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sabato 5 febbraio 2011

Cittadinanza digitale, e-Public Services: dibattito ispirato dai libri di Belisario, Cogo e Scano

Ecco la traccia che mi sono preparato per l'incontro di oggi, alla libreria Mondadori, Edicolè, Via S. Francesco 19 – Padova, alle 18:00, in cui verranno presentati i libri "La cittadinanza digitale", di Gigi Cogo, e "I siti web delle Pubbliche Amministrazioni" di Belisario Cogo e Scano, alla presenza degli autori, e amici, Gigi Cogo e Roberto Scano.

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Siamo alle porte di alcuni cambiamenti radicali nelle abitudini di vita della popolazione, anche italiana, rese possibili dalle tecnologie legate ad internet. Questi cambiamenti riguarderanno inevitabilmente anche la realazione tra cittadini e pubblica amministrazione.

Questi cambiamenti sono e saranno finalmente "possibili" per alcuni, e "necessari" per altri. Sono e saranno favoriti da chi e' gia' mentalmente predisposto, ed ostacolati dagli altri.
Sono e saranno cavalcati rapidamente e perfino sfruttati a proprio favore da alcuni, e affrontati con enorme resistenza e subiti da altri.

Non e' e non sara' nemmeno possibile delegare qualcuno che lo faccia per noi. In azienda come nella vita quotidiana, non puo' bastare il collaboratore volenteroso, o il figlio giovane e intraprendente. E' qualcosa che riguarda ognuno di noi, direttamente.

Data la portata di questi cambiamenti, nessuno potra' singolarmente deciderne il corso: si puo' e si potra' solo comprenderli ed assecondarli, o ritardare il proprio coinvolgimento (inutilmente) e utilizzarli male. Sia a livello di singolo individuo, che di paese intero.

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Nemmeno e' possibile immaginare un percorso formativo, anche se il nostro fosse un paese in cui la formazione non sia stata ridotta ad una farsa, perche' stiamo parlando di capacita' profondamente connesse alla natura dell'uomo, che da un lato tutti gia' le possiedono, e dall'altro e' la consapevolezza l'unico fattore che manca "a chi non sa".

Stiamo parlando di qualcosa che assomiglia molto a come andare in bicicletta. E' facile, facilissimo, banale per chi ha gia' imparato. Tutti possono farlo, e tutti effettivamente ci riescono. Pero' non esistono mauali per andare in bicicletta. L'unica e' provare, cadere forse le prime volte, e poi scoprire facendo, come si fa. Osservare una persona che ci mostra come si fa e' insufficiente: puo' solo accendere la voglia di provare.

Non servono quindi tanti corsi ne' tanti manuali di istruzioni (ma un po' di strumenti di facilitazione si), se c'e' l'interesse, la motivazione. Tutti oggi si iscrivono a facebook, perche' ci sono i loro amici, perche' tutti dicono che si divertono, perche' ne parlano anche i giornali. Nessuno ha insegnato loro come si fa, eppure si iscrivono e partecipano. E se si tratta di perdere qualche ora all'inizio a capire come fare in certe situazioni, ebbene scelgono di perderla senza remore.

Occorre quindi che scatti una spontanea determinazione. Di questo c'e' bisogno, piu' che di formazione: della creazione di un contesto favorevole e, si potrebbe dire, intrigante.

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Eppure la tecnologia pone sempre delle questioni per gli utenti. Ci si puo' collegare, quanta banda serve? Serve un computer o basta uno smartphone? Quale contratto con l'operatore di telefonia, a quale costo? Quale software? E la privacy? E la netiquette? E come faccio a vedere chi fa cosa? E chi e' ipovedente?

La Pubblica Amministrazione, che per definizione deve erogare un servizio pubblico, deve evidentemente porsi queste domande. Opensource o l'offerta chiavi in mano di qualche grosso vendor? di quale infrastruttura e' dotato un territorio e, soprattutto, chi la controlla? quale terminale possiamo immaginare che abbia l'ultimo dei pensionati e dei giovani in eta' scolare? Quali regole di accessibilita' dei contenuti?

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Farsi prendere dalle questioni tecnologiche, cruciali perche' inerenti l' "abilitazione" di tali servizi, non deve pero' distogliere dalle questioni effettivamente piu' fondamentali.
Quali servizi innovare? Come ottenere un effettivo taglio di costi a parita' di qualita' di servizio erogata, se non maggiore? Come favorire e in un certo senso sfruttare l'accresciuta partecipazione dei cittadini? Come innescare un virtuoso circolo di dialogo e conoscenza reciproca tra Pubblica Amministrazione e cittadinanza, che possa di fatto migliorare l'indirizzo della prima e quindi la soddisfazione dei secondi, che in gergo viene chiamata "edemocracy"?

I servizi che raggiungono piu' spesso la ribalta gia' oggi, sono sostanzialmente quelli che consentono
- il presidio del territorio da parte dei cittadini stessi, in materia di ordine pubblico e controllo dell'efficienza dei pubblici servizi decentrati
- la trasparenza sulle attivita' svolte dagli organi politici, e dai politici in particolare, in modo da assicurare la rappresentanza degli stessi dopo le elezioni
- la diffusione di informazioni utili tra cittadini, e con i referenti del servizio pubblico, in modo da aumentare la conoscenza del contesto reale, e assicurare che il pubblico servizio sia sempre piu' adatto a fornire risposte efficaci

La maggior parte di queste iniziative sono registrate all'estero, ma anche in italia qualcosa si sta muovendo. Esiste una differenza culturale tra questi paesi, oltre al gap tecnologico che comunque va considerato? Soprattutto c'e' abbastanza divulgazione di queste iniziative cosi' che gli italiani sappiano cosa effettivamente si puo' fare fin da oggi?

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Infine, con questi presupposti, si apre alla Pubblica Amministrazione la possibilita' di erogare un ulteriore tipologia di servizi: liberare i dati in proprio possesso. Si tratta di quantita' impressionante di dati, che riguardano un po' tutto, le persone, l'ambiente, l'economia...

La conoscenza di questi dati e' cruciale perche' la cittadinanza possa effettivamente conoscere se' stessa e il contesto in cui vive e lavora. Si innesca cosi' un processo virtuoso che potrebbe generare nuovi servizi, e migliorare quelli esistenti, e rendere le stesse decisioni, prese a vari livelli, piu' appropriate ed efficaci.

D'altra parte la circolazione di questa ulteriore massa di informazioni pone e porra' problemi analoghi a quanto abbiamo gia' visto nella prima fase di espansione di internet. A poco sara' servito se i dati liberati non saranno reperibili, consultabili e facilmente elaborabili. Occorre quindi assicurarsi che lo sforzo sia "utile" e che il risultato non sia fonte di piu' problemi di quanti non ne risolva.

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Un'ultima considerazione, su questo tema, rilancia una visione di maggiore prospettiva. Possiamo aumentare la conoscenza fattuale, sia in termini di servizi che di dati grezzi, ma siamo consapevoli che e' la capacita' di elaborazione di conoscenza la vera sfida che ci viene posta oggi? Se l'economia della conoscenza e' quella in cui viviamo, e vivremo sempre di piu', non e' forse arrivato anche il momento di ragionare veramente in termini di nuove professionalita', nuovi settori economici, e di nuovi parametri della qualita' della vita?

martedì 17 agosto 2010

Fattori chiave per un "vero" Enterprise 2.0

Introdurre in azienda "effettivamente" l'Enterprise 2.0 non e' una questione di tecnologia o di marketing, ma ha piu' a che fare con il "ripensamento dell'intera azienda". Questa e' un'affermazione che ormai viene ripetuta spesso nel settore, e quindi non dovrebbe piu' sorprendere.

Questo ripensamento puo' (e deve) richiedere molto tempo: ma della sua pervasivita' se ne puo' stare certi. Si potrebbe quindi gia' concludere che l' Enterprise 2.0 non e' per tutti, ma per coloro, aziende o persone, che hanno gia' maturato la volonta' di un cambiamento profondo, oppure e soprattutto, che avendolo gia' avviato, lo vogliono sostenere con metodi e tecniche appropriate.

Se non siamo in uno di questi due casi, e anzi c'e' qualche radicata abitudine e profondo convincimento che tale cambiamento e' vissuto come un "male necessario", e' importante non illudersi che l'introduzione in azienda di nuove tecnologie abilitanti, e di qualche nuovo modello comportamentale basato sulla condivisione (semplicmente scritto in qualche procedura interna), saranno sufficienti a scatenare il cambiamento atteso. Tanto meno in poco tempo.

Quali sono quindi i fattori chiave per un "vero" Enterprise 2.0, che vanno verificati come esistenti o desiderati prima di incominciare? Ci aiuta questa check list di Deb Lavoy, ora Product Marketing for Social Media in OpenText.

1) Il valore deve essere riconosciuto a chi condivide, non a chi si rende collo di bottiglia.

2) La perfezione, l'esattezza non esistono, ne' lo saranno mai. Questo non significa che l'approssimazione e l'incompetenza debbano prendere il sopravvento, ma che il timore per le critiche e gli insuccessi non deve rallentare e compromettere la determinazione nell'innovazione e nella ricerca di miglioramento. Inutile quindi negare e nascondere cosa e' andato male. Naturalmente bisogna quindi dimostrare di sapere imparare (bene e presto) dagli errori fatti (detto anche "fail fast")

3) Dal punto precedente, consegue anche che si puo', e si deve essere trasparenti. Piu' facilmente e utilmente, internamente all'azienda.

4) A cascata dai punti precedenti, si puo' e si deve aumentare la partecipazione. Occorrono piu' punti di vista, piu' capacita' creativa, piu' conoscenza "di insieme": piu' partecipazione non e' solo sintomo e causa di un maggiore benessere aziendale, ma di maggiore efficienza e profitto.

5) E il capo che fine fa? (in molti se lo staranno chiedendo). Il vero capo e' riconosciuto per la capacita' di inquadrare il contesto, coinvolgere le persone e orchestrare l'azione. E' una rara combinazione di affidabilita' e umilta'. Charlene Li la chiama Open Leadership (vedi qui sotto una presentazione del suo ottimo libro omonimo ). Un'altra persentazione di Deb Lavoy qui.

6) A questo punto un reale modello collaborativo puo' attivarsi, in cui sono valorizzati i punti di forza dei singoli, e sminuiti quelli di debolezza. Purche' ci sia:
  • Una missione condivisa
  • Rispetto reciproco
  • Fiducia
  • Determinazione in un continuo miglioramento

Dunque i modelli che finora hanno dominato in azienda ("comando e controllo", "divide et impera" ...) sono da abbandonare definitivamente? Ci sono contesti e contesti: l'importante e' riconoscere che in nuove situazioni, e fronteggiando nuovi problemi, un nuovo approccio e' possibile.

mercoledì 2 giugno 2010

Essere, comunicare/apparire o relazionare

Rispondo a Luca e al suo articolo sul potenziale evocativo dei modelli culturali (e della democrazia presa ad esempio particolare), rispetto al caso - solo teorico - di una comunicazione perfettamente efficace. Lo invito a leggere tutto, anche perche' in poche righe condensa molti interessantissimi spunti, e perche' si chiude con parole molte belle (perche' Luca e' un "abile comunicatore" ;-):


L'idea che la democrazia viva di una comunità consapevole che sceglie in base a informazioni metodologicamente corrette è in larga parte una bella e buona utopia. Il che non ne riduce l'importanza. Semplicemente ci insegna a pensare che il bello e il buono di quell'idea che è già diventato realtà è meno grande di quello che resta ancora da costruire.

Almeno questa consapevolezza dovrebbe diventare largamente esplicita. Se vogliamo migliorare il modo che abbiamo di informarci. Per scegliere.

Dunque, grazie ad un background culturale comune, anche comunicazioni non proprio efficaci possono portare una societa' ad agire in modo sufficientemente coordinato, e a progredire in una direzione coerente con la cultura stessa prima ancora che con le comunicazioni che vi intercorrono (cosi' ho inteso il senso della nota).

Mara CarfagnaLuca LucianiMa in un contesto sociale come il nostro, dove la "comunicazione" ha assunto un ruolo cruciale da molto tempo, e' andata diffondendosi una certa padronanza dell'uso dei media e dei linguaggi, ed e' grazie a questa abilita' "tecnica" che si riescono a coordinare azioni e modelli di comportamento, non in base ad una "cultura" condivisa, a meno che non si voglia parlare di "cultura della comunicazione".

In questo particolare contesto, gli esperti di comunicazione, o semplicmente i competenti in materia, a qualunque livello della scala del potere, sfruttano intenzionalmente la comunicazione subliminale per indirizzare il meccanismo comunicazione-azione secondo scopi predefiniti, e poco condivisi consapevolmente.

Interessante sara' a questo punto, monitorare i cambiamenti prodotti dalla diffusione del "web partecipato", e la rivalutazione della "relazione" proprio come strumento di emancipazione di quella parte della societa' che era stata esclusa dalla leva del potere della "comunicazione". Assisteremo ad uno shift dalla cultura della comunicazione alla "cultura della relazione", e nasceranno nuovi professionisti, abili nell'utilizzo di tecniche nell'ambito delle relazioni sociali.

Il lato B e' che si trattera' ancora di culture fondate su un unico valore piuttosto superficiale: relazionare (al posto di comunicare/apparire). Si sviluppera' - io lo temo, non lo auguro - un modello di societa' ancora poco orientato a progettualita' di prospettiva, ad elaborare e sostenere "visioni del mondo" illuminate, e a dare risposte a problematiche complesse. Non piu' "avere o essere", e nemmeno "essere o apparire", ma "essere o relazionare" sara' il prossimo dilemma dominante (tutte rivisitazioni di "essere o non essere", comunque).

Inevitabile? No. Ma dobbiamo esserne coscienti. Questa volta giochera' in positivo il fatto che la relazione e' vincente se e' 1:1, dunque non si puo' "industrializzare" come la comunicazione. Ma dobbiamo anche essere consapevoli dei costi in termini di impegno personale che la relazione richiede, proprio per questo motivo: un impegno che sottrae evidentemente energie a qualcosa di piu' sostanziale e programmatico.

Sara' quindi importante non cadere nell'errore, anche se per motivi diversi, di considerare il "relazionare" (come oggi il comunicare, l'apparire) come un valore a se' stante, se non l'unico valore, e tenere distinto il piano valoriale da quello strumentale. Visto com'e' andata negli ultimi anni, se vogliamo dimostrare che abbiamo imparato la lezione (?), educazione e stimoli appropriati sul piano culturale dovrebbero ricevere la nostra massima attenzione. Altrimenti tra cultura della comunicazione e cultura della relazione, sempre di culture fondamentalmente tecniche staremo parlando.


venerdì 12 febbraio 2010

L'italia non e' un paese per giovani

Leggevo Gianluca Dettori qui (da leggere tutto):

Un esempio emblematico di politica economica (ndr: nazionale), riguarda l’annuncio recente del Fondo Nazionale per l’innovazione, una sorta di super SGR finalizzata ad investire in imprese italiane ‘innovative’, laddove la semantica di questo termine è tutta da specificare. La misura esclude infatti per ora start-up tecnologiche e venture capital, in quanto parla di aziende target tra i 15 e i 150 milioni di euro di ricavi.

[...] Dopo aver riempito di retorica gli annunci di una apertura verso una moderna politica industriale si ricade nell’eterna chiusura verso il nuovo. Il private equity viene anteposto agli investimenti in nuove imprese che fanno realmente innovazione.

Ma anche qui il segnale è univoco e preciso: l’Italia non è un paese per giovani con voglia di intraprendere veramente.

Pur essendo condivisibilissime le parole di Gianluca, e tra l'altro sostenute da dati oggettivi, mi sono chiesto se la caratteristica della situazione italiana, non sia da imputare agli italiani stessi, piuttosto, e non al Sistema, che semmai sarebbe quello che gli italiani si sono scelti e cuciti addosso, decenni dopo decenni.

Ieri sera si discuteva con Sergio, se ci sono nella storia italiana recente (ma anche passata) grandi figure di uomini che si sono veramente fatti da soli, muovendo contro l'intero mondo ostile, compreso il sistema politico economico nostrano. Non qualche figura eroica, emergente isolata dal buio di svariati secoli, e che ci ammonisce severa, in posa bronzea, in qualche piazza cittadina: ma figure di uomini in carne ed ossa che hanno costruito imprese, amministrato citta', risolto gravi stituazioni quotidiane...

Non e' che il tratto che caratterizza gli italiani rispetto ad altri popoli, nel bene e nel male, e' quello di avere coraggio solo quando ci si sente in tanti, e che in nome di questa coalizione, per puro spirito opportunistico, sono pronti a sacrificare i propri ideali e la spinta all'emancipazione come individuo ? In questo senso l'Italia non sarebbe un paese per giovani, che invece hanno l'animo dei conquistatori di un mondo che ancora non fa loro spazio.

Se fosse cosi', la genesi e la floridita' di questo attuale Sistema nazionale, sarebbe presto spiegata... E se fosse cosi', da quale momento della nostra storia ci deriverebbe questo tratto ? E che storia ci aspetta allora, nel futuro ?


mercoledì 23 dicembre 2009

Auguri di Buon Natale e Felice Nuovo Umanesimo


Amici carissimi, vorrei che il mio augurio vi arrivi come questa madonna del Mantegna, senza retorica e finto sfavillio, eppure cosi' intenso e sicero come lo sguardo di lei, caldo e avvolgente come la stretta al petto e il grande mantello intorno, dolce e protettivo come la mano che regge la piccola testa. Non rituale e simbolico, come questa nativita' e' semplicemente la documentazione di una giovane donna dai riccioli voluttuosi, assorta in un momento quotidiano col suo piccolo. E proprio cosi' spero che il 2010 vi raggiunga, come quel marmocchio: in un sonno sereno, con gli occhi socchiusi, la boccuccia sospesa e il ditino indipendente. E nello stesso modo in cui le guance rubiconde del bimbo, cosi' paffute da confondere il mento, e i quieti capelli composti, cosi' come la corposita' del busto di lei, cosi' concreto e pratico, e il viraggio ramato che tutto domina e unisce i cappelli di entrambi e il mantello, sono un presagio che al risveglio seguiranno certamente pianti corse e risate, piu' probabilmente che silenzi adoranti e sguardi timorati, cosi' io vi auguro che il 2010 appena destato, vi riconosca pieni di energia interiore e irrefrenabilmente determinati a riempire geometricamente il vostro spazio, con la vostra umanissima vitale presenza.

venerdì 27 novembre 2009

La liberta' tra desiderio e paura

In questi giorni si sta discutendo, soprattutto in rete e in parlamento, rimbalzando sulla stampa, la decisione se rinnovare o meno il Decreto Pisanu, e ho notato che il dibattito e' spesso confuso ed ingiustamente animoso, anche se poi culmina in azioni concrete.

Ci sono fondamentalmente due aspetti di principio che sembrano in attrito tra loro:
  • l'anonimato e' garanzia di maggiore liberta' di espressione per gli utenti, e contro discriminazioni nell'accesso alla rete dettate da logiche di mercato e rendite di posizione
  • l'anonimato consente di trasmettere impunemente comunicazioni che mettono a rischio la sicurezza o che favoriscono frodi
D'altra parte, dall'esperienza di tutti i giorni, sappiamo che e' possibile partecipare in rete, conservando l'anonimato rispetto agli altri utenti. Questo deriva dal fatto che chi puo' conoscere la reale identita' degli utenti, di fatto non la rende nota agli utenti stessi. Lo chiamerei "anonimato a livello utente".

Questo e' gia' un elemento importante a favore della libera espressione, e di un accesso non condizionato da logiche di mercato: e' fuori di dubbio che l'anonimato favorisce manifestazioni di opinioni piu' spontanee (non solo quelle su temi "sensibili", ma chiaramente e' una possibile difesa della propria privacy) e dunque incentiva la partecipazione, sia nel privato che nelle relazioni "di business". In sostanza, partiamo gia' da una situazione che consente "un certo" anonimato, con evidenti vantaggi. Anzi e' difficilmente contestabile, che il successo di internet negli ultimi due decenni sia stato legato anche a questa sua fondamentale caratteristica. Perfino certi comportamenti al limite dell'illecito, e compiuti quindi nell'anonimato, portano anche un benefico effetto nell'innovazione di certi mercati, come per esempio quella della musica.

Ma benefici ancora maggiori in termini di liberta' di espressione, giustificano che si vada oltre all'anonimato a livello utente. Basta pensare ai fatti di Teheran (e cito solo il caso piu' ecclatante, ma di denunce in rete fatte a rischio della propria sicurezza la rete ne e' piena, e vengono dai piu' svariati angoli del mondo). Laddove il regime non e' democratico, e non si puo' avere fiducia in chi "governa", l'anonimato minimo sufficiente per assicurare una reale liberta' di espressione deve essere, a seconda della gravita', il piu' possibile "intrinseco" al sistema.

Paradossalmente, in un paese a governo democratico e veramente liberale, l'anonimato in rete potrebbe essere una questione poco rilevante, ma sappiamo bene che proprio nei paesi dove le liberta' sono limitate in generale, l'anonimato in rete diventa questione di vitale importanza. E nelle vie di mezzo? rimane ancora una questione delicata.

D'altra parte, che sia possibile utilizzare lo stesso anonimato anche per scopi discutibili (informazione distorta, calunnie, minacce) e illeciti piu' gravi (terrorismo, pedofilia, frodi), e' anche fuori discussione. Di tutto questo abbiamo numerosi esempi. Chi frequenta la rete assiduamente sa benissimo che il primo tipo di situazioni sono facilmente riconoscibili, e si possono quindi contenere tenendole nelle giusta scarsa considerazione. Ma bisogna anche considerare che la rete e' popolata da persone meno esperte e piu' facilmente condizionabili. La pedofilia e le frodi sono ancora molto ricorrenti, anche se sono notizia di tutti i giorni i successi ottenuti dalle polizie di tutto il mondo. Sul terrorismo non trovo notizie di rilievo se non poche volte in un anno, ma e' un dato di fatto che in europa gli attentati si sono ridotti a zero o quasi.

E' chiaro che per gravi ragioni di sicurezza, sia necessario non mantenere l'anonimato a livello di sistema.

E veniamo alla net neutrality. Con questo termine si fa riferimento ad un "modello di internet", in base al quale tutti i pacchetti di dati vengono trasferiti senza entrare nel merito dei contenuti, e dunque assicurando pari condizioni di esercizio per qualunque utente. Lo scopo della net neutrality e' quello di garantire la massima liberta' di espressione degli utenti e l'indipendenza di internet dalla concorrenza tra centri di potere politico ed economico. La net neutrality, anche se non e' definita in modo perfettamente condiviso, e' riconosciuta come l'attuale modello di internet, e infatti sono numerosi i movimenti di opinione e le azioni volte a difendere tale modello, e quindi a mantenerlo. La rete, per come la conosciamo noi, in occidente, e' neutrale.

Detto questo, e' evidente che anonimato e net neutrality sono due questioni fortemente intrecciate tra loro. E se non lo fossero, io penso che dovrebbero esserlo in futuro, anche senza arrivare a farne una questione ideologica. Quindi la net neutrality prescrive, o dovrebbe assicurare che sia preservata l'opzione di rimanere anonimi almeno "a livello utente" (in questo senso si parla di diritto all'anonimato).

Da tutto questo seguono alcune facili conclusioni (sulle quali invito comunque a tenere sempre accesa una discussione costruttiva ed istruttiva):
1) per ragioni di sicurezza e' sufficiente che non sia consentito l'anonimato a livello di sistema (ma il discorso andrebbe fatto tenendo conto del regime del paese in questione)
2) per ragioni di liberta' di espressione, e di indipendenza dalle posizioni dominanti nel mercato, e' sufficiente garantire l'anonimato per tutti gli utenti (compreso nei confronti di grandi gruppi di potere economico e politico)
3) e riassumendo, finche' non ci sono particolari problemi di sicurezza (nazionale e non), un certo livello di rischio deve essere sopportato considerando il beneficio che ne deriva sul piano della libera circolazione delle idee e della spinta all'innovazione allo sviluppo sociale ed economico.

Nonostante che l'anonimato in rete sia dunque una questione "fondamentale", e che si possa arrivare facilmente a chiare e semplici linee guida, credo condivisibilissime e condivise di fatto in maggioranza, spesso si leggono in rete considerazioni piuttosto confuse. Ecco alcuni punti dove e' piu' evidente la confusione:

1) La rete e' intrinsecamente "anonima".
Tecnicamente parlando, e' sempre possibile (?) rintracciare il terminale da dove e' partito un certo pacchetto di dati, ma nella pratica, questo dipende da una serie di fattori tecnici. Soprattutto non e' ancora sufficiente per l'identificazione della persona che operava su quel terminale: perche' sia ricostruita anche l'identita' della persona occorre che siano intrecciate le informazioni sul traffico con le informazioni sull'utente. Dunque e' falso dire che "la rete non e' anonima", mentre e' piu' esatto dire che la rete piu' i dati relativi agli accessi da parte degli utenti, permettono di escludere l'anonimato quasi sempre. Alla luce di quanto detto prima, questo aspetto non e' trascurabile. Il problema si sposta quindi dagli aspetti infrastrutturali alla gestione dei dati che permettono l'effettiva identificazione della persona che accede ad internet.

2) L'anonimato e' un problema da eliminare. La rete ha il problema che non e' controllabile.
Che questi siano solo dei problemi, e non anche dei vantaggi, lo abbiamo detto all'inizio. L'anonimato a livello utente e' piu' che legittimo, e' vantaggioso, ed e' anche lo status quo, e probabilmente una delle ragioni del successo di internet da 20 anni a questa parte. Difficile pensare che internet sia nata con una caratteristica fondamentale di questa rilevanza, solo per un errore o una leggerezza dei progettisti. Difficile pensare che oggi l'equilibrio tra cio' che si puo' fare di bene e cio' che si puo' fare di male, si sia improvvisamente spostato dalla parte piu' sfavorevole, rendendo necessarie misure di sicurezza che prima non erano richieste. Difficile pensare che il crimine organizzato sia stato finora fortunatamente "sbadato" rispetto ad internet, i terroristi grossolanamente "incompetenti", o che gli utenti che sono arrivati in rete solo recentemente mediamente siano piu' "scorretti e disonesti" dei precedenti. L'anonimato, cosi' come oggi lo vediamo possibile, e' intenzionale, ed un "pezzo" prezioso della internet che conosciamo, quella che e' arrivata fino a noi di successo in successo.

3) L'anonimato in rete e' questione di sicurezza nazionale.
La rete e' globale, e direi per fortuna. In questo sta proprio uno dei suoi elementi di forza. Non si puo' quindi guardare alla rete come a qualcosa che si puo' regolamentare completamente con leggi nazionali. Vincoli all'utilizzo della rete imposti solo nel nostro paese - se partiamo dal principio che internet e' una risorsa preziosissima - non farebbero altro che aumentare il divario tra l'Italia e il resto del mondo, che anzi, al contrario occorre diminuire, in modo consistente e al piu' presto.

Dunque, siamo di fronte ad un sottile gioco di compromessi, tra il livello di liberta' a cui aspiriamo, e contemporaneamente il livello di sicurezza che ci vogliamo garantire. La questione e' sempre la stessa: la liberta' comporta perdita di controllo, e quindi di sicurezza. Per alcuni meno fortunati, si tratta ancora, a volte, di dare la vita per difendere la liberta', mentre per altri, di dare la liberta' per difendere la vita (comoda).

martedì 6 ottobre 2009

Civicita': una citta' intermedia tra locale e globale

Ecosistema 2.0 si focalizza sulla considerazione che l'ecosistema territoriale e quello digitale andranno sempre piu' sovrapponendosi, per il semplice motivo che ad abitarlo sono le stesse persone.

Quale potenziale si libera man mano che cade il muro che ancora si percepisce? Quale valore porta un'applicazione piu' diffusa dei modelli a rete? Quale spinta di innovazione pervadera' il nuovo habitat, sia nella dimensione sociale, civica, economica, politica? Sono queste le stesse domande, insieme alla sfida di concretizzare risposte, che il progetto Cittadinanza Digitale pone all'attenzione di Venezia.

I temi che verranno proposti al VeneziaCamp, sabato 24 Ottobre, all'Arsenale, nell'evento "Civicita': una citta' intermedia tra locale e globale", sono quindi (titoli da
definire, interventi da confermare):
- sulla questione urbanistica, la citta' tra il locale e il globale,
il suo impatto sul senso di civicita';
- sulla questione della governance di rete vs governance di territorio;
- sui modelli culturali di etnie dal mondo contemporaneo e dalla
storia, che valorizzano la rete sociale;
- sulla questione individuo vs gruppo, in chiave netafisica e nelle
metafore zen;
- esempi di servizi territoriali a carattere sociale realizzati con
tecnologie web/web2.0 ad opera di un ente parastatale a vicenza;
- un approfondimento di come l'utilizzo di internet sta cambiando e
valorizzando un settore impiantistico, quale quello dell'energia da
fonti rinnovabili;
- esempi di social network territoriali, non veneziani:
nordestcreativo, rubanocitizens e nodo;
- un esempio di Enterprise 2.0 sul fronte del mercato e uno sul fronte
dell'organizzazione interna;
- un esempio di utilizzo della rete e di location sul territorio in
aiuto ai professionisti nomadi;
- come l' "internet delle cose" portera' valore in una citta' come venezia;
- un intervento di marketing territoriale in valpolicella.

Questi temi sono presentati, in anteprima, a Vicenza, in occasione
dell'evento "Venezia chiama, il territorio risponde", mercoledi 7
ottobre.

Per iscriversi al VeneziaCamp:
http://barcamp.org/veneziacamp2009

Per iscriversi all'evento "Civicita': una citta' intermedia tra locale e globale" a Venezia, il 24 Ottobre alle 14:30:
http://www.veneziacamp.it/eventi/civicita-una-citta-intermedia-tra-locale-e-globale/

Per iscriversi all'evento "Venezia chiama, il territorio risponde" a Vicenza, il 7 Ottobre alle 18:30:
http://ecosistema20.ning.com/events/venezia-chiama-il-territorio

Per iscriversi a Ecosistema 2.0:
http://ecosistema20.ning.com

venerdì 11 settembre 2009

Premio ETI "Gli olimpici del teatro" - Vicenza

clipped from enteteatrale.it
È il Premio che l' ETI e il Teatro Stabile del Veneto , in accordo con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali , hanno istituito per creare un appuntamento annuale di grande prestigio e forza comunicativa. Espressione del mondo del teatro italiano nella sua varietà di correnti artistiche, di generi e di realtà produttive, "Gli Olimpici del Teatro" vuole essere un riconoscimento del Teatro al Teatro, consegnato dai professionisti e dagli artisti della scena ai loro colleghi, per creare un'importante occasione di incontro e di promozione.

Gli Olimpici si rifanno esplicitamente ad illustri esempi stranieri - i TONY AWARDS americani o i MOLIERES francesi - sia nell'intento di riunire il meglio di tutti i generi teatrali, sia nella formula della doppia votazione. Come negli Oscar del cinema, infatti, una giuria di esperti indica delle terne (nomination), che saranno poi votate da oltre 300 artisti e professionisti della scena , in rappresentanza della comunità artistica italiana.

Il Premio lega il suo nome ad uno dei luoghi più significativi della nostra cultura, il TEATRO OLIMPICO di Vicenza (Patrimonio Mondiale dell'UNESCO), lo splendido monumento di Andrea Palladio, che ospiterà la serata di consegna dei premi.

Le categorie da votare riguardano i migliori spettacoli in assoluto, i musical, i monologhi e le novità italiane; gli attori protagonisti, non protagonisti e emergenti; e poi registi, scenografi, costumisti, musicisti. Sono candidabili tutti gli artisti e tutti gli spettacoli in scena nella stagione, anche se hanno debuttato nelle stagioni precedenti.

La Giuria, di volta in volta composta da differenti esperti, tra artisti, critici, rappresentanti istituzionali, ha il compito di definire le nomination. Ogni anno la giuria sarà presieduta da una personalità esterna al mondo del Teatro.
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lunedì 18 maggio 2009

La stella marina e il ragno


Consiglio la lettura del libro "The starfish and the spider", di Ori Brafman, che ha considerato la leaderless organization sotto diversi aspetti, e direi in modo piuttosto "laico", cioe' studiando i pregi e i difetti, i meccanismi di partecipazione e anche quelli di contrasto. Tra gli esempi di leaderless organization abbiamo anche Al Qaeda, infatti.

Ho inserito nella videoteca di Ecosistema 2.0, il podcast di Marina Noordegraaf la cui qualita' della resa "video" non e' molto buona, ma la spiegazione dei punti principali e' semplice e molto efficace.

Mi piace riportare da quest'ultimo video, proprio questa citazione: "metti le persone in un sistema aperto, e immediatamente vogliono contribuire". Questo ci conferma che la partecipazione attiva e costruttiva e' ormai legata in modo imprescindibile con la delega e l'autonomia.


Nel video il concetto e' accompagnato da una divertente vignetta tratta da xkcd.com. La domanda e' allora "chi stabilisce cosa e' giusto e sbagliato in una leaderless organization", cioe' in sintesi qual'e' l'obiettivo se non c'e' "un capo" che lo fissa ? Io trovo proprio questo l'aspetto piu' interessante: l'emergere di un "senso comune del bene".

La discussione e' stata avviata anche qui, su Ecosistema 2.0