivo", mentre la "componente people" e' sempre stata un fattore cruciale "in negativo" - qui positivo e negativo non rappresentano un giudizio di valore, ma si intendono riferiti al cambiamento. Con l'Enterprise 2.0, e' ancora come prima.

Proviamo con una metafora: se la tecnologia fosse un automobile, potrebbe permettere viaggi altrimenti non possibili, ma la persona che non ha intenzione di uscire di casa e' comunque l'ostacolo insormontabile. Dunque anche in questo caso, se le persone lo vogliono fare, la tecnologia e' importantissima, ma se le persone non lo vogliono, la tecnologia non conta.

A causa di questa dissimmetria, e considerando che i contesti non sono quasi mai bianchi (tutti favorevoli e ben disposti verso la tecnologia) o neri (tutti reticenti e resistenti all'introduzione di nuove tecnologie), la strada non puo' che essere scivolosa e piena di curve. Consiste in un percorso di avvicinamento in cui si oscilla tra interventi sulle persone, volti a radicare un atteggiamento favorevole al cambiamento (alla condivisione, alla collaborazione, ...), e sul piano della tecnologia, volti a dimostrare che alcuni strumenti possono amplificare i benefici dei modelli comportamentali adottati anche in parte.

Chiudo ricordando che un tempo, nelle organizzazioni impostate gerarchicamente, quando si doveva introdurre un cambiamento, si considerava in alternativa un approccio "di rottura". Si preferiva cioe', fronteggiare un cambiamento repentino e una reazione fortemente ostile. Naturalmente si contava sul fatto che non c'era liberta' di scelta da parte delle persone, che quindi "subivano" il cambiamento volenti o nolenti.

Nell'ambito delle professioni basate sulla conoscenza, e quindi nell'ambito dell'Enterprise 2.0, questo approccio non puo' proprio funzionare. E' necessario ottenere dalle persone un'adesione intima al cambiamento, una partecipazione convinta, senza le quali nessuna conoscenza sara' messa a fattor comune, nessun potenziale collettivo sara' liberato, anche se fanno finta di usare la tecnologia.

martedì 31 marzo 2009

Imparare l'arte torna ad essere importante

Ho commentato questo bellissimo post di Andrea Beggi, dal titolo "Artigiani":

clipped from www.andreabeggi.net

Questa settimana ho fatto cucire la sella del mio scooter che aveva bisogno di una riparazione. Grazie al passaparola ho trovato in pieno centro di Genova questo scantinato vecchissimo dove sono stato accolto da un anziano signore.

Tutto in lui trasudava esperienza: il suo laboratorio, che sembrava fermo a 40 anni fa, non fosse stato per la Panda parcheggiata all’interno, la sua cappa blu, il suo viso scavato dalle rughe, la tranquilla cadenza in antico genovese, il modo in cui le sue mani saggiavano il danno.

Quando sono tornato a riprendere il mezzo, la sella era ricucita alla perfezione, e per scrupolo è stato anche rifatta una parte che ne aveva bisogno e della quale non mi ero neppure accorto. Al momento del pagamento questo signore mi chiede “Quanto le avevo detto?”. “Non ne abbiamo parlato”, rispondo. Mi dice una cifra: avrei pagato tranquillamente il doppio senza fiatare. Me ne vado soddisfatto.

 blog it

Certamente “a quel tempo” c’era una concezione diversa del lavoro. Questo post bellissimo mi fa pensare che di queste cose si parla sempre piu’ spesso, come di una mancanza da colmare, di un ritrovare le arti e mestieri per i quali questo paese e’ diventato famoso nel mondo, di un nuovo rinascimento che sta montando.

Mi chiedo anche se questa diversa concezione del lavoro debba essere appannaggio dei soli artigiani. Il lavoro manuale, lento, di precisione, e’ veramente l’unico teatro in cui mettere in scena tanta sapienza e passione ? Perche’ non potrebbe essere lo stesso per un programmatore, un grafico, e perfino un venditore ? “code is poetry” vi dice qualcosa, immagino.

Dunque non e’ tanto nel vecchio mestiere, il punto, quanto in una concezione del lavoro che valorizza il professionista, la passione che trasfonde nel suo lavoro, nei livelli di qualita’, di eccellenza che raggiunge di conseguenza. Il colpevole e’ sicuramente il “consumismo”, che spinge alla produzione frettolosa e in grande scala, alla produzione di oggetti destinato a durare poco per poi essere sostituiti, ad un’innovazione cosi’ frenetica che non concede tempo per profonde specializzazioni.

Ma tutto questo sta lentamente cambiando. Nell'economia globalizzata non possiamo piu' competere con chi sa "semplicemente fare". E' finito il tempo in cui il "made in italy" aveva valore. Dobbiamo tornare a trasferire tutta la nostra "italica" cultura nel manufatto, nel prodotto, nel servizio. Ma soprattutto dobbiamo renderci conto, addirittura a livello europeo, e nel mondo occidentale, che se il nostro ruolo si sposta sempre piu' verso compiti da knowledge worker, verso un'economia dell'innovazione, verso un ripensamento in termini culturali e idealistici dei prodotti e dei servizi, non e' piu' con il modello del lavoro fordista che possiamo affrontarli. Qualunque siano le professioni che siamo chiamati a fare, non e' nel freddo "meccanicismo", e nella velocita' di esecuzione, che possiamo raggiungere la sperata e necessaria eccellenza.

E questa crisi e’ forse proprio il segno che il cambiamento e’ profondo e traumatico, tanto a lungo ci eravamo sprofondati in quelle dinamiche industriali e di mass market. Speriamo che sia un cambiamento benefico, alla lunga. Anche se oggi le arti non sono piu' le stesse, "imparare l'arte", ovvero puntare alla qualita' piu' alta, rimane anche oggi quanto mai importante. Dunque, Impara l'arte, e non metterla da parte!

[Update 31/3 13:00, dopo il commento di Giorgio]
Oggi sono richiesti altri ritmi ? quindi altri livelli di "completamento" (l'eterna beta release) ? conta piu' aprire opportunita' che non risolvere problemi ? benissimo! ... ma perche' ? questa velocita', questa imperfezione, questa liquidita' NON sono il fine, ma il mezzo. Sono tecniche che compongono una nuova professionalita'. Sarebbe un grande errore (e purtroppo e' molto frequente) ritenere queste caratteristiche "sufficienti" a definire un nuovo livello di qualita'. Non e' il procedere a vanvera, non e' il culto dell'errore e dell'inutile, cio' che conta oggi: invece e' il saper esplorare, il riconoscere nuove logiche e nuovi percorsi, nuove applicazioni.

Allora, la questione e' che ci sono (nuove) arti da imparare, e nuove tecniche di cui diventare "maestri". Ma oggi non e' diverso da ieri: mettici profonda competenza e sincera passione. Esattamente come l'artigiano di ieri. Si tratta di nuovo di recuperare il "senso" di cio' che si sta facendo, e della sua interpretazione, che esperienza e soprattutto conoscenza rendono magistrali. Cio' che sta cambiando (e che l'artigiano ci puo' ricordare che un tempo apparteneva alla nostra cultura) non e' il singolo mestiere, ma l'importanza del professionista nell'esercizio della sua professione, il ritorno della centralita' della persona nell'ambito del lavoro che svolge, la capacita' del singolo di mettere cultura, capacita' di comprensione e interpretazione (e quindi secoli di storia) nel proprio lavoro, quindi la capacita' di "umanizzare" cio' che facciamo! Oggi siamo/dovremmo essere tutti professionisti, come ieri eravamo tutti artigiani: questo e' il punto che ci eravamo persi.

giovedì 5 marzo 2009

Social Business Networking: reti, non scatole!

Da qualche giorno, alcuni pensieri che mi ritornano in testa da tanto tempo, stanno diventando chiarissimi, anche alla luce dei successi testimoniati nella mia regione dalla recente iniziativa di Nordest Creativo (Treviso, 19/2/09), e dalle difficolta' di altre iniziative, progressive correzioni in corso a parte.

Innanzi tutto, sembra proprio che la "galassia Social Business Network" sia piu' articolata di quanto a prima vista non si pensi. I s/b network non sono tutti uguali e non tutti i networker hanno lo stesso spirito. Fin qua, nessuna sorpresa, se consideriamo che rispecchiano la varieta' e complessita' del "genere umano".

C'e' un punto, pero', su cui mi sembra importante porre l'attenzione: la differenza tra il "modello a scatola" e il "modello a rete". Non voglio dire che solo il secondo e' "giusto", perche' mi sembrerebbe scivolare su una posizione troppo manichea, ma sono assolutamente convinto che la vera novita' e il vero valore sta nel modello a rete.

Nel "modello a scatola", i social network sono contenitori, e le persone riempitivi. In questo caso i s/b network sono ridotti a meri strumenti di aggregazione per accumulazione di utenti, e questo corrisponde inevitabilmente ad una visione dei networker come di una massa illusoriamente emancipata.

Siamo ancora nel one-to-many. Infatti si dice che sono la versione moderna dei sindacati e dei movimenti. In questo caso si dice TUTTI, ma e' come dire NESSUNO. Si dice "2.0", ma solo perche' al gregge di oggi piace sentirselo dire (e comunque non sa cosa vuol dire).

Sono diversi i fattori che spingono verso questo modello. Innanzitutto perche' e' quello a cui siamo abituati, e' quello "storico". Da sempre le persone si sono riunite in partiti, associazioni, sindacati, movimenti... In questi casi, la ricetta comprende sempre: un' idea, un po' di ritualita' per sostenere l'identita' di gruppo (feste con format predefinito, tesseramento, propaganda, ...), e nei casi piu' fortunati, un buon leader carismatico. Importante sottolineare che l'identita' fa parte del pacchetto offerto ai soci. E spesso questa identita' e' basata sulla "separazione": o con noi o contro di noi.

Difficile dire se questo modello debba essere abbandonato: certamente e' evidente che e' ancora molto praticato. C'e' nelle persone ancora troppa pigrizia e scarsa coscienza, ancora troppo costume da "massa"; e da parte di qualcuno c'e' ancora troppa voglia di "potere", di essere il "proprietario" della scatola, o il principale influenzatore, o almeno di mostrarsi tale.

Apparentemente, la "legge dei grandi numeri", e il principio che in democrazia vince la maggioranza, giocano a favore del "modello a scatola". Infatti, viene facile pensare che un gruppo di 100.000 persone conti piu' di uno di 100. Ma e' davvero cosi' ? Guardiamoci intorno, per favore.

C'e' anche una confusione di fondo, da alcuni palesemente dimostrata, sullo scopo e sul valore dei s/b network globali che la Rete ci mette a disposizione. LinkedIN, Facebook, e tanti altri, sono nati per permettere ai membri di fare rete tra loro, ma sono stati interpretati da alcuni come "scatole piene di biglie colorate", da prendere a man bassa per la "propria" collezione. Prova ne sono le continue contestazioni su quel limite di LinkedIN sulla visibilita' di piu' di 500 link.

In opposizione al precedente, c'e' il "modello a rete": quello emergente, appassionante, e dal potenziale dirompente. Quello che riproduce nella societa' l'idea formidabile di Internet. Quello che fa parlare di web2.0, come di una conquista dell'umanita', e non di una vuota convenzione di markettari. Infatti, se e' vero che Tim Berners Lee (un vero genio, ma non un dio) ha creato proprio 20 anni fa, un potentissimo protocollo di interfaccia per l'information management, certamente la rivoluzione che ne sta conseguendo nella societa' a 360 gradi, e' questione di tutt'altra portata.

Nel modello a rete, banalmente non ci sono tesserati ma PERSONE. Ogni persona e' un "nodo attivo", con identita' e sentimenti. E come tale "conta": e' in grado di rielaborare e rilanciare; di generare conoscenza; di creare. Nel modello a rete non solo non c'e' "separazione", ma c'e' qualcosa di piu' di "unione": c'e' "sinergia".

Le persone, quindi, vengono prima di tutto. Poi queste parteciperanno e animeranno 10 100 1000 social networks, a seconda dei loro bisogni e piaceri. Le persone non sono quindi i contenuti di questo o quel s/b network-scatola, ma al contrario usano questo o quel s/b network come strumento della loro espressione di se'.

Se le persone vengono prima di ogni altra cosa, ne segue chiaramente che prima si creano rapporti di fiducia con gli altri conetworker, tali da scatenare una propensione impellente alla collaborazione, e poi arriva l'adesione a questo o quel s/b network, con un atteggiamento che sara' conseguentemente aperto, trasparente, generoso, e, ultimo ma non meno importante, gioioso. Allora si, che la logica che si scatena e' di tipo win-win, e che il vantaggio e' garantito per tutti, cosiccome per il network stesso. In questo caso si puo' parlare di approccio "ecosistemico".

Se poi si tratta di professionisti, allora scatta anche la disponibilita' a referenziarsi mutuamente, e comunque a mettere la propria reputazione sullo stesso tavolo. A quel punto qualsiasi social network diventa anche un business network, in cui le relazioni sociali diventano occasione per dare vita ad affari.

Comprendere questo non e' poca cosa, e non bisogna illudersi, in tempi in cui la parola "s/b networking" e' sulla bocca di tutti, che tutti ne abbiano la stessa profonda coscienza. Ne' puo' bastare per i piu' volenterosi, ma solo perche' vedono la possibilita' di cavalcare l'onda del momento, vedere fallire piu' volte un approccio ambiguo, fondamentalmente viziato da motivazioni personalistiche e da atteggiamenti irrispettosi delle persone. E' un po' come il moscone che sbatte piu' volte sulla meta' della finestra che e' chiusa: il numero delle botte sul vetro non lo aiuta a capire che l'altra meta' della finestra potrebbe essere aperta. Un gap culturale, per essere colmato da chiunque, richiede tempo, divulgazione e sperimentazione, e dimostrazione sul campo dei passi avanti, conquistati giorno dopo giorno.

E a proposito dei "numeri" ? Sembra che la dimensione e' destinata a rimanere piu' contenuta nel modello a rete. Costruire una vera rete di relazioni fra 10, 100 persone e' obiettivamente difficile (anche se enormemente piu' facile oggi rispetto ad un tempo, grazie a internet) e richiede tempo. Ma vale molto di piu' una rete forte tra 10 persone che un "mucchio" di 100, 1000 iscritti.

Appare evidente, a questo punto, che tra "scatole" e "reti" passa una bella differenza, anche se oggi ci si puo' trovare esempi dell'uno e dell'altro caso, tutti sotto il nome di s/b networking. Le dinamiche sono enormemente diverse, il potenziale enormemente maggiore.

Mark Zeckerberg, fondatore di FacebookReid Hoffman, fondatore di LinkedINChiudo con una considerazione tecnica. Come dicevo prima, LinkedIN e Facebook, ma anche un ning "fatto in casa", sono solo strumenti abilitanti. Nel caso dei due colossi, si potrebbe facilmente confonderli come "scatole" dato l'enorme numero di iscritti, ma ho gia' detto che significherebbe perdersi moltissimo usandoli in questo modo. D'altra parte, costruirsi un ning per realizzare un piccolo facebook locale e personale, sarebbe una piccola follia, per come la vedo io.

Invece la vera sfida e' costruire la "propria rete" all'interno della grande rete, come LinkedIN/Facebook (o simili...). Del resto proprio con questo scopo sia Reid Hoffman che Mark Zuckerberg, hanno dato vita alle loro piattaforme. Allora, ecco che una buona applicazione di ning, magari combinando l'utilizzo di diversi social media e altre azioni sul territorio, puo' servire benissimo allo scopo.

[Update 7/3/9 11:00] Questo articolo e' "reblogged" anche qui:
- Facebook, note di Gino Tocchetti, con >50 commenti
- Nordest Creativo, il blog
- GreenConceptLab, di Daniel Casarin :: GenitronSviluppo