Visualizzazione post con etichetta social_network. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta social_network. Mostra tutti i post

sabato 28 maggio 2011

Una serata liquida, con Bauman a Padova

baumanCredo che sentire Zygmunt Bauman parlare dal vivo a Padova restera' un evento irripetibile (naturalmente gli auguro 100 anni ancora di vita liquida e felice). Una "bella mente", lucida e pacata anche nei passaggi piu' scomodi. Proprio perche' scambiarsi figurine del mondo e' una delle attivita' sociali piu' antiche, un gioco a cui non perderemo mai voglia di giocare, ne sono uscito veramente appagato, e forse proprio rigenerato.

Naturalmente Bauman ha fatto una diagnosi, ma non ha prescritto medicine, e questo non ha risolto l'ansia di molti di fronte alla liquidita'. Del tutto artificiali sono sembrati sia il "felici" ficcato nel titolo ("Vite liquide: essere felici e moderni"), sia la sua frase conclusiva sulla "speranza che e' dura a morire" (rifrasata). Ma forse qualche utile indicazione tra le righe c'era... visto che ha parlato di transizione e di responsabilita' individuale.

Grazie all'organizzazione che ha reso possibile questo evento, effettivamente una perla rara in veneto: di eventi del genere non ce ne saranno mai abbastanza. Di fronte ad un simile risultato, qualche disguido sulle registrazioni all'evento non trascritte, e perfino su carte d'identita' perse (veniva trattenuta a garanzia delle cuffiette), passa in secondo piano. Comunque lo segnalo perche' note stonate del genere rappresentano sicuramente uno spazio di miglioramento, oltre che un grosso fastidio per chi le subisce. Anche la comunicazione promozionale potrebbe essere migliorata, e anzi riporto un link all'articolo su PadovaNews, che sicuramente presentava l'evento con maggiore precisione.

Al giornalista Dario Di Vico riconosco il prestigioso ma difficile compito di porre domande ad un pensatore riconosciuto tra i piu' illuminati della fine secolo scorso e contemporanei, la cui nota inclinazione e' quella di parlare a braccio, fuori dagli schemi proposti, e soprattutto di essere lui a porre le domande alla platea. In questi casi l'umilta' non e' mai troppa, e insistere nell'esercitare un ruolo che l'interlocutore non ti riconosce, non aiuta a onorare nel modo migliore il compito affidato, pur arrivando con un'ottima preparazione.

Di quanto ci ha regalato Bauman, ho la sensazione che non contenesse molto di nuovo rispetto a quanto aveva gia' scritto o detto altrove, o almeno spero di non essermelo perso. Qui il twit stream (piu' sotto il mio, che e' arrivato in tempo differito per i motivi che gli amici piu' intimi sanno :) . Su questa pagina era disponibile il live streaming dell'evento: speriamo che ne ricavino un video.

Chiudere poi una serata, dopo che Bauman ci aveva parlato di ansia, incertezza, insicurezza, solitudine, comunita' che si liquefano, noi tutti seduti invece intorno a un tavolo, sereni, allegri, intrecciati in rete, non ha prezzo! ... per tutto il resto c'e' ... ;-)

Il mio twit stream:

Gino Tocchetti

non voglio essere considerato pessimista, ne' ottimista. la speranza e' l'ultima a morire (ndr: evabbe') #segnavie2011 #bauman [link]

I social media fanno sentire vicine le persone lontane, ma lontane le persone vicine (forse) #segnavie2011 #bauman [link]

la responsabilita' e' nostra (come ci ha insegnato socrate) #bauman #segnavie2011 [link]

riprendendo gramsci siamo in un interregno, non credo che la liquidita' sia l'immagine dell'umanita' futura #bauman #segnavie2011 [link]

nessuno e' in grado di intervenire nello spazio dei flussi (castells) #bauman #segnavie2011 [link]

i governi promettono sicurezza (una volta promettevano liberta') ma non sono in grado di darla #bauman #segnavie2011 [link]

perche' fb vale tanto? l'oro di facebook e' nella paura di essere abbandonati #bauman #segnavie2011 [link]

non abbiamo piu' community che ci forniscono identita', modelli, sicurezza: al loro posto ora ci sono i network #bauman #segnavie2011 [link]

oggi la cultura e' una collezione di offerte, oggi sono se sono in tv (per i poveri la tv e' sostituita da fb) #bauman #segnavie2011 [link]

non abbiamo piu' cultura in grado di creare unione (nel 900 ci aveva permesso di creare stati nazione) #bauman #segnavie2011 [link]

anche se sapessimo cosa fare, non sapremmo chi lo deve fare #bauman #segnavie2011 [link]

abbiamo potere (capacita' di fare) ma non abbiamo politica (capacita' di dire cosa fare) #bauman #segnavie2011 [link]

siamo ora disposti a dare un po' di liberta' per piu' sicurezza #bauman #segnavie2011 [link]

siamo liberi come mai prima, ma questo genera insicurezza: #bauman #segnavie2011 [link]

[articolo gia' pubblicato qui]

domenica 27 febbraio 2011

Riti sociali italiani 2.0: moda, cucina e apprendimento ludico

C'e' uno stile italiano per il quale siamo famosi nel mondo, altro che pizza e mandolino, mafia e bunga bunga. Uno stile tanto caratteristico e seducente, quanto difficilissimo da definire, come del resto tutte le cose che sono un distillato di millenni di storia, intrise di culture multietniche e magistralmente rielaborate, inspirate dalla bellezza di una terra che rimane ancora oggi, nonostante tutto, un concentrato di meraviglie. Di una forza tale percui in ogni angolo del mondo mi sono trovato, presentandomi da professionista o da semplice turista - e qualche volta turista cosi' fai da te da non sembrare proprio il classico pollo da sfruttare - in tutte le occasioni (tutte!) mi sono sentito subito abbracciare da sorrisi di simpatia e, si, di ammirazione: "ah, italy!".

Noi stessi, come popolo italiano e perfino come uomini di politica e di economia, ma anche di letteratura, non lo abbiamo ancora studiato analizzato e compreso con sufficiente approfondimento. Ne avvertiamo la presenza col retrocervello, lo raccomandiamo come valore aggiunto di ogni attivita' turistica nostrana (ma dell'intervento al BIT 2011, di Matteo Marzotto, presidente ENIT e rappresentante numero uno del brand Italia nel mondo, non c'e' traccia in rete), e pero' non sappiamo tutelarlo, lo sfruttiamo commercialmente con intelligenza e professionalita', ma piu' spesso lo associamo alle cause evidenti se non banali, spergiuriamo che e' tutto nostro ma non del nostro vicino, ci indignamo perche' lo stiamo perdendo, se gia' non lo abbiamo definitivamente corrotto e sciupato.

Non meriterebbe piuttosto un'attenzione maggiore, e se non ricerche accademiche o giornalistiche di opinabile autorevolezza, almeno una serie di iniziative volte proprio a stimolare l'autoconsapevolezza, e, perche' no, a condividerlo con i nostri fan nel mondo? Meglio se prima che lo facciano gli altri. Io credo che se c'e' un cancro che mina la salute di questo "italian way of life" e' proprio la mancanza di una ragionevole consapevolezza. E d'altra parte sono convinto che la sua forza sta proprio nell'essere innato, inconsapevole se non perfino sconosciuto a noi stessi, e dunque genuino. Raggiungere una via di mezzo sarebbe un risultato meraviglioso.

Ma anche se frutto di una misteriosa pozione magica, composta segretamente da cultura, storia, ambiente, gastronomia e moda, il nostro stile di vita altro non e' che una raffinata combinazione di comunicazione, sensibilita' condivisa e socialita'. Dunque anch'esso e' soggetto alla spinta innovatrice di internet, e quindi potenzialmente accompagnato ad una nuova profonda rivisitazione. Ancora una volta noi ci distinguiamo in questo, e guarda caso, siamo primi nell'utilizzo degli smartphone e dei social network. Anche qui, abbiamo subito abbracciato la parte dell'innovazione tecnologica che veramente ci interessa, senza le resistenze e senza la difficolta' di comprensione che invece mettiamo sull'altra parte (quella legata alla produttivita' e all'efficienza, che pero' ci servirebbe tanto quanto!).

Esiste gia' un "modello italiano" nell'utilizzo dei social media? "cazzeggio" e' una parola che entrera' nel vocabolario globale, al fianco di "romanzo" in letteratura, "allegro" nella musica, "lombard" in economia, "parmigiano" in gastronomia... ? Battute a parte sul cazzeggio, qui si fa riferimento alla capacita' che gli italiani hanno di utilizzare la dimensione ludica e sociale come strumento di lavoro, di stimolo alla coprogettazione, di condivisione multiculturale, e perfino di tenuta sociale e peace keeping... e di come questa si stia trasformando grazie a internet, e come internet viene per questo usato dagli italiani.

Con questo spirito e di queste cose parleremo nell'ambito del Digital Experience Festival, a Milano, dove Stefano Saladino ci ha gentilmente invitato a dare il nostro contributo, che consistera' nell'incontro dal titolo: "Riti sociali italiani 2.0: moda, cucina e apprendimento ludico", in particolare grazie a Mariela De Marchi, Sara Maternini e Domitilla Ferrari, e a tutti coloro che ci raggiungeranno allo IED - Sala B3 - Via Bezzecca, 5, Milano - 10 Marzo, dalle ore 10.30 alle 12.30 (iscrivetevi qui). Tutte donne: c'e' da meravigliarsi?
- Mariela De Marchi: consulente linguistica e di comunicazione online, gestisce progetti culturali ed esplora il teatro.
- Sara Maternini: community manager di professione, food blogger per passione, la potete trovare su quasi tutti i social network, anche e soprattutto i meno frequentati
- Domitilla Ferrari: giornalista passata al lato oscuro della forza: social media strategist in Mondadori, si definisce (con buon senso) guru dell'ovvio.
Gino Tocchetti, fondatore del think tank non convenzionale Ecosistema 2.0 e animatore del network che lo sostiene, dara' l'avvio al dibattito.

venerdì 22 ottobre 2010

Reti in azienda, reti tra aziende: un altro passo importante nella valorizzazione di ecosistemi 2.0

Ieri a SMAU Milano 2010, si e' tenuto il ciclo di interventi sul tema "Reti in azienda, reti tra aziende", promosso da Ecosistema 2.0, e che ha compreso gli interventi di:

- Mario Gastaldi: Reti…tra le Imprese e all’interno delle Aziende: Facilitazione di interazioni per la costruzione di Reti (slide)
- Stefano Schiavo: Diventare "surfisti": il 2.0 nello sviluppo organizzativo (slide)
- Emanuele Quintarelli: Il Social CRM mette l’individuo al centro del business (slide)
- Michele D'Alena: La comunicazione nei social media di una rete d’imprese: l’esempio della Camera di Commercio Italiana in Slovacchia (slide)
- Michele Vianello: Investire in Enterprise 2.0 per competere sul mercato globale VEGALAB: l’innovazione di processo produttivo per le PMI (slide)
- Gino Tocchetti: Reti in azienda, reti tra aziende: Reti per l'aggiornamento professionale (slide), insieme a Christian Zocchetta: Il Social Network dei Gruppi di Studio in CPV (slide)

L'evento ha suscitato un grande interesse come dimostrato dall'affluenza e dal prolungarsi dell'open talk finale, che e' finito alle 17:30 invece che alle 17. Anzi proprio quest' ultimo spazio e' stato particolarmente apprezzato, cosa che rende particolarmente orgogliosi visto che nelle iniziative di Ecosistema 2.0 si cerca proprio di scardinare gli schemi classici dei seminari (un po' troppo chiusi e frammentati), senza pero' arrivare all'approccio completamente destrutturato dei barcamp.

L'organizzazione di SMAU, e in particolare Erika Maiutto e Valentina Sorgato sono state bravissime e disponibilissime, e insieme abbiamo concordato un format perfettamente inserito nella efficace soluzione dell'Arena, gia' collaudata nelle precedenti edizioni di Padova e Bari, eppure con un paio di elementi rappresentativi dell'approccio di Ecosistema 2.0, appunto, quali il momento di discussione aperto ed esteso quanto piu' possibile, e la concentrazione in una finestra temporale limitata (in questo caso dalle 13:30 alle 17) di una serie di interventi congeniati per dare piu' punti di vista e differenti piani di lettura sullo stesso tema.

Questa volta spero di poter tornare con diversi post sull'esperienza allo SMAU, come avrei voluto fare anche in passato, negli interventi nel Veneziacamp del 2009 e 2010, senza pero' riuscirci. Queste esperienze che sto facendo con Ecosistema 2.0 sono infatti piacevolissime, grazie agli amici che partecipano come relatori e come pubblico attivo, e tra l'altro mi permettono di conoscere e apprezzare anche meglio le persone che stanno dietro ai loro avatar e alle loro prestazioni professionali e di internet startupper. Ma sono anche estremamente preziose per comprendere proprio le articolate dinamiche della rete che si forma tra queste persone e questi professionisti, e che puo' quindi fare da riferimento per molte altre reti analoghe.

Ad un certo punto, dal pubblico e' arrivata la domanda "A chi dovrei dare fiducia, visto che ci state proponendo diverse figure consulenziali, tutte esperte sul tema delle reti?". Mi sono sentito sinceramente di raccomandare gli autori dei brillanti interventi appena ascoltati, che stimo moltissimo e il cui valore e' testimoniato proprio dalla rete stessa. Ma proprio per la considerazione che facevo sopra, e quindi, nel progettare (piu' corretto sarebbe dire attivare) una rete, chiederei un parere soprattutto a chi la rete la fa davvero, dal momento che le competenze richieste sono cosi' diversificate (metodologiche ma anche emozionali, comunicative ma anche tecniche) e la loro effettiva padronanza non discende automaticamente dalla conoscenza teorica, e non puo' essere testimoniata che dal raggiungimento di risultati concreti in iniziative di rete.

Ieri e' emerso (un pezzo del)l'ecosistema di chi si fa parte attiva nella generazione e sviluppo di reti tra professionisti e aziende. Non hanno dato solo un contributo individuale, ma hanno collaborato apertamente e gioiosamente nelle fasi preliminari, mettendo da parte la proverbiale propensione a considerarsi primedonne, e dimostrando di aver compreso il valore di fare rete. Voi direte che e' il minimo che ci si possa aspettare da chi pensa di poter parlare di reti, ma vi assicuro che invece e' il frutto di profonda consapevolezza, e di un approccio collaudato nel tempo.

Per questo spero di raccontarvi un po' della storia di Ecosistema 2.0, perche' credo che sia istruttiva su quali opportunita' e ostacoli si possono incontrare, e come si possono affrontare efficacemente. E ringrazio a maggior ragione tutti coloro che hanno preso parte a questa storia, e che hanno permesso che diventasse significativa, e che ci portasse fino a questo punto. Non so qual'e' la destinazione di questo percorso, o anche sapendolo non so se ci arriveremo, quando e come: pero' so che e' un bel percorso!

mercoledì 25 agosto 2010

Sciami e glomeri: gradi di coagulazione nella rete liquida

David WeinbergerVi segnalo questo bell'articolo di Giorgio Jannis sulla grumosita' della rete. A differenza del modello dei padri di internet (vedi Small Pieces Loosely Joined), a mio parere non ancora confutato, da tempo si stanno manifestando in rete, con sempre maggiore evidenza, modelli comportamentali generali che riportano alle consuetudini ante-internet. Altrove avevo indicato questo come il fatto (il rischio) che "il territorio si riperenda la rete", e l'avevo contrapposto all'obiettivo che "la rete si diffonda nel territorio", su cui si fonda il progetto "ecosistema 2.0".

Questa evoluzione non e' poi cosi' sorprendente, e in un certo senso porta ad una maggiore evidenza fenomeni che erano gia' latenti, o proprio presenti anche se in misura minore, fin dall'inizio. Volendo cogliere l'importanza di quanto veniva consentito per la prima volta nella storia del genere umano, grazie alla Rete, la presenza di questi fenomeni anche in Rete, e' stata (giustamente) poco considerata finora. Ma la diffusione di internet, e in particolare l'affermazione dei social network (facebook e gli altri), sta rendendo necessaria una maggiore attenzione. La rete e' liquida, si, ma ci sono numerosi fattori di coagulazione.

Inizialmente, in una prima era della Rete, una moltitudine di persone estremamente variegata (nessuna categoria esclusa), si ritrovava in un luogo virtuale ben preciso, riportando quindi la sensazione di un circolo apparentemente ristretto, accomunata non dai propri interessi specifici, ma dall'uso di un particolare strumento di comunicazione e socializzazione. In questo caso il mezzo non era solo il messaggio, ma perfino la classe, anche se, proprio per la sua disomogeneita' intrinseca, una classe senza identita' politica ed economica.

Ora che lo strumento in se' non e' piu' cosi' innovativo, e la diffusione del suo utilizzo e' tale da risultare quasi scontato, il semplice fatto di essere in rete non ha piu' alcun significato rilevante, ne' tanto meno risponde ad una ricerca di identita' o al bisogno di autoaffermazione. I social network in particolare, hanno reso una commodity l'appartenere ad un network. Altri sono quindi i motivi che portano ad aggregarsi in rete, e ritornano ad essere quelli di sempre: la rete ridiventa un semplice facilitatore.

Nonostante questo, e come Giorgio sottolinea nel suo articolo, riprendendo tra l'altro quello di Galatea, il valore della rete rimane nell'infrangere le barriere, nel rompere le scatole, nel gettare ponti, nello scavalcare i recinti dei giardini chiusi, nell'ibridare, nel far fluire e rigenerare la conoscenza, nel garantire dialogo confronto ascolto, nello scatenare creativita', pensiero laterale, visione a 360 gradi. Se tutto questo, nella prima era di internet, era quasi intrinseco alla rete stessa, adesso dipende dall'azione specifica di chi la vive e in essa agisce. Stiamo passando da una fase in cui la rete era un dato di fatto, ad una in cui la rete ritorna ad essere un atto da fare.

Divengono perciò importanti, sulla rete, ai fini della diffusione dell’informazione, quegli individui che hanno molteplici interessi, molti contatti e in qualche modo partecipano a molte cerchie trasversali. Questi possono permettere che informazioni presenti solo nella cerchia A passino anche alla cerchia B, che, altrimenti, potrebbe bellamente ignorarle. Non necessariamente costoro sono i cosiddetti “guru” del web, o blogstar: anzi, di solito l’autore di un sito o di un blog tende a crearsi una personalità ben riconoscibile, e affrontare quindi solo determinati argomenti. Questi “ponti” fra le cerchie possono essere anche personaggi molto anonimi: basta che la loro rete trasversale di contatti permetta di innescare, per effetto domino, una specie di tam tam in ambienti che solitamente non sono in contatto. Un po’ come la vecchia fantesca del villaggio, che nessuno considerava un personaggio importante, ma, andando di casa in casa, finiva col diffondere in tutti gli strati sociali le novità del giorno. Internet è un villaggio globale. In tutti i sensi.

via NuoviAbitanti: Socialità in Rete di Giorgio Jannis

Leggete anche tutto l'articolo da cui parte a sua volta Galatea, di Ethan Zuckerman, dal titolo originario "A wider world, a wider web", e tradotto sulla Stampa.it.

giovedì 19 agosto 2010

Facebook e il decadentismo digitale

Interessanti spunti di Sergio Maistrello e sul Post, sulla piattaforma piu' amata ed odiata al mondo... anzi la piu' usata, ma non amata:
Usiamo Facebook, forse anche troppo, ma non ci piace davvero. Questo almeno è quello che che rivela uno studio di ForeSee Results, che mette a confronto la quantità di utenti di un prodotto o servizio con la loro soddisfazione. Quando una piattaforma è la più usata è difficile distaccarsene, un po’ per pigrizia e un po’ per abitudine, soprattutto nel caso di un servizio come Facebook che richiede l’adesione di una quantità molto elevata di utenti per poter davvero funzionare. Spiega Businessweek:
Probabilmente è una variazione del concetto di «satisficing». La parola «satisfice», coniata nel ‘56 da Herbert Simon, economista e psicologo della Canergie Mellon University, combina le due parole «satisfy» (essere soddisfatto) e «suffice» (essere abbastanza), e descrive il modo in cui i consumatori fanno le loro scelte seguendo la strada più comoda. Nel caso dei social media, vai dove sono i tuoi amici.

Diverse le possibili spiegazioni di questo rapporto cosi' prosaico, con uno strumento che in molti casi assorbe incredibili quantita' di tempo ed attenzione. Sergio parla di aspetti funzionali e di experience, mentre nel pezzo citato qui sopra si parla di policy ostili.

Io aggiungerei anche la questione del saldo non sempre positivo, tra tempo investito e benessere e vantaggio guadagnato. Per quanto possiamo essere d'accordo sull'importanza delle reti sociali, della condivisione della conoscenza, della creativita' allo stato liquido, rimane sempre incompleto il livello di realizzazione di se', mancando almeno due grosse componenti: quella fisica, e quella progettuale. E per entrambi e' necessario il collegamento col territorio.

Facebook, come altre piattaforme di social networking, se considerate come strumento isolato, sono per la relazione fine a se' stessa. Questa non e' certo un'esperienza di scarso valore, e il suo potenziale in termini di benessere interiore, approfondimento conoscitivo e sviluppo di un senso comune sono importantissimi, specie dopo anni votati ad un individualismo che si trasformava molto spesso in isolamento. Ma superata la sbornia, e raffinate le esigenze, per relazioni piu' efficaci e per esperienze piu' profonde, inevitabilmente, la piattaforma (qualunque essa sia) mostra i suoi limiti, e il gioco alla fine stanca.

Da questo punto di vista Facebook non ha nulla di meno delle altre, se non forse la "colpa" di creare maggiori aspettative. Mi rendo conto che non ho risposto alla domanda di partenza dei due articoli (perche' scelgono tutti Facebook e non un'altra piattaforma?), ma sinceramente, a questo punto (509 milioni di utenti nel mondo, e quasi 17 in Italia - dati in tempo reale), non c'e' storia: la risposta e' perche' sono tutti qui.

Per capire l'ascesa di Facebook (argomento obsoleto, ma forse a qualcuno interessa ancora), io faccio sempre il paragone con Microsoft: all'inizio era l'unica risposta alle esigenze dell'utente "primitivo", poi, dopo la penetrazione del mercato a quote bulgare, e' diventato lo standard de facto. La lezione da imparare? sempre quella: saper cogliere l'attimo in cui milioni di utenti sono pronti per entrare in scena, ma tutti gli strumenti fino a quel momento offerti sono troppo complessi, adatti solo ad utenti geek. Un altro e' stato Skype.

Ma a questo punto la vera questione da porsi e' "cosa verra' dopo Facebook". Il recente articolo provocatore di Wired, sulla morte del web, segnala che nuove modalita' di utilizzo di internet (cioe' della infrastruttura di connessione sottostante il web) si stanno affermando. Inoltre, e di conseguenza, nuove reti saranno piu' agevoli (reti di cose, reti di posti... reti di dati...): ma queste cambieranno la nostra vita quotidiana (anche profondamente) da un punto di vista informativo e operativo. Su questa strada si potra' essere sempre piu' prosumer raffinati di contenuti, certosini cesellatori di nuove architetture informative, perfino barocchi impaginatori e manieristi dei messaggi, cicisbei nel social networking come cortigiani del Re Sole, per non parlare del dandysmo gia' dialagante nella scelta dei device di moda.

Cosa si prospetta invece del punto di vista relazionale (esperienziale) e cognitivo? Un salto quantico potrebbe effettivamente aversi sul piano semantico, sempre che questo ci consenta di spostarci ad un livello meta con la stessa funzionalita' e completezza con cui da qualche millennio usiamo le parole invece dei gesti. Qualcosa di piu' vicino temporalmente parlando, e di grandissimo potenziale potrebbe arrivare quando saremo in grado di dare il dono della parola agli oggetti. Qualcosa di altrettanto potente, potrebbe arrivare nel campo dei video, sfruttando le tecnologie ancora coperte da segreto militare nel pattern recognition e nell'analisi delle immagini. Riuscite ad immaginare cosa sarebbe in termini esperienziali relazionali e cognitivi, se si potesse passare dal linguaggio visivo a quello testuale e vocale in modo (semi) automatico ?

LinkedIn: i gruppi hanno rivoluzionato l'idea originale

Riporto qui la risposta che ho dato ad Alessandra Farabegoli, che si chiedeva nel suo blog se avesse ancora senso utilizzare LinkedIn nella maniera raccomandata inizialmente, cioe' registrando come contatto solo le persone effettivamente conosciute.
---
Anch’io, Alessandra, mi sono posto la stessa domanda annni fa.

Da un lato gli stessi gestori raccomandano di “registrare” sulla piattaforma solo i contatti “veri”, e di lasciare alla piattaforma stessa il compito di percorrere tutte le catene lungo i vari gradi di separazione, contando su una referenziazione da parte delle persone coinvolte nei passaggi intermedi. Questo e’ fondamentale nel caso di contatti “delicati”, come per esempio quelli che riguardano progetti e clienti. Dall’altro il pragmatismo di avere un contatto diretto con molte piu’ persone di quelle gia’ conosciute, per avvicinarle piu’ velocemente e senza intermediazione. Questo e’ utile solo nel caso di contatti “superficiali”, in cui l’obiettivo e’ semplicmente quello di invitare ad un evento, o di segnalare un’iniziativa.

Anche se le due situazioni sono diverse, lo stesso professionista puo’ avere motivo di usare LinkedIn, sia nel primo che nel secondo modo. A questo si aggiunge il fatto che moltissimi adottano il banale comportamento di accumulare tra i propri contatti l’universo mondo, finendo quindi per essere “presenti” in ogni catena, ma non rappresentando affatto un modo congruo per concretizzare certi contatti. Entrambe queste cose mi hanno convinto che non e’ conveniente essere troppo selettivi, ma che certamente occorre comunque conoscere bene qual’e’ l’affidabilita’ delle persone che potrebbero completare la catena.

Dal 2007, LinkedIn ha introdotto i gruppi, e una nuova modalita' di comportamento si e' resa possibile. Per chi come me, e come te immagino, fa parte di molti gruppi con molti iscritti, e’ diventato molto facile avere la possibilita’ di entrare in contatto con la persona che interessa, grazie al fatto che si e’ membri dello stesso gruppo. Tutte le persone dello stesso gruppo possono entrare in contatto diretto tra di loro, almeno nella maggioranza dei grandi gruppi. Questa e’ diventata una importante via alternativa alle catene di contatti: in un certo senso, l’introduzione dei gruppi ha stravolto l’idea originale di LinkedIn. Naturalmente contatti di questo genere sono utili solo per situazioni poco delicate o impegnative. In compenso la qualita’ del contatto, in questi casi, non e’ piu’ data da quella degli intermediari, ma risulta effetto collaterale della reputazione costruita nel gruppo.

sabato 15 maggio 2010

C'e' vita dopo Facebook ?

Trascrivo qui il commento alla nota su VeniceSession, che sostanzialmente porta l'attenzione sull'articolo "Is There Life After Facebook?", uscito sul blog del NY Times:

Certamente Facebook ha saputo conquistare una grossa (grossissima) fetta del mercato, evidentemente per meriti obiettivi, che consistono soprattutto nella semplicita' di accesso e nel proporsi come piattaforma aperta all'integrazione di servizi di terze parti (apps). Quest'ultimo aspetto, in cui Facebook e' stata uno dei pionieri e oggi sta diventando un approccio molto diffuso e driver di successo, ha permesso di catturare l'attenzione di una moltitudine di sviluppatori e contemporaneamente ha permesso di estendere i servizi e in particolare l'"esperienza d'uso" di Facebook, e quindi il numero di utenti.

D'altra parte la filosofia di Facebook non e' mai stata caratterizzata dall'apertura, e non sorprende che prioritariamente guardi a Microsoft come partner strategico, e a Google come concorrente numero uno. Ora che la posizione dominante acquisita apre a scenari in cui diventano piu' chiari i rischi, in modo particolare sulla privacy, e non solo i vantaggi, non sorprende la reazione di buona parte degli utenti, e il proliferare di articoli come questo in oggetto.

Purtroppo (come per la suite Office di Microsoft), e' ancora molto comodo approfittare di questo "standard de facto" e soprattutto della diffusione di Facebook (400 milioni di utenti nel mondo sono un vantaggio competitivo incolmabile, e quindi un fattore di lock in per gli attuali iscritti), soprattutto se si parla di social network, dove vale chiaramente la regola che "si va dove sono le persone". E d'altra parte il facebook-killer non potra' essere che una piattaforma veramente opensource (com'e' stato OpenOffice per MS Office), la cui caratteristica sara' nell'offrire una "reale apertura" a livello architetturale, pur mantenendo un modello funzionale e soprattutto esperienziale, molto simile a facebook, per consentire al maggior numero di utenti di non avere difficolta' a migrare abbandonando Facebook. E dunque qui sta il punto: OpenFacebook ancora non si vede all'orizzonte (anche se qualcuno l'idea l'ha avuta e ha incominciato a lavorarci: quelli di Diaspora e non solo).

Piu' in dettaglio, qui c'e' una lista di consigli per chi si appresta a progettare il facebook-killer:
1) non preoccuparsi solo degli aspetti architetturali, ma rendere chiaro all'utente in che modo la nuova soluzione sara' altrettanto semplice, e pero' piu' "aperta" nel controllo dei dati personali
2) cio' non di meno, la piattaforma pone questioni non banali, come per esempio l'utilizzo di un cloud di server e la questione del decadimento delle performance se il "grafo" dei contatti va ricostruito di volta in volta (ad esempio alla richiesta di un aggiornamento delle news) a partire dai server su cui e' distribuito
3) fare tesoro di studi e ricerche gia' svolte, principalmente in ambito accademico, come il lavoro di Danah Boyd (“Making Sense of Privacy and Publicity” e “Privacy and Publicity in the Context of Big Data”) e Helen Nissenbaum, che parla di “contextual integrity” (concetto ripreso e sviluppato da Michael Zimmer, Fred Stutzman e Kaliya Hamlin.
4) provare a rispondere ad un bisogno di essere connessi che nella realta' e' molto piu' sofisticato di quanto finora permesso dai social network di prima generazione (in cui o si e' amici, o no, e o si pubblica per il network, o si mandano messaggi in privato) e che spesso richiede di gestire "diverse identita'" senza pero' arrivare ad attivare differenti account
5) predisporre un sistema di controllo dell'accesso ai propri dati che sia si, efficace e corrispondente alle attese dal punto di vista della privacy, ma che al tempo stesso sia semplice da utilizzare, e non tarato sulla sensibilita' e capacita' di un amministratore senior di un ufficio tecnico aziendale
6) tentare di dare finalmente una risposta al problema dell'overload delle informazioni, consentendo quindi di filtrare opportunamente l'enorme quantita' di contenuti che vengono condivisi nei social network, e ponendo quindi a priorita' piu' bassa il piacere di sedersi in riva ad un fiume in piena di messaggi da tutto il network
7) invece che combattere Facebook frontalmente, cercare di approfittare delle possibilita', anche se scarse, di esportare dati da Facebook, tenendo conto che questa possibilita' e' vincolata al fatto che si possono accedere dati di amici, e solo se questi hanno scelto un particolare livello di privacy. Inoltre se e' vero che Facebook tende ad acquisire dall'esterno molti piu' dati di quanti non ne renda disponibili all'esterno, questo significa che si possono accedere direttamente le fonti che si usano per alimentare Facebook
8) per quanto siano svariati gli aspetti da affrontare nella progettazione di facebook-killer (vendita di servizi, pubblicita', privacy...), rimane fondamentale conquistare la fiducia degli utenti, che passa per una comunicazione trasparente e comprensibile. La semplicita' di utilizzo e' cruciale, ed e' uno dei principali fattori di successo di Facebook.
(E in ultimo, trovate un nome serio, possibilmente)

lunedì 19 aprile 2010

Nu poch 'e dollars to me

C'e' qualcosa che non mi torna in questo annuncio, con cui Jason Rosenthal (neo CEO di ning da un mese appena) spiega che ha basato la decisione di dismettere la versione free, dopo aver visto che il 75% del traffico e' generato attraverso pagine di network che hanno sottoscritto un piano a pagamento. Una spiegazione che non mi convince.

Se l'attenzione di Jason fosse andata sul fatto che il 25% rimanente non genera revenue, bisognerebbe considerare l'effetto passaparola, e la facilita' da parte dei nuovi utenti di sperimentarne le funzioni proprio grazie alla versione free.

Se si fosse preoccupato del fatto che genera costi, non sembra verosimile, dal momento che nel rimanente 25% ci sono tutti i network messi online e lasciati inattivi, e che quindi non consumano quote significative di spazio e banda.

Se l'intenzione fosse quella di forzare almeno una parte a sottoscrivere un piano a pagamento, anche questo non lo credo verosimile, perche' sperare che lo faccia un 10% di quel 25% sarebbe gia' troppo.

A questo si aggiunge un ulteriore dato sostanziale: Jason promette, si, un incremento di funzionalita', anche per compensare il fatto che viene dismessa la versione free, ma contemporaneamente annuncia la riduzione del 40% dei dipendenti.

Un calo cosi' drastico mette indubbiamente in crisi, anche se temporaneamente, la capacita' di qualunque azienda di continuare ad operare nello stesso modo, e visto che parliamo di aziende di software, ci possiamo aspettare un periodo in cui faranno fatica a tenere il codice sotto controllo. In tali circostanze puoi dare la priorita' all'introduzione di nuove feature? Forse solo quelle che non impattano con l'architettura informatica preesistente (l'accesso via mobile?), ma sono quelle cosi' sostanziali?

Io temo che la notizia vada letta in quest'altro modo: non e' piu' tempo per il free. D'altra parte e' sotto gli occhi di tutti che l'economia del mondo occidentale e' in declino, le vacche dimagriscono a vista d'occhio, ne' si vede all'orizzonte una ripresa sostanziale. Tra l'altro proprio le speculazioni finanziarie (che sono state le principali colonne della new economy) sono ora sotto il ferreo controllo delle authority (quelle obamiane intendo). Forse sara' bene che incominciamo ad abituarci che tutto quel ben di dio che ci eravamo abituati ad avere gratis (perche' altri settori dell'economia se ne facevano carico), dovremo pagarlo. E speriamo che nella prospettiva globale, e con la diffusione di internet che intanto abbiamo raggiunto, e col fatto che l'advertising sul web tiene ancora botta, si tratti tutto sommato di un pugno di dollari al mese.

sabato 27 febbraio 2010

Google Video vs Vividown: vecchi diritti, nuovo diritto /2

[Segue da qui]

Col terzo punto entriamo invece in una dimensione nuova, tipica dell'ecosistema allargato (internet che "aumenta" il nostro tradizionale mondo reale e virtuale). La questione che si pone qui e' (stata sempre) cruciale per internet, il suo potenziale, il suo sviluppo.

Le motivazioni della sentenza non sono ancora state pubblicate, ma un parere "pro veritate" si. La legge italiana, leggo con fatica, si concentra su una "posizione di garanzia", e sarebbe proprio questa "lacuna di garanzia" che viene imputata ai manager Google, dal momento che l' "omesso impedimento a causare" e' assimilato al "causare" stesso. Inoltre la sentenza ha tenuto conto che

clipped from vividown.org
  • che il soggetto destinatario dell'obbligo di attivarsi avesse la cosiddetta signoria sul fatto, cioe' il potere di attivarsi per impedire l'evento lesivo;
  • che si dimostri che l'azione doverosa avrebbe impedito l'evento con una probabilita' vicina alla certezza;
  • che il soggetto destinatario dell'obbligo di attivarsi fosse in dolo (diretto o eventuale) rispetto all'evento lesivo.
blog it

E soprattutto e' stato anche fornito un decisivo parere tecnico che ha inchiodato i manager alle proprie responsabilita', sostenendo che

clipped from vividown.org
Tali regole di compliance devono essere tali da filtrare e impedire l'accesso alla rete dei (o, almeno, da disporre le discipline idonee a togliere immediatamente i) video offensivi.
La fattibilita' dell'azione di controllo mi pare, poi, confermata dalla consulenza tecnica del dott. Battiato la' dove attesta la sussistenza di strumenti tecnici in grado di automatizzare il processo di analisi, e di "inferire informazioni rispetto ad un certo numero di classi semantiche".
blog it

Dunque, secondo la legge italiana, i manager Google, essendo nella posizione di garanzia, hanno omesso il doveroso impedimento, che pure era tecnicamente possibile e di sicura efficacia. In neretto sono le due questioni critiche: la prima (la posizione di garanzia) non trova corrispondenza nel diritto americano, e la seconda e' una questione di fattibilita' tecnica che la legge italiana prenderebbe in considerazione, ma che risulta sormontabile secondo il tecnico della parte offesa (di cui mi piacerebbe sapere di piu').

Dunque, contrariamente a quanto sintetizzato, non mi sembra che la questione sia l'equilibrio tra privacy e liberta' di espressione; ne' tanto meno mi sembra che sia una questione esclusivamente di liberta' di espressione, da affrontare con liste di proscrizione e/o paradisi ai confini del mondo: a me sembra una questione di responsabilita' sui contenuti di quanto espresso liberamente.

Anzi dal momento che siamo tutti d'accordo che liberta' non vuol dire assenza di resposanbilita', direi che la vera questione qui e' la corresponsabilita' del gestore della piattaforma di pubblicazione, nei contenuti liberamente espressi. Cio' non toglie naturalmente che si ponga anche una delicata questione sulla privacy, in merito ad altri episodi, al quale rimando ad altre note. Dunque, la questione e' proprio sulla corresponsabilita' del fornitore nell'uso dello strumento, che per altro non puo' essere considerato un mere conduit: francamente l'esempio dei produttori di coltelli, o dei ferrovieri, non sembrano pertinenti (e anche un po' qualunquisti), mentre quello delle armi da fuoco, si.

Ma qui siamo anche di fronte ad una tipica questione ecosistemica. Se fossero coinvolti solo singoli individui (colui che pubblica contenuti abusivi, e colui che lo consente) probabilmente la questione non presenterebbe aspetti di novita'. Invece acquista rilevanza e complessita' proprio perche' l'insieme di tutti gli UGC e' un bene comune di valore riconosciuto elevatissimo da tutti, e un approccio quale quello assunto dalla giurisprudenza italiana causerebbe un ostacolo pesante, applicabile estesamente, probabilmente un duro colpo alla loro diffusione.

La fattibilita' tecnica di un chirurgico filtraggio "semantico" (tutta da dimostrare pero', checche' ne dica il consulente tecnico di parte, e anche Stefano Quintarelli) potrebbe costituire veramente la soluzione del problema, mettendo le aziende proprietarie delle piattaforme nella effettiva posizione (di garanzia) di poter valutare (automaticamente) se i contenuti liberamente pubblicati siano o meno abusivi. L'automatismo e' un aspetto fondamentale perche' il controllo risulti, dall'altra parte, rapido ed obiettivo, senza limitazione significativa per tutti i contenuti leciti. Ma se una tale tecnologia fosse matura ed efficientemente applicabile, perche' mai non verrebbe applicata? Quale vantaggio ne ricaverebbe Google nella pubblicazione di un video di atti bullistici, se disponesse della tecnologia per filtrarli?

In mancanza di un'adeguata tecnologia, o quanto meno della sua applicazione, finora si e' andati avanti dando priorita' al valore del bene comune, mettendo la libera pubblicazione degli UGC, e il modello di condivisione di internet, davanti a casi significativi per singoli individui, e quindi sottovalutati. La stessa Unione Europea ha ribadito l'orientamento a riconoscere e tutelare questa risorsa comune, oltre che Google stessa ovviamente.

Finora si e' quindi ritenuto sufficiente ripiegare sulla richiesta al soggetto che pubblica, di una esplicita assunzione di responsabilita', manifestata confermando la conoscenza e accettazione dei vincoli di legge, e di senso comune direi. Si e' in sostanza aggirato il problema, deresponsabilizzando il gestore della piattaforma di pubblicazione: sia per praticita', dal momento che sarebbe obiettivamente paralizzato da quella stessa responsabilita'; ma anche in nome di un diversa concezione della responsabilita' individuale stessa. E Un po' come quando alla dogana americana ti chiedono di barrare la casella "Terrorista? Si, No", contando forse su un intimo credo protestante. Cose che ci fanno sorridere, noi di loro, e loro di noi.

Mancando la soluzione tecnica, e considerate le differenze culturali locali, la questione delle priorita' assume tutta la sua urgenza e criticita'. L'attuale approccio e' infatti solo in parte condivisibile. Un modello di sviluppo sostenibile per un ecosistema, presuppone che il valore dell'insieme non possa calpestare il valore dei singoli, come nemmeno viceversa.

Credo che la sentenza Google Video possa avere la meritevole conseguenza che siano investite maggiori risorse nello sviluppo di tecnologie che permettano di preservare questo delicato equilibrio tra interessi collettivi e individuali. Lo voglio considerare quindi come un momento in cui la prospettiva umanistica si riprende la centralita' della scena, difendendo le priorita' dell'Uomo e del suo ecosistema (di conoscenza), dalle ragioni dell'innovazione tecnologica fine a se' stessa, e da quelle economiche di qualche grande (se non grandissima) corporation. E non mi pare di essere l'unico con una tale sensibilita'. Forse non e' un caso che tutto questo polverone parta proprio da questa Italia, che nonostante quello che sappiamo, sorprende sempre, e qualche volta perfino in positivo.

Google Video vs Vividown: vecchi diritti, nuovo diritto /1

Dico la mia sulla sentenza del Google Video sul bambino down picchiato dai compagni di classe, un fatto di rilevanza epocale nella storia di internet, perche' ho avuto la sensazione che si siano persi dei pezzi, e soprattutto sia stata proposta una discutibile scala di priorita'. La questione riguarda (l'ordine e' intenzionale da parte mia):

1) Apologia e istigazione al razzismo (nei confronti di un 'diverso'), e piu' in generale alla violenza e al bullismo
2) Violazione della privacy (di un minorenne, di cui sono divulgati dati sensibili)
3) Responsabilita' del gestore dello strumento di comunicazione, e Liberta' di espressione e di generazione di contenuti da parte degli utenti (UGC)
[edit 28/2/10 9:00: 4) Convenienza nella divulgazione dei fatti a scopo di informazione ed educativo: di questo ne parlero' in un'altra nota]

Il primo punto per gravita', secondo me, non ha trovato abbastanza attenzione. Poco importa che il bambino fosse down o autistico: avrebbe potuto anche essere perfettamente sano, comunque era da solo contro tre! Nel video si calpestano i piu' comuni e universalmente riconosciuti diritti dell'Uomo di essere trattato con rispetto, in quanto tale. Di questo disgustoso delitto si dovrebbe parlare innanzi tutto, e dei ragazzi che si sono macchiati di una tale infamia, perfino convinti di poterne andare fieri, tanto da documentare il gesto pubblicamente. Dei danni sul piano psicologico che quel bambino riportera' per tutta la vita (che tra l'altro si aggiungono ad una serie di altri patimenti, non tutti imputabili a madre natura). Se vogliamo essere considerati una civilta' avanzata, cosa che e' continuamente messa in discussione, non ci sono rendite di posizione, di questo dovremmo riempire pagine e pagine di carta e digitali.

Su questo punto, le leggi ci sono gia', e prima ancora le Carte in Difesa dei Diritti dell'Uomo e costituenti il nostro Stato, ed e' a queste leggi che avrei voluto sentir fare i primi riferimenti, e invocare la loro attuazione. Strana usanza quella di pensare spesso a leggi nuove, lasciando inapplicate quelle gia' in essere: fa pensare che ci sia piu' attenzione alla "norma" stessa (e ai meccanismi del controllo del potere) che non al suo obiettivo, ovvero la giustizia.

clipped from repubblica.it
L'aggressione risale a un periodo a cavallo tra i mesi di maggio e giugno, poco prima della conclusione dell'anno scolastico. Il video, della durata di tre minuti, è stato messo on line ad agosto dalla ragazza che aveva partecipato all'aggressione. Nel filmato si vedono una decina di compagni di classe che stanno a guardare, mentre uno dei ragazzi indagati sferra qualche pugno e qualche calcio al compagno disabile, un altro è intento a riprendere la scena con la telecamera, un terzo che disegna il simbolo "SS" sulla lavagna e fa il saluto fascista. E l'impressione è che l'aggressione fosse premeditata.
Gran parte della classe intanto, seduta tra i banchi, schiamazza, tra l'annoiato e il divertito. Nessuno dei presenti si alza per difendere la vittima o per fermare chi lo deride.
blog it

Il tema da discutere innanzitutto e' la violenza nei confronti del piu' debole, la violenza nelle scuole, il bullismo e l'educazione di certi ragazzi 'difficili'. Quale occasione preziosa e' stata persa per discutere di questo, considerando anche che il problema non e' di facile soluzione, e che l'esperienza concreta e diretta puo' essere giocata sul piano educativo molto piu' di tanti discorsi teoricamente moralistici. Spostare il focus su Google e gli UGC ha reso un ottimo alibi ai ragazzi colpevoli di quel crimine, e tutti quelli che in animo sentono che potrebbero emularli, i quali probabilmente non hanno capito nemmeno adesso la gravita' della loro azione, e anzi potrebbero addirittura inorgoglirsi per il clamore sollevato.

Il secondo punto riguarda la privacy, in un modo molto piu' semplice di quanto spesso tocca considerare: qui infatti non si tratta di decidere quale tutela debba essere garantita nel rapporto tra colui che pubblica, e il gestore della piattaforma di pubblicazione. Qui c'e' di mezzo un terzo attore, e la violazione della "sua" privacy. La pubblicazione dell'immagine e di informazioni sensibili su terzi, specie se di minori, e' riconosciuto da tutti (buon senso comune) e dalla legge come reato, e conseguentemente il responsabile diretto si puo' e si deve punire senza bisogno di tante interpretazioni. Non facciamo dunque confusione, richiamando il complicato tema della privacy di chi decide per se' stesso: qui e' un gioco un tipo di privacy su cui c'e' poco da discutere.

Fin qua non c'era nulla di nuovo sotto il sole: vecchi diritti, vecchie norme. E il cronico problema di farle rispettare.

[continua qui]

mercoledì 6 gennaio 2010

Lo zen e l'arte delle relazioni 2.0

amiciziaNelle scorse settimane, complice il periodo dei bilanci, e' rispuntata da piu' parte la questione del valore delle relazioni sociali ai tempi di internet (anzi qualcuno intendeva proprio ai tempi di facebook). Mi riferisco a Maria Laura Rodota' e Roberto Cotroneo che hanno lanciato strali contro il degrado e lo svuotamento delle relazioni "imposto" da internet/facebook. Mi riferisco anche alle risposte rapide e passionali, e a quelle piu' ponderate che si sono immediatamente sollevate in rete. E mi riferisco anche ad altri episodi vissuti sia in internet che dal vivo (nel territorio).

Si potrebbe discutere dell'equivoco banale che sta tutto nell'utilizzo del termine "friend", e ricordare che le piattaforme di social network sono americane, e quindi riflettono indubbiamente modelli culturali e scale prossemiche tipicamente americane. Senza fare di ogni erba un fascio, quel popolo sembra "ingenuo" e "superficiale nelle relazioni umane" a molti, cosa che inevitabilmente viene espressa nel linguaggio, cosi' che sia "friend" che "love" vengono usati nelle conversazioni quotidiane con grande leggerezza (e imbarazzo da parte di chi deve tradurre, qui in europa).

Eppure gli stessi americani si sono posti il problema di come cambiano le relazioni quando c'e' di mezzo internet - ed e' facile che l'idea della Rodota', di dare una lettura italiana, sia sostanzialmente dettata da questa imbeccata, piuttosto che da una reale esperienza sul campo - ma hanno semplicemente e pragmaticamente coniato un nuovo termine (friending, che potrebbe suonare come amicheggiare, amichetteria...), senza tanto svagarsi in vaticinii apocalittici. Del resto, proprio a novembre era stato pubblicato uno studio americano (della Pew Research) che dimostrava come i piu' assidui nella frequentazione dei social network sono anche piu' aperti nelle relazioni di vicinato "dal vivo" (e direi che e' anche logico).

Roberto CotroneoMaria Laura Rodota'Si potrebbe allora andare a leggere i wall di Maria Laura e Roberto, e le loro rispettive fan page, e alcune spiegazioni salterebbero all'occhio anche ai piu' profani, e sarebbe facile indicare un modo piu' vero, e quindi efficace, di intrattenersi col proprio pubblico. Ma sarebbe nascondere lo sguardo dietro il dito.

La "pornografia delle relazioni", come qualcuno ha subito sentenziato, amplificando come solo un malato passaparola distorcente puo' riuscire, e' veramente il dono traditore di questo nuovo Leviatano moderno? Qualcuno sta dicendo che, per contro, nel mondo reale la capacita' di relazionarsi si e' mantenuta integra e gravida di meravigliose ed appaganti amicizie, come di luminosi momenti di vita quotidiana? O forse avete notato anche voi il segno dell'evoluzione dell'atteggiamento sempre piu' diffuso in coda in tangenziale o all'uscita della metro, alla ricerca di un parcheggio o davanti allo sportello delle poste, o nella competizione nel contesto lavorativo? E che dire delle relazioni umane a vario titolo che vengono rappresentate (specchio e manuale illustrato) in televisione, e sui giornali? O siamo di fronte all'ennesimo tentativo dei piu' reazionari conservatori, impauriti di fronte al nuovo che avanza, ma soprattutto, causa il ritardo quasi incolmabile, obiettivamente preoccupati di risultare ridicoli nel "nuovo mondo", e anche troppo facili vittime, perfino piu' dei turisti giapponesi in Piazza San Marco.

mandalaLa verita' che l'argomento si potrebbe trasformare in un romanzesco saggio sullo zen e l'arte della manutenzione dei rapporti 2.0. I social media sono come mandala nella cui paziente e concentrata cura possiamo ritrovare noi stessi, e l'armonia con l'universo. Inclusa l'impersistenza della (maggioranza delle) relazioni umane. Lo sviluppo di una relazione sul web2.0 non puo' essere sostituita dalla pubblicazione di qualche battuta ironica, o dall'iscrizione goliardica a qualche gruppo dal titolo dissacratore: poco importa che a molti questo possa bastare, come d'altra parte basterebbe anche senza internet.

Small Pieces Loosely JoinedChi ha consapevolezza che i rapporti interpersonali sono potenzialmente il ponte verso una vita serena, se non felice, e piu' piena, se non realizzata, sa che ci vuole tempo, impegno, sensibilita' e intelligenza. Sa dare, generosamente, e aspettare, pazientemente. In internet come nel territorio. Quello che cambia e' che in internet sono richieste in piu' la padronanza di alcune tecniche, ma attenzione, queste sono sempre meno tecnologiche e sempre piu' psicologiche. E certo, sono richieste alcune competenze in meno, quelle legate alla fisicita', ma di nuovo attenzione, semplicmente perche' non e' questo l'ambito. Nessuno ha mai detto che l'esperienza nel virtuale debba sostituire quella nel reale (di legami deboli parlavano gia' fin dall'inizio i "veri" guru). Inutile guardare alla soluzione tecnologica, come alla panacea che rimediera' alle nostre incapacita' e incomprensioni profonde.

Ecosistema 2.0Abbiamo di fronte la possibilita' di vivere meglio il reale grazie al supporto del virtuale. perche' abitiamo un ecosistema che non fa salti tra reale e virtuale: ecco, tutto qua. Non siamo diversi in internet, ne' facciamo cose diverse: viviamo come sempre, viviamo di piu'. Ma non e' cosi' semplice da spiegare: sarebbe come spiegare il vivere. Per questo citavo prima il testo sacro di Pirsig, e vado ripetendo a chi me li chiede, no non ci sono buoni manuali, ne' un amico abbastanza esperto che, nel tempo sufficiente per un paio di birre, ti spiega le tre regolette fondamentali. "Si impara solo facendo", cioe' partecipando, vivendo appunto.
Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta


domenica 29 novembre 2009

La blogosfera logorata dal potere, che non ha

Qualche giorno fa, nella socialsfera ci si e' posti un po' piu' intenzionalmente il tema della "concretezza" del dibattito in rete. In realta' questo succede da anni, nella blogosfera, con ritmo piu' o meno regolare.

Qualcuno l'ha buttata sui tecnicismi.

Personalmente sono convinto che la tecnologia e' abilitante, ma non puo' sostituire la capacita' delle persone. Pero' il concetto di "platform" deve raffreddare gli entusiasmi di certi geek, ma deve anche essere un monito per i piu' "umanisti". Grazie a piattaforme che hanno proprio lo scopo di rendere facile lo sviluppo di soluzioni e servizi, ormai la tecnologia rientra nella cassetta degli attrezzi di chiunque, per comunicare e fare, insieme al dizionario e alla formazione di base (ok, qui c'e' dell'utopia, e' ovvio). D'altra parte, come ricorda Ross Mayfield, le persone sono la vera piattaforma.

Qualcuno l'ha buttata sull'italianita'.

Ora, che gli italiani debbano sempre disprezzarsi "collettivamente", pur ritenendosi ciascuno una "provvidenziale eccezione", e' un noto luogo comune. Certamente ci sono alcuni aspetti culturali, e penso che debbano essere identificati con lucidita', se ce ne vogliamo affrancare progressivamente (ammesso che sia possibile). Non mi ritrovo tanto nella teoria che gli italiani hanno una maggiore inclinazione agli aspetti puramente conversazionali (intendendo con questo dotte disquisizioni, ma anche spesso sano e insano cazzeggio, inclusi sterili flame tra fazioni contrapposte), rispetto alla "cultura del fare", apparentemente piu' nordica (no, qui non si intende "padana", ma proprio del nord del globo, essendo noi italiani tutti, stando a questa teoria, "i terroni del globo").

Leggendo anche i commenti che sono stati fatti in questi ultimi giorni, io trovo che una delle infezioni croniche di cui soffriamo come paese, e' rappresentata dai bassi valori di "cultura di servizio" e quindi dall'alta concentrazione di "cultura del potere". Riscaldati dal sole del bel paese, in una terra che dispensa gratuitamente buonissimi e bellissimi frutti da godere col palato e con la vista, coccolati da una storia millenaria che ci consegna un preziosissimo patrimonio culturale e artistico, gravati da secoli di politica padronale e ignari del fuoco di vere rivoluzioni civili, noi italiani non siamo tanto preoccupati a risolvere i problemi che sopraggiungono, quanto a (creare e a) conservare le rendite di posizione.

Tutto, in Italia, diventa una questione di potere, e la socialsfera non ne e' esente. Per certi versi e' anche logico: dove la societa' civile ti costringe a sperimentare ogni giorno, un clima opprimente di subordinazione a poteri dominanti (lo stato con quelle leggi e quelle tasse, e quell'inefficienza; l'azienda con gli oneri e la mancanza di onori, e con carriere poco meritocratiche; la vita quotidiana in citta' continuamente offesa dalle prevaricazioni di furbetti e bulletti...), quando viene finalmente offerta la possibilita' di "realizzare" un modello di organizzazione sociale nuovo - in internet - non stupisce che affiori la mancanza di competenza e l'incapacita' di visione, e quindi che si scatenino anche i comportamenti piu' "piccoli" e discutibili, che alla fine finiscono per perpetrare quegli schemi sociali da cui ci si dovrebbe emancipare.

Non mi stupisce quindi, che la proposta di avviare attivita' piu' costruttive, e quindi piu' incisive nel territorio, abbia sollevato l'entusiasmo di alcuni, ma anche la perplessita' di altri, nella socialsfera, circa la questione del consenso e la questione del vantaggio individuale. Mi sembrano questioni intrecciate tra loro, ed entrambe riconducibili al discorso che stavo facendo sul "chiodo fisso del potere".

Sulla questione del consenso: perche' mai un'iniziativa che sta conquistando partecipazione in rete, dovrebbe essere considerata, con maliziosa sbadataggine, come priva di un necessario consenso ? Chi dovrebbe essere l'ente certificatore, se la partecipazione dal basso non e' sufficiente, considerato che nella fase iniziale non puo' essere certo elevatissima ? ma soprattutto perche' pensare che la certificazione debba arrivare da un ente terzo ? Chi e' il tronista a capo di questo fantomatico "istituto" che si sente defraudato del potere di veto e legittimazione, se il consenso monta dal basso ? soprattutto, siamo veramente preoccupati per il suo dispiacere nel vedere la poltrona che gli vacilla sotto ?

Sulla questione del vantaggio individuale: perche' pensare che un'iniziativa di crescita collettiva, di win win sociale, di emancipazione di una community se non di tutto il paese, debba essere immediatamente (de)classificata a manovra torbidamente affaristica, ovvero motivata da oscure logiche di potere ? se non se ne condividono gli obiettivi e i metodi, basta semplicemente non sottoscriverla, dunque perche' muovere pubblici attacchi a scopo distruttivo, o addirittura velenose insinuazioni dietro le spalle, per forzarne il fallimento ? se c'e' la necessita' di un riferimento, e soprattutto se c'e' la capacita' di esserlo (che altrimenti l'iniziativa non decollerebbe e non arriverebbe ad essere nemmeno "visibile"), perche' il pensiero automatico non va al beneficio che ne ricavano tutti, ma a quello che ne ricavano alcuni ? perche' mettere sullo stesso piano semplici fruitori (e spesso anche detrattori e ostacolatori) e figure dotate di visione e capacita' organizzativa e realizzativa, pretendendo che gli uni e gli altri debbano godere per principio di pari gratificazioni ?

La risposta e' semplice, perche' in Italia la questione e' sempre su chi comanda, e non su cosa di buono si faccia.

Dunque se si avvia un'iniziativa concreta (ma scopro che anche avviare una conversazione di approfondimento comporta lo stesso rischio), per l'italiano medio ci sono solo due prospettive: o esserne il capo, o vederla fallire. A prescindere dal fatto che sia utile o meno. A prescindere dal fatto che ci sia spazio o meno per eventuali alternative. L'Italia, inclusa quella che si riconosce nella socialsfera, e' logorata dal potere, che non ha. E pensare che in questo paese, invece, ci sarebbe spazio per migliaia di iniziative concrete originate dalla socialsfera e con concrete ricadute nel territorio. Ce n'e' un tale bisogno che non importa quanto utili siano effettivamente, basta che a confermare che lo sono almeno un po' sia la stessa comunita' a cui sono indirizzate. Della serie: finiamola con l'autoreferenzialita'.

Se ci fosse una cultura del servizio, automaticamente cadrebbero le soporifere discussioni sui metodi e sulle regole, dal momento che l'unica regola sarebbe quella della "utilita' evidente", e che il metodo verrebbe raffinato di tentativo in tentativo. Se ci fosse una cultura del fare (mediata dalla reticolarita' e dai suoi valori), nessuno si preoccuperebbe del fatto che di volta in volta c'e' un titolare diverso, perche' anzi si innescherebbe una gara, da cui nessuno sarebbe eslcuso a priori, a fare di piu' e meglio (per il bene comune) la volta successiva. Ma soprattutto, se ci fosse una cultura della costruzione di un bene comune, la blogosfera smetterebbe di rammollirsi seduta davanti al computer, e cercherebbe il confronto e la sfida del territorio, in cui portare le soluzioni che internet mette nelle mani delle persone, grazie alla tecnologia e al networking.