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venerdì 5 febbraio 2010

Luminar 9: Internet e Umanesimo

clipped from www.vegapark.ve.it

Watch live streaming video from vegapark at livestream.com

Il convegno, giunto alla 9a edizione, è promosso quest’anno dall’Università IUAV di Venezia, dall’Università La Sapienza di Roma e dal VEGA, in collaborazione con l’associazione engramma e il S.a.L.E.-Docks di Venezia.

Tema di Luminar 9 ‘CUM (CommunicatioUnioMultiplicatio). Internauti, pirati e copyleft nell’era .torrent’ sarà la circolazione delle idee e la condivisione del sapere su internet e la liceità dello scambio di materiali soggetti al copyright.
I lavori del convegno saranno articolati in tre sessioni: Rete e democrazia; Legale/Illegale dal copyright al copyleft; Editoria digitale versus editoria cartacea?
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Alcuni passaggi dalla sessione del 4 mattina, Rete e democrazia:


mercoledì 6 gennaio 2010

Lo zen e l'arte delle relazioni 2.0

amiciziaNelle scorse settimane, complice il periodo dei bilanci, e' rispuntata da piu' parte la questione del valore delle relazioni sociali ai tempi di internet (anzi qualcuno intendeva proprio ai tempi di facebook). Mi riferisco a Maria Laura Rodota' e Roberto Cotroneo che hanno lanciato strali contro il degrado e lo svuotamento delle relazioni "imposto" da internet/facebook. Mi riferisco anche alle risposte rapide e passionali, e a quelle piu' ponderate che si sono immediatamente sollevate in rete. E mi riferisco anche ad altri episodi vissuti sia in internet che dal vivo (nel territorio).

Si potrebbe discutere dell'equivoco banale che sta tutto nell'utilizzo del termine "friend", e ricordare che le piattaforme di social network sono americane, e quindi riflettono indubbiamente modelli culturali e scale prossemiche tipicamente americane. Senza fare di ogni erba un fascio, quel popolo sembra "ingenuo" e "superficiale nelle relazioni umane" a molti, cosa che inevitabilmente viene espressa nel linguaggio, cosi' che sia "friend" che "love" vengono usati nelle conversazioni quotidiane con grande leggerezza (e imbarazzo da parte di chi deve tradurre, qui in europa).

Eppure gli stessi americani si sono posti il problema di come cambiano le relazioni quando c'e' di mezzo internet - ed e' facile che l'idea della Rodota', di dare una lettura italiana, sia sostanzialmente dettata da questa imbeccata, piuttosto che da una reale esperienza sul campo - ma hanno semplicemente e pragmaticamente coniato un nuovo termine (friending, che potrebbe suonare come amicheggiare, amichetteria...), senza tanto svagarsi in vaticinii apocalittici. Del resto, proprio a novembre era stato pubblicato uno studio americano (della Pew Research) che dimostrava come i piu' assidui nella frequentazione dei social network sono anche piu' aperti nelle relazioni di vicinato "dal vivo" (e direi che e' anche logico).

Roberto CotroneoMaria Laura Rodota'Si potrebbe allora andare a leggere i wall di Maria Laura e Roberto, e le loro rispettive fan page, e alcune spiegazioni salterebbero all'occhio anche ai piu' profani, e sarebbe facile indicare un modo piu' vero, e quindi efficace, di intrattenersi col proprio pubblico. Ma sarebbe nascondere lo sguardo dietro il dito.

La "pornografia delle relazioni", come qualcuno ha subito sentenziato, amplificando come solo un malato passaparola distorcente puo' riuscire, e' veramente il dono traditore di questo nuovo Leviatano moderno? Qualcuno sta dicendo che, per contro, nel mondo reale la capacita' di relazionarsi si e' mantenuta integra e gravida di meravigliose ed appaganti amicizie, come di luminosi momenti di vita quotidiana? O forse avete notato anche voi il segno dell'evoluzione dell'atteggiamento sempre piu' diffuso in coda in tangenziale o all'uscita della metro, alla ricerca di un parcheggio o davanti allo sportello delle poste, o nella competizione nel contesto lavorativo? E che dire delle relazioni umane a vario titolo che vengono rappresentate (specchio e manuale illustrato) in televisione, e sui giornali? O siamo di fronte all'ennesimo tentativo dei piu' reazionari conservatori, impauriti di fronte al nuovo che avanza, ma soprattutto, causa il ritardo quasi incolmabile, obiettivamente preoccupati di risultare ridicoli nel "nuovo mondo", e anche troppo facili vittime, perfino piu' dei turisti giapponesi in Piazza San Marco.

mandalaLa verita' che l'argomento si potrebbe trasformare in un romanzesco saggio sullo zen e l'arte della manutenzione dei rapporti 2.0. I social media sono come mandala nella cui paziente e concentrata cura possiamo ritrovare noi stessi, e l'armonia con l'universo. Inclusa l'impersistenza della (maggioranza delle) relazioni umane. Lo sviluppo di una relazione sul web2.0 non puo' essere sostituita dalla pubblicazione di qualche battuta ironica, o dall'iscrizione goliardica a qualche gruppo dal titolo dissacratore: poco importa che a molti questo possa bastare, come d'altra parte basterebbe anche senza internet.

Small Pieces Loosely JoinedChi ha consapevolezza che i rapporti interpersonali sono potenzialmente il ponte verso una vita serena, se non felice, e piu' piena, se non realizzata, sa che ci vuole tempo, impegno, sensibilita' e intelligenza. Sa dare, generosamente, e aspettare, pazientemente. In internet come nel territorio. Quello che cambia e' che in internet sono richieste in piu' la padronanza di alcune tecniche, ma attenzione, queste sono sempre meno tecnologiche e sempre piu' psicologiche. E certo, sono richieste alcune competenze in meno, quelle legate alla fisicita', ma di nuovo attenzione, semplicmente perche' non e' questo l'ambito. Nessuno ha mai detto che l'esperienza nel virtuale debba sostituire quella nel reale (di legami deboli parlavano gia' fin dall'inizio i "veri" guru). Inutile guardare alla soluzione tecnologica, come alla panacea che rimediera' alle nostre incapacita' e incomprensioni profonde.

Ecosistema 2.0Abbiamo di fronte la possibilita' di vivere meglio il reale grazie al supporto del virtuale. perche' abitiamo un ecosistema che non fa salti tra reale e virtuale: ecco, tutto qua. Non siamo diversi in internet, ne' facciamo cose diverse: viviamo come sempre, viviamo di piu'. Ma non e' cosi' semplice da spiegare: sarebbe come spiegare il vivere. Per questo citavo prima il testo sacro di Pirsig, e vado ripetendo a chi me li chiede, no non ci sono buoni manuali, ne' un amico abbastanza esperto che, nel tempo sufficiente per un paio di birre, ti spiega le tre regolette fondamentali. "Si impara solo facendo", cioe' partecipando, vivendo appunto.
Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta


mercoledì 23 dicembre 2009

Auguri di Buon Natale e Felice Nuovo Umanesimo


Amici carissimi, vorrei che il mio augurio vi arrivi come questa madonna del Mantegna, senza retorica e finto sfavillio, eppure cosi' intenso e sicero come lo sguardo di lei, caldo e avvolgente come la stretta al petto e il grande mantello intorno, dolce e protettivo come la mano che regge la piccola testa. Non rituale e simbolico, come questa nativita' e' semplicemente la documentazione di una giovane donna dai riccioli voluttuosi, assorta in un momento quotidiano col suo piccolo. E proprio cosi' spero che il 2010 vi raggiunga, come quel marmocchio: in un sonno sereno, con gli occhi socchiusi, la boccuccia sospesa e il ditino indipendente. E nello stesso modo in cui le guance rubiconde del bimbo, cosi' paffute da confondere il mento, e i quieti capelli composti, cosi' come la corposita' del busto di lei, cosi' concreto e pratico, e il viraggio ramato che tutto domina e unisce i cappelli di entrambi e il mantello, sono un presagio che al risveglio seguiranno certamente pianti corse e risate, piu' probabilmente che silenzi adoranti e sguardi timorati, cosi' io vi auguro che il 2010 appena destato, vi riconosca pieni di energia interiore e irrefrenabilmente determinati a riempire geometricamente il vostro spazio, con la vostra umanissima vitale presenza.

giovedì 17 settembre 2009

The Digital Umanities Manifesto 2.0 released

Invito fortemente a leggere, diffondere e discutere questo documento
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Riprendo dal blog di Stefano, e diffondo volentieri questo Digital Umanities Manifesto 2.0

clipped from www.stanford.edu

The 2.0 version of the Digital Humanities manifesto, a collaborative project of the 2009 UCLA Mellon Seminar on the Digital Humanities, has now been released for commentary and debate. Principally authored by seminar leaders Jeffrey Schnapp and Todd Presner, with contributions by other members of the seminar, including Peter Lunenfeld and Johanna Drucker, as well as by commentators on the 1.0 release, it seeks to formulate, albeit in a ludic and polemical fashion, a mission/vision statement for the future development of the Humanities disciplines.

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Estratto dall'articolo di Matteo Bittanti

“Redatto in forma collettiva e cooperativa dai partecipanti del Mellon Seminar della UCLA nel corso del 2009, il Manifesto dell’Umanistica Digitale 2.0 ambisce a definire – o ri/definire – connotati delle discipline umanistiche nell’era del Web 2.0. I suo padri spirituali e principali promotori sono Todd Presner (UCLA) e Jeffrey Schnapp (Stanford University), a cui si aggiungono Peter Lunenfeld e Johanna Drucker. I ventisei punti della versione originale sono diventati cinquanta nella seconda incarnazione. L’obiettivo chiave di questo documento – una vera e propria chiamata alle armi – è ripensare il ruolo e la funzione dell’università in una fase di portentosa trasformazione dei mezzi di comunicazione e delle dinamiche di apprendimento e insegnamento. Duellanti lo pubblica in esclusiva per l’Italia. Con una sola raccomandazione: leggetelo attentamente, remixatelo, diffondetelo, infilatelo nella casella della posta dei vostri professori universitari che non rispondono mai agli email e non si fanno mai trovare e che non sanno nemmeno aggiornare una pagina web. La rivoluzione non sara tramessa in televisione perché la televisione è finita. La rivoluzione siete voi che leggete. La rivoluzione siete voi che desiderate un’università degna di un paese moderno. La rivoluzione siete voi che non siete ancora fuggiti all’estero. La rivoluzione siete voi che ci credete ancora. Buona lettura.

(traduzione di Matteo Bittanti, documento originale in inglese: Download The Digital Humanities Manifesto 2.0 )

venerdì 11 settembre 2009

Premio ETI "Gli olimpici del teatro" - Vicenza

clipped from enteteatrale.it
È il Premio che l' ETI e il Teatro Stabile del Veneto , in accordo con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali , hanno istituito per creare un appuntamento annuale di grande prestigio e forza comunicativa. Espressione del mondo del teatro italiano nella sua varietà di correnti artistiche, di generi e di realtà produttive, "Gli Olimpici del Teatro" vuole essere un riconoscimento del Teatro al Teatro, consegnato dai professionisti e dagli artisti della scena ai loro colleghi, per creare un'importante occasione di incontro e di promozione.

Gli Olimpici si rifanno esplicitamente ad illustri esempi stranieri - i TONY AWARDS americani o i MOLIERES francesi - sia nell'intento di riunire il meglio di tutti i generi teatrali, sia nella formula della doppia votazione. Come negli Oscar del cinema, infatti, una giuria di esperti indica delle terne (nomination), che saranno poi votate da oltre 300 artisti e professionisti della scena , in rappresentanza della comunità artistica italiana.

Il Premio lega il suo nome ad uno dei luoghi più significativi della nostra cultura, il TEATRO OLIMPICO di Vicenza (Patrimonio Mondiale dell'UNESCO), lo splendido monumento di Andrea Palladio, che ospiterà la serata di consegna dei premi.

Le categorie da votare riguardano i migliori spettacoli in assoluto, i musical, i monologhi e le novità italiane; gli attori protagonisti, non protagonisti e emergenti; e poi registi, scenografi, costumisti, musicisti. Sono candidabili tutti gli artisti e tutti gli spettacoli in scena nella stagione, anche se hanno debuttato nelle stagioni precedenti.

La Giuria, di volta in volta composta da differenti esperti, tra artisti, critici, rappresentanti istituzionali, ha il compito di definire le nomination. Ogni anno la giuria sarà presieduta da una personalità esterna al mondo del Teatro.
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martedì 28 aprile 2009

Prodotti affabulatori, che favoriscono la socializzazione

Ho pubblicato su "Ecosistema 2.0" e su Facebook questa provocazione, da uno spunto di Francesco Morace, ripreso da Silvia. Su FB ci sono stati interessantissimi rilanci, che ho trascritto anche tra i commenti in "Ecosistema 2.0".

Questa crisi sta mettendo in evidenza il significato piu' profondo dell'economia della conoscenza: non basta saper fare, non basta saper conoscere. Occorre saper realizzare prodotti intrisi di conoscenza e cultura, prodotti che raccontano storie e trasmettono emozioni, prodotti "colti" che seducono perche' mai banali. Per questo gli ibridamenti tra distretti sono altrettanto preziosi quanto le contaminazioni interdisciplinari nello sviluppo della nostra conoscenza e della creativita'.

Siamo ancora troppo legati ad un approccio mentale orientato alla specializzazione, alla verticalizzazione. In fondo sono forme mentali utili nel pensiero scientifico, industriale, seriale. Ma l'appiattimento di una simile semplificazione, ha ben poco di umano, e quindi proprio per questo, ha poche probabilita' di entrare in risonanza con le nostre corde piu' profonde.

Conserviamo assunzioni che privilegiano l'esperienza nello stesso campo, analisti che vengono riconosciuti come esperti di settore, ricercatori che indagano le caratteristiche di singoli comparti, fiere dedicate a famiglie di prodotti e non filoni di bisogni ed emozioni, ... Continuamo a costruire sovrastrutture rigide e mutuamente compatibili in modo precario.

L'avvento di un nuovo umanesimo ci chiede e ci impone una svolta. Il bufalo puo' scartare di lato: certo puo' cadere, e per questo la ferrovia vinceva, al tempo delle praterie sconfinate; ma ora siamo ai bordi della grande mesa, e cambiare direzione e' questione di sopravvivenza, per non precipitare nel canyon.

Un prodotto che esprima contaminazioni, derivazioni, ricollocazioni, e' inevitabilmente un prodotto che ha qualcosa da raccontare, e che quindi puo' affascinare. Non puo' piu' essere solo destinato al consumo, ma alla socializzazione del e col suo utilizzatore: dal consumismo all'esperenzialismo. Non chiediamo piu' ad un bene di consumo di assolvere ad un compito, ma di abilitare la socializzazione.

martedì 31 marzo 2009

Imparare l'arte torna ad essere importante

Ho commentato questo bellissimo post di Andrea Beggi, dal titolo "Artigiani":

clipped from www.andreabeggi.net

Questa settimana ho fatto cucire la sella del mio scooter che aveva bisogno di una riparazione. Grazie al passaparola ho trovato in pieno centro di Genova questo scantinato vecchissimo dove sono stato accolto da un anziano signore.

Tutto in lui trasudava esperienza: il suo laboratorio, che sembrava fermo a 40 anni fa, non fosse stato per la Panda parcheggiata all’interno, la sua cappa blu, il suo viso scavato dalle rughe, la tranquilla cadenza in antico genovese, il modo in cui le sue mani saggiavano il danno.

Quando sono tornato a riprendere il mezzo, la sella era ricucita alla perfezione, e per scrupolo è stato anche rifatta una parte che ne aveva bisogno e della quale non mi ero neppure accorto. Al momento del pagamento questo signore mi chiede “Quanto le avevo detto?”. “Non ne abbiamo parlato”, rispondo. Mi dice una cifra: avrei pagato tranquillamente il doppio senza fiatare. Me ne vado soddisfatto.

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Certamente “a quel tempo” c’era una concezione diversa del lavoro. Questo post bellissimo mi fa pensare che di queste cose si parla sempre piu’ spesso, come di una mancanza da colmare, di un ritrovare le arti e mestieri per i quali questo paese e’ diventato famoso nel mondo, di un nuovo rinascimento che sta montando.

Mi chiedo anche se questa diversa concezione del lavoro debba essere appannaggio dei soli artigiani. Il lavoro manuale, lento, di precisione, e’ veramente l’unico teatro in cui mettere in scena tanta sapienza e passione ? Perche’ non potrebbe essere lo stesso per un programmatore, un grafico, e perfino un venditore ? “code is poetry” vi dice qualcosa, immagino.

Dunque non e’ tanto nel vecchio mestiere, il punto, quanto in una concezione del lavoro che valorizza il professionista, la passione che trasfonde nel suo lavoro, nei livelli di qualita’, di eccellenza che raggiunge di conseguenza. Il colpevole e’ sicuramente il “consumismo”, che spinge alla produzione frettolosa e in grande scala, alla produzione di oggetti destinato a durare poco per poi essere sostituiti, ad un’innovazione cosi’ frenetica che non concede tempo per profonde specializzazioni.

Ma tutto questo sta lentamente cambiando. Nell'economia globalizzata non possiamo piu' competere con chi sa "semplicemente fare". E' finito il tempo in cui il "made in italy" aveva valore. Dobbiamo tornare a trasferire tutta la nostra "italica" cultura nel manufatto, nel prodotto, nel servizio. Ma soprattutto dobbiamo renderci conto, addirittura a livello europeo, e nel mondo occidentale, che se il nostro ruolo si sposta sempre piu' verso compiti da knowledge worker, verso un'economia dell'innovazione, verso un ripensamento in termini culturali e idealistici dei prodotti e dei servizi, non e' piu' con il modello del lavoro fordista che possiamo affrontarli. Qualunque siano le professioni che siamo chiamati a fare, non e' nel freddo "meccanicismo", e nella velocita' di esecuzione, che possiamo raggiungere la sperata e necessaria eccellenza.

E questa crisi e’ forse proprio il segno che il cambiamento e’ profondo e traumatico, tanto a lungo ci eravamo sprofondati in quelle dinamiche industriali e di mass market. Speriamo che sia un cambiamento benefico, alla lunga. Anche se oggi le arti non sono piu' le stesse, "imparare l'arte", ovvero puntare alla qualita' piu' alta, rimane anche oggi quanto mai importante. Dunque, Impara l'arte, e non metterla da parte!

[Update 31/3 13:00, dopo il commento di Giorgio]
Oggi sono richiesti altri ritmi ? quindi altri livelli di "completamento" (l'eterna beta release) ? conta piu' aprire opportunita' che non risolvere problemi ? benissimo! ... ma perche' ? questa velocita', questa imperfezione, questa liquidita' NON sono il fine, ma il mezzo. Sono tecniche che compongono una nuova professionalita'. Sarebbe un grande errore (e purtroppo e' molto frequente) ritenere queste caratteristiche "sufficienti" a definire un nuovo livello di qualita'. Non e' il procedere a vanvera, non e' il culto dell'errore e dell'inutile, cio' che conta oggi: invece e' il saper esplorare, il riconoscere nuove logiche e nuovi percorsi, nuove applicazioni.

Allora, la questione e' che ci sono (nuove) arti da imparare, e nuove tecniche di cui diventare "maestri". Ma oggi non e' diverso da ieri: mettici profonda competenza e sincera passione. Esattamente come l'artigiano di ieri. Si tratta di nuovo di recuperare il "senso" di cio' che si sta facendo, e della sua interpretazione, che esperienza e soprattutto conoscenza rendono magistrali. Cio' che sta cambiando (e che l'artigiano ci puo' ricordare che un tempo apparteneva alla nostra cultura) non e' il singolo mestiere, ma l'importanza del professionista nell'esercizio della sua professione, il ritorno della centralita' della persona nell'ambito del lavoro che svolge, la capacita' del singolo di mettere cultura, capacita' di comprensione e interpretazione (e quindi secoli di storia) nel proprio lavoro, quindi la capacita' di "umanizzare" cio' che facciamo! Oggi siamo/dovremmo essere tutti professionisti, come ieri eravamo tutti artigiani: questo e' il punto che ci eravamo persi.

martedì 10 febbraio 2009

Eluana: un punto di vista fuori dai cori contrapposti

Riporto anche qui, un mio commento alla nota di Massimo Pregnolato, sul caso di Eluana, su FB.

Caro Massimo,
ho veramente apprezzato il tuo commento, e credo che tolti pochissimi passaggi, sia stato "originale" nel dibattito cosi' misero che s'e' fatto sul caso Eluana, misero com'e' quello che si fa ormai su ogni questione.

Innanzitutto perche' sono assolutamente d'accordo sul fatto che non sappiamo ancora bene cos'e' la "vita", e cos'e' la vita in un'organismo, specie cosi' complesso come l'uomo. La questione non era se Eluana fosse "non-morta", e quindi da liberare dal suo tragico stato. La questione era "quanto" di Eluana era ancora viva, e come tu ci fai giustamente notare, non abbiamo capacita' di rilevazione e di analisi per rispondere con esattezza a questa domanda.

Dunque, la domanda avrebbe dovuto diventare, semmai, "quanto straziante" fosse il permanere di Eluana in quello stato, quanto per lei, quanto per i suoi cari. A questa domanda si sarebbe dovuto rispondere, e dal momento che anche in questo caso non abbiamo validi strumenti di rilevazione e capacita' di comprensione, avremmo dovuto quanto meno applicare tutti gli sforzi per lenire questo eventuale dolore suo e dei suoi cari.

Quello che voglio dire e' che se anche Eluana fosse stata da considerare un semplice "vegetale", l'unica ragione estrema per procurarle la morte avrebbe potuto essere la certezza che stesse soffrendo oltre ogni misura, unico motivo utile per giustificare come compassionevole una decisione tanto grave.

Non ritengo quindi necessario arrivare alla questione dell'anima, perche' gia' prima ci sarebbero stati questi elementi importanti da considerare. Non che la questione dell'anima non si ponga, ma sai che qui si innescano faziosita' esagerate, che a mio parere hanno gettato ombra su una decisione che invece avrebbe dovuto essere presa con maggiore lucidita'. Come quella che tu ci hai mostrato.
Ciao. Gino

sabato 31 gennaio 2009

Breve epopea del web2.0: dal weblog alla egosfera.

Nel web partecipativo (web2.0) che dal 2001/2002 si e' diffuso anche in italia, se vogliamo guardare sotto il lenzuolo, possiamo riconoscere due distinti filoni: il fenomeno dei blog e tutto quello che gli ruota intorno, e il fenomeno dei social network.

Il blogger era soprattutto il pioniere che avanza solitario, sul suo baio oltre la frontiera, pronto a qualunque avventuroso incontro, sapendo di poter contare solo su se' stesso; il membro di un social network, invece, era l'uomo del saloon, uso a bere whisky in compagnia, giocare a carte, commentando le belle signore del piano di sopra.

Chi nel 2001/2002 apriva un blog, doveva scegliere con attenzione il proprio cavallo, che doveva essere resistente e versatile, ma al tempo stesso all'altezza delle proprie capacita'. Il blogger doveva avere familiarita' con la tecnologia: meno dell'esperto, certo, ma piu' dell'uomo qualunque. Poteva scegliere Blogger (quando era ancora della Pyra Labs e costava qualche decina di euro), o MovableType (che poi sarebbe diventato TypePad) o il tardivo ma promettente (e soprattutto opensource) WordPress, oppure altro selezionato tra decine di strumenti, alcuni famosi e altri realizzati in garage da qualche ragazzino intraprendente. Il manuale Php di quel periodo riportava in appendice il sorgente di uno strumento di blogging da realizzarsi in casa. Alcune piattaforme di blogging offrivano anche la possibilita' di aggregare i blogger in una community (quindi un esempio di incrocio con i social network), e tra queste l'unica italiana di successo era Splinder.

Una volta montato in sella, era tutto da fare: era come uscire dalla propria baracca e avere una landa sterminata e apparentemente inabitata davanti, una prateria e poi montagne e canyon e poi nuove praterie, che ad attraversarle ci sarebbero voluti giorni e giorni di cavallo. Tecnicamente bisognava pensare a tutto: all'hosting, alla manutenzione, al layout, al blogroll, alla sottoscrizione a blogdirectory, al monitoraggio degli accessi, all'rss e il trackback e ai commenti, ... Poi, soli con se' stessi, si poteva finalmente fare del proprio blog e della propria vita nella blogosfera, cio' che piu' piaceva, inebriati da una liberta' assoluta. Si poteva cantare a squarciagola, chiudersi in un introverso sussurrio, bestemmiare in tutte lingue, recitare poesie e testi di filosofi, dissertare di politica e di massimi sistemi... Gia' ma con chi?

L'esplorazione era il premio e la condanna, dato che le possibilita' di incontrare qualcuno andavano cercate con fatica e attenzione. Occorreva cavalcare a lungo, scrutare bene le tracce nel web, seguire le indicazioni di questo o quel viandante. Spesso gli incontri non erano fortunati, ma talvolta ci si poteva sentire come in una terra promessa: altri avventurieri solitari, qualche banda che si aggregava intorno a questo o quel bandito, piccole citta' che erano formate appena da una decina di blog, o qualcosa di piu', allineati in un blogroll, come le case in legno lungo la strada maestra.

Queste aggregazioni andarono crescendo nel tempo, anche per iniziativa di alcuni blogger con spirito imprenditoriale: nacquero cosi' piu' solidi circuiti di blogger accomunati da una specifica passione (politica, tecnologia, ...) finche' questi non si strutturarono in iniziative di nanopublishing (2004/5).

Negli ultimi anni sono nate le piattaforme di microblogging, che hanno permesso al blogger di liberarsi dal cavallo e dalle sue pesanti imbardature, e di proseguire a piedi, in un territorio molto piu' ristretto, mai troppo distante dal piu' vicino riferimento urbano, cantando ormai non il fascino dell'avventura ma la banalita' del quotidiano. Il microblogging e' il costume da indiano indossato a carnevale dai figli dei primi esploratori. E' il ritornello accennato in famiglia dal pistolero che in gioventu' dormiva sotto la luna e col focolare acceso.

Nel frattempo non sono mancate le piattaforme di socialnetworking (Ecademy, Ryse...), ma in quelle gli italiani erano pochissimi. Il primo meeting di Ecademy Italia e' stato a Milano a fine 2003 e i promotori erano tutti italiani che vivevano all'estero. Lo spirito del social networker e' profondamente diverso da quello del blogger: per lui la relazione e' il punto numero uno. LinkedIN, la piattaforma di maggior successo tra i professionisti di tutto il mondo, non ha inteso dare alcun supporto alla pubblicazione di contenuti fino ad un paio di anni fa.

Per il social networker la tecnologia e' secondaria, inclusa nel servizio, e l'unica preoccupazione e' conoscere gli altri networker e sviluppare catene di contatti. In alcuni social network l'approccio e' quello del dating (cuccare): piu' ne conosco piu' ho probabilita' di concludere. In questi sono spesso disponibili funzionalita' che facilitano il riconoscimento di fortunate compatibilita', o in generale i tentativi di acchiappo.

Ma soprattutto nei business network le referenziazioni sono la regola d'oro: ci si linka solo con conetworker fidati (trusted), tanto poi ci pensa la legge dei sei gradi separazione a garantire di poter entrare in contatto con chiunque attraverso pochi passaggi. Ma nel web, si sa, non c'e' legge che tenga, e anche nei business network, alcuni avventurieri si sono dati all'accaparramento di contatti, nonostante la netiquette (LinkedIN non a caso oltre 500 non conta piu' i contatti), col risultato che ormai si puo' entrare immediatamente in contatto con chiunque, ma il contatto non e' piu' qualificato, ed e' quindi quasi spam.

Quindi il social networker e' un internauta piu' da saloon, o da salotto ormai, da club, rispetto al blogger, che anche quando ripulito e raffinato, conserva dentro lo spirito del cowboy. L'arrivo di FriendFeed (fine 2007, 2008 in Italia) e poi di Facebook (2004, 2007/8 in Italia), e la guerra di religione che hanno innescato, va letta dunque in questa prospettiva.

FriendFeed e' una piattaforma che facilita l'aggregazione dei contenuti prodotti da ciascun internauta, e sparsi nella rete: i post nel blog, le foto su flickr, i video su youtube, gli sms su twitter, i bookmark su delicious, ... FF, in sostanza, facilita la ricomposizione del lifestream, e permette al cowboy il sogno proibito di conservare tutta la sua selvaggia liberta' di cavalcare la mattina in cima alla grande mesa in sella al suo mustang, ristorarsi in riva al torrente nel canyon nel momento della massima calura, e la sera dormire sotto le stelle, e di essere nello stesso momento seduto al saloon a raccontare le sue stesse avventure ai compagni di bevute, ubriacarsi al caldo e tra le braccia della chanteuese piu' bella. E' chiaro che FF piace piu' ai blogger, i quali si aspettano che si segua quella strada, con nuove opportunita' promesse da OpenSocial, ma non dice nulla ai socialnetworker.

Facebook, invece, sta per segnare una svolta storica in questo percorso parallelo: non e' semplicemente l'occasione per socialnetworker e blogger (questi ultimi piu' riluttanti) di ritrovarsi sotto lo stesso tendone della fratellanza, a fumare il calumet della pace, e dove con fatica si cerca di rispondere alle esigenze e alle aspirazioni di entrambi. FB non e' solo una piattaforma che combina funzioni di blogging, social networking e aggregazione. E' piuttosto un modo piu' avanzato di intendere il web2.0. Un po' piu' semantico.

Quali siano le caratteristiche che garantiscono a Facebook questa opportunita', alcune intrinseche e altre contingenti (qui in Italia nel 2008/9), poco importa: FB e' il luogo dove ci sono tutti (blogger, networker, e anche mia nonna in cariola), e soprattutto FB e' il luogo dove il livello di liberta' e' ancora molto alto (nonostante alcune pesantissime limitazioni) per essere al tempo stesso un luogo unico, dove una volta dentro, tutto e' a portata di pochi click. FB rappresenta in sostanza un web nel web, che qualcosa perde rispetto all'originale e molto ne guadagna in organizzazione. In FB non solo ogni sito, e non solo ogni post e ogni picture ha un proprio url, e quindi e' un entita' di riferimento per tutta la rete, ma anche ogni persona, evento, gruppo, causa, marca, vip, idea... Tutto insomma diventa condivisibile, segnalabile, sottoscrivibile, commentabile: tutto diventa un nodo della stessa rete.

Certo, per il blogger le restrizioni che FB pone in termini di controllo centralizzato sono dure da mandar giu' (chiusura d'arbitrio di alcuni account, imposizioni di regole discutibili nell'accettazione delle iscrizioni, gestione della privacy, necessita' di sottostare alle direttive di un business plan, ...). Ma anche il blogger piu' anarchico e selvaggio non riesce a rimanere insensibile alla sensazione che anche FB e' oggi una prateria in gran parte da esplorare, un territorio dalle mille sorprese, in cui la difficolta' di incontrare un'anima viva non solo e' scomparsa (amche se talvolta vien da rimpiangerla), ma si e' trasformata in una opportunita' ancora piu' grande: esplorare non una rete solo di link e contenuti (blogosfera) che fanno riferimento a persone, ma una rete di qualunque cosa puo' far riferimento a persone (egosfera).

La strada davanti a FB e' ancora piena di miglioramenti tecnici (l'interfaccia soprattutto nella parte che riguarda la pubblicazione dei contenuti "ricchi", nella gestione dei link e dei feed, ...) e soprattutto di una migliore definizione del modello di business (e quindi nella gestione dell'openness, della privacy, ...). Un handicap fondamentale e' che Facebook e' privato, ma in realta' non meno di Google. Ma indubbiamente anche il potenziale inespresso e' ancora notevole. E il successo in termini di iscritti (in Italia nel 2008, +900%) ma anche in termini di utilizzo (si possono oggi trovare spunti molto interessanti) ne e' una prova indiscutibile.

Domani vedremo se FB e' qui per rimanere (e dare vita ad una generazione F, dopo la generazione G), o se invece sara' la pietra miliare a cui tutta una nuova famiglia di strumenti e protocolli faranno riferimento, scostandosene. Certamente la sua architettura di informazioni, aiuta FB a diventare quella piattaforma virtuale che abilita reali cambiamenti anche nel Territorio, laddove un architettura per la sola messaggistica non arriva. La storia non e' finita e l'avventura continua. Una cosa e' sicura: la persona e' sempre piu' al centro, e lo spazio intorno e' sempre piu' reale e virtuale senza salti.

martedì 6 gennaio 2009

Facebook strumento principe del nuovo umanesimo o strumento semplicemente ?

Proprio su Facebook, su quel tanto chiacchierato e ormai anche un po' vituperato Facebook, si e' sviluppato un interessante dibattito sul ruolo che puo' avere proprio Facebook nello sviluppo delle conoscenze e coscienze degli utenti, e in generale delle persone.

"Promotore e conduttore" dell'iniziativa e' stato Marco Minghetti, che tra l'altro insegna Humanistic Management presso l’Università di Pavia, e scrive su Nòva24, Le Aziende InVisibili.

Il suo intervento consiste in tre puntate, e ha generato decine di interessantissimi interventi: Il rischio di Facebook, Per una via umanistica a Facebook e Facebook come Mondo Vitale. Tra questi anche il mio, in due commenti, che qui riporto.

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Cio' che contraddistingue FB da altri social network di nicchia, e' che in FB ci si iscrive in quanto persona, cioe' il denominatore comune richiesto ai partecipanti e' il minimo in assoluto. Qui c'e' la ragione del suo successo nei numeri. Un po' come per LinkedIN, a cui ci si iscrive in quanto professionisti. Ma attenzione, non tutti gli altri social network hanno condizioni di ingresso piu' restrittive, e comunque non e' lo strumento che lo impone. Non e' Ning che richiede prima l'esistenza di un gruppo (chiuso): anche FB era nato inizialmente come lo spazio virtuale per gli studenti del college. Questo e' un punto che riguarda il processo di sviluppo di community, a cui nemmeno FB si sottrae.

Il vero punto di forza di FB e' stato voler essere un servizio a disposizione di una tipologia di utente (giovane studente americano) che e' paradigmatico di tutti i navigatori di internet: pieno di interessi, grande dimestichezza con internet, fondamentalmente portato a divertirsi e socializzare. Tutto cio' ha portato FB alla dimensione cruciale, alla massa critica, dopo la quale ogni concorrente soccombe oppure nemmeno prende il via.

Quello spirito di "fratellanza", quel misto di solidarieta' collaborazione e stima reciproca, che caratterizza le prime fasi di sviluppo di certe community (per esempio la blogosfera qualche anno fa, FB un anno fa, ...) tende a svanire quando a quel contesto approda la moltitudine. Attenzione, non tanto (non sempre) perche' i nuovi acquisti siano un'invasione barbarica, essendo dotati di uno spirito diverso e forse meno fine, ma proprio perche' il collante sociale stava prima proprio nel sentimento di pionerismo, di esclusivismo, di protagonismo.

In un contesto allargato, cosi' allargato da risultare sfondato, il protagonismo non si raggiunge piu' nel semplice partecipare a qualcosa che di per se' ha gia' il carattere della specialita', e quindi la ricerca di protagonismo diventa piu' individuale, e soprattutto concorrenziale, cosi' come nei milioni di contesti tradizionali che conosciamo. In questo modo si diffonde il virus dell'egoismo, che pure sarebbe salutare in dosi piu' moderate, che porta con se' aggressivita', e la nuda e cruda rappresentazione di se', e non piu' di se' tra gli altri. E' qui che l'atmosfera umanistica, emozionale, esplorativa, viene spazzata da approcci scientifici, calcolatori, conquistatori.

Non sorprende che il paradigma della squadra di rugby, dell'equipaggio di una barca a vela, che la session di jazzisti, che i membri di una squadra di progetto, i dipendenti di una piccola azienda... sono tutti esempi in cui la dimensione puo' essere considerata "limitata". Nella nicchia, vuoi costituita per raggiungere un obiettivo (agire), vuoi per esplorare un nuovo territorio (conoscere), la dimensione e' sufficientemente piccola per perdere la propria individualita' e ma anche per riconoscersi come fattore cruciale dell'insieme, e vivere questo senza traumi.

Nello spazio angusto di un angolo del territorio, alcuni ego sentono di soffocare anche all'interno di piccoli gruppi, ed esplodono mandando in frantumi anche piccole squadre dal grande potenziale. Ma in rete la eco e' enorme, globale, la sensazione che ogni sussurro e ogni piccolo gesto, anche se impercettibile guardanto il singolo e tanto piu' guardando il gruppo, puo' essere in realta' colto da una platea di milioni di spettatori, e questo appaga ogni ego ipertrofico.

La massa critica di una community diventa allora la sua forza e anche l'inizio del suo declino, a meno che non sappia rinnovare anche nel seguito quel sentimento di eccezionalita' che i membri provano iscrivendosi nei primi tempi. A mio parere FB sta vacillando su questo filo di lana, in Italia: se non si animeranno iniziative nuove e soprattutto nuove modalita' esperienziali di fare network, il suo sbocco naturale sara' quello di essere superato dal nuovo medium del secolo, e quindi relegato ad una finalita' specifica e non piu' trendy. Cosi' com'e' stato per tutti i media che l'hanno preceduto, del resto.

[...]

L'utilizzo di ogni strumento per quello che meglio puo' dare e' esattamente uno dei punti sottostanti il mio intervento precedente. Oggi FB abbaglia perche' e' lo strumento del momento (al radiogiornale lo citano, in televisione ne parlano, sui giornali lo spettegolano...). E come tutti i "media" che sono "new", in questo momento sono anche il "messaggio" essi stessi, capaci di sostituirsi a noi stessi nell'essere messaggio. Un po' com'e' stato quando internet se lo sono prese le aziende prima, e le persone poi, ed essere su internet e' diventato un imperativo esistenziale prima per le aziende e poi per le persone. Domani? difficile dire, perche' a differenza di internet nel suo complesso, FB ha un proprietario, e ha mostrato in alcune scelte strategiche l'orentamento verso un modello di business non sicuramente sostenibile.

Ma nel futuro prossimo, possiamo certamente pensare di usare FB per quello che ci da meglio di qualunque altro strumento, e affidarci ad altri per il resto. Questa conversazione non avrebbe potuto infatti svilupparsi meglio su un blog o su un ning? non avremmo potuto tenere FB solo come "segnalatore" di questo interessante contenuto da raggiungere con un semplice link? Non avremmo perso nulla, e anzi ne avremmo guadagnato in fluidita' di conversazione e in maggiori possibilita' di networking.

Ma non e' solo questo. Io credo che il modello esperienzale sia il punto. FB infondo non ha permesso un grosso passo avanti nella qualita', ed e' significativo solo per i numeri. SL invece ha segnato una svolta, ma sta anche quello segnando un rallentamento nella sua curva di sviluppo. A mio parere il passo successivo non e' nella direzione di una maggiore virtualizzazione (3D, ...) ma di una nuova ricomposizione della vita reale e virtuale. E in questo senso, l'auspicato recupero di equilibrio tra umanesimo e tecnologia non puo' che guadagnare velocita'. "Internet e territorio" e' il tema che sto approfondendo innanzi tutto per passione: un ambiente nuovo, diverso dalla somma delle due parti, con propri metodi e tecniche. Io credo che l'esperienza in uno spazio che non fa salti tra il reale e il virtuale e' la vera innovazione del XXI secolo.

domenica 7 dicembre 2008

Un nuovo rinascimento in Veneto e' possibile ?

E' stata molto interessante la serata con Francesco Morace (sociologo, scrive su Nova, Future Concept Lab), e con Cristiano Seganfredo (Fuoribiennale), Giovanni Bonotto (imprenditore), Franco Miracco (portavoce del Presidente Regione Veneto), e arricchita da altri interventi dal pubblico.

Sulle ragioni dell'augurarsi un Terzo Rinascimento, come risposta non tanto alla crisi congiunturale di questo inizio millennio, ma ad un'intero ciclo storico che nel '900 tanto ha dato in positivo e negativo, c'e' poco da aggiungere. Una risposta alla caduta delle ideologie, alla destatalizzazione e alla globalizzazione priva di una specifica cultura, alla supremazia della tecnologia, alla diffusione dell'indeterminismo perfino nella scienza.

Tiziano: L'amor sacro e l'amor profanoMa cosa debba essere, e perche' chiamarlo Terzo Rinascimento, questo e' forse ancora gustosissimo oggetto di dibattito. Certamente cio' che ispira Francesco Morace e' l'analogia tra il riscoprire la centralita' dell'uomo, e le sue arti e i suoi mestieri, presente nel Rinascimento italiano a cavallo tra il '300 e il '400 e fino al '500, a Firenze, Venezia e Roma (e ancora nel Veneto, Vicenza e Verona), e anche ancora potenziale elemento di differenziazione del nostro paese nel villaggio globale contemporaneo.
Tiziano Venere UrbinoInfatti Francesco, che con Future Concept Lab ha modo di estendere studi e ricerche in tutto il mondo, sottolinea che l'Italia e' ancora riconosciuta dappertutto come la terra dove e' alta la qualita' della vita e, anche ma non per caso, dei prodotti artistici e manufatturieri. Tutta da investigare questa distonia tra la percezione della propria terra da parte degli italiani rispetto al resto del mondo!

Giorgione: La tempestaInoltre, proprio come il Rinascimento, anche oggi ci aspettiamo da questa ritrovata centralita' dell'uomo una spinta a ridefinire il mondo in cui viviamo, esattamente come allora si gettarono le basi per quella che comunemente viene chiamata "modernita'".
Anzi, proprio nel Veneto, piu' che altrove, ha ricordato Paolo Rigoli, i grandi pittori e architetti di quel periodo "scoprirono" e sdoganarano un mondo quotidiano eppure dignitosissimo, Vicenza, La Rotondadalla terra pericolosa da attraversare al paesaggio che seduce lo sguardo, dalla camera da letto come luogo di servizio ad appropriato scenario dei nudi piu' voluttuosi, dal palazzo dei potenti alla dimora della famiglia del Signore, dagli interventi nel territorio volti a separare e a difendere a quelli volti a unire e servire, dalla vita delle masse di sudditi a quella di individui liberi....

Padova, Piazza delle ErbeE proprio come allora, un fattore di cambiamento decisivo e' la convergenza (bilanciata) dell'economia, della politica e della cultura. Ci sono le premesse perche' nel Veneto dell'inizio secolo 2000, si possa realizzare un tale fenomeno, come parte di un movimento piu' ampio ma del quale potrebbe essere addirittura prodromo ? Gli invitati a parlare rappresentavano proprio, anche se non in modo esaustivo, il punto di vista di queste tre componenti.

Il primo elemento incoraggiante e' risultato essere il "ritardo" ormai cronico che noi italiani soffriamo rispetto al resto del mondo, in tutti i campi. Ora che il sistema globale vacilla e perde colpi, non essere stati capaci di esserne un elemento di spicco diventa una facile occasione di rivalsa. "Certo, siamo rimasti in dietro, ma non per incapacita', bensi' per furbizia", sembrava quasi che si dicesse. Battute a parte, certamente gioca a favore dell'Italia, e del Veneto, non essersi spinti troppo nella direzione di una industrializzazione / globalizzazione / finanziarizzazione esasperata. Per esempio nelle parole di Bonotto, si leggeva un orgoglio nel non aver ceduto, nella propria azienda, all'introduzione pesante delle macchine per la produzione di scala, perche' questo ora favorisce un ritorno alla cura del dettaglio e alla qualita' del prodotto, se non la prosecuzione di una tradizione. Laddove la macchina ha costretto a "sottrarre" elementi di differenziazione e specializzazione, ora il recupero del sapere artigianale permette di creare, per progressive addizioni apparentemente irrilevanti, un prodotto capace di raccontare a tutto il mondo maestria e passione.

Tiziano: l'organista, Venere e CupidoMa ormai anche il miglior prodotto e' nulla se non c'e' comunicazione. Dunque la cultura, prima, e la comunicazione commerciale, poi, hanno un ruolo importantissimo, ovvero l'amplificazione e la diffusione dei valori che sono sottointesi dalle Arti e Mestieri di questo nuovo millennio. Nel sottolineare la differenza tra artigianato di eccellenza e semplice manualita'. Alla cultura in particolare, e' affidato il compito di coltivare la consapevolezza: non possiamo essere gli unici al mondo che non riconoscono il valore di cio' che abbiamo e che sappiamo esprimere. C'e' un filo che s'e' spezzato tra le persone e la loro terra. Troppi anni di trasformazioni veloci e radicali del tessuto urbano e sociale, di sottomissione supina alle culture dei paesi leader mondiali, di ottundimento da opulenza arrivata troppo in fretta. Franco Miracco ha parlato molto chiaramente di Economia della Conoscenza, di Modello delle Tre T di Florida (tecnologia, talento e tolleranza), e di un "ritardo", questa volta colpevole senza appello, nella comprensione e applicazione di queste: cosa che sta costando al Veneto moltissimo in termini di ricerca innovazione, e quindi di potenziale di ripresa e sviluppo (e di potenziale di rinascimento). Purtroppo ai paroloni non e' facile far seguire i fatti: le infrastrutture materiali come quelle immateriali sono tutte di la' da venire completate. Un esempio per tutti: le grandi arterie di collegamento stradale e ferroviario, e i poli interuniversitari per le sicenze e le tecnologie, e la cittadella della cultura a Marghera.

E qui vengono i punti dolenti, e il finale un po' pessimistico della riunione, con qualche scivolata oscurantista. Purtroppo l'esperienza di chi gia' s'e' mosso in questa direzione e' stata negativa: hanno prevalso il carattere veneto fortemente individualista e campanilistico, la conseguente litigiosita', e tutto s'e' risolto in un nulla di fatto. Del resto anche nella mia esperienza diretta c'e' un esempio recente ecclatante. Certamente c'e' una dimensione localistica da preservare, come elemento stesso di garanzia di una dimensione piu' umana e della qualita' della vita; d'altra parte, la dimensione metropolitana e sistemica, primo, si impone da sola, e secondo, e' strumentale ad una maggiore forza nella competizione globale, ed anche ad un maggiore slancio delle iniziative di innovazione. Una dicotomia che non sembra essere stata non solo risolta, ma neppure indirizzata.

venerdì 5 dicembre 2008

Innovazione Non Solo Tecnologica: Terzo Rinascimento

Stasera Francesco Morace verra' a Vicenza in occasione dell'ottavo appuntamento di Creative R'evolution 3, l'iniziativa di Fuoribiennale.

clipped from www.undo.net
"Una rinascita che sembra prospettarsi all'Italia nello scenario economico-produttivo del mondo di oggi. Il gusto per la qualita' quotidiana e locale ha tutte le carte in regola per porsi come cifra comune del sentire globale/locale del XXI secolo". Ne parlano Linda Gobbi, Sociologa, Francesco Morace, Sociologo e scrittore, Giovanni Bonotto, Imprenditore Bonotto S.p.A. e Franco Miracco, Portavoce del Presidente della Regione del Veneto. Introduce la serata Cristiano Seganfreddo, Direttore di Fuoribiennale.
 blog it


Francesco Morace si e' dedicato molto al tema del Terzo Rinascimento, e, dopo un anno di riflessione e discussione sul suo blog su Nova, PreVisioni e PreSentimenti, ha sintetizzato una probabile lista de i primi dieci punti che definiscono il progetto del Terzo Rinascimento e che nei prossimi dieci anni potranno diventare una piattaforma di lavoro e di confronto. (Vi invito a leggere l'elenco piu' ricco di commenti, nel blog originale)

1) Ripartire dall’alleanza tra potere economico, visione politica e talento artistico, ristudiando con attenzione il modello dalla Repubblica di Venezia e la Firenze medicea, e altri modelli

2) Considerare la città italiana come un laboratorio aperto di incontri ed esperienze culturali, formative, interdisciplinari

3) Rimettere al centro della formazione personale l’esperienza delle Arti e Mestieri, e l’apprendistato entusiasmante della Bottega Rinascimentale

4) Valorizzare in questo processo la cura, il gusto estetico e la loro espressione nell’ambito di una ridefinizione etica dell’esperienza. La riflessione avviata sul Senso dell’Italia può in questa direzione risultare utile.

5) Comprendere quanto la trasmissione contagiosa del sapere possa diventare una esperienza felice ed entusiasmante per le giovani generazioni, se collegate alla diffusione delle nuove tecnologie.

6) Comprendere e definire una convergenza naturale tra Web 3.0, capitalismo 3.0, terza economia (quella che si sostiene sul volontariato) e la visione stessa del Terzo Rinascimento.

7) Valorizzare e comprendere - in questo percorso - l’esperienza del Secondo Rinascimento segnato in Italia dalla nascita delle fabbriche del design (da Adriano Olivetti ad Alberto Alessi) e delle logiche avanzate del design thinking

8) Integrare questa visione economico-culturale con i valori e le esperienze dell’Humanistic Management che ha sviluppato in questi anni una attività teorica consistente e che merita una più ampia diffusione.

9) Raccogliere a partire da queste coordinate condivise tutte le esperienze che sul territorio italiano sono state sviluppate in questi anni in diversi ambiti e occasioni (dai festival urbani ai progetti distrettuali) e rilanciarne la potenzialità al di là della propria valenza locale.

10) Riuscire a fungere da grande collettore e catalizzatore di proposte, progetti, persone ed energie che sentono di essere in sintonia con le corde di questa visione, e che siano disponibili a rinunciare a logiche di bottega (non rinascimentali), a steccati ideologici, a campanilismi arroccati e a sindromi da prima donna.

Essendo aderente al Convivio dell'Humanistic Management fin quasi dalla sua fondazione, ed avendo parlato a lungo di nuovo umanesimo in questo blog, sono molto ansioso di partecipare all'incontro e vi raccontero' domani le mie impressioni.

mercoledì 8 ottobre 2008

Lo specchio di Ibridamenti

Ecco la breve introduzione della rubrica "Lo specchio" che io terro' in Ibridamenti, il Laboratorio Sperimentale Virtuale progettato dalla Scuola di Dottorato in Scienze del Linguaggio, della Cognizione e della Formazione dell’Università Cà Foscari di Venezia, che ha l'obiettivo di fare ricerca, sul virtuale, assieme ai blogger.

http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=8366986320237323169&postID=3984364053987755648

Lo specchio di Ibridamenti, un momento di riflessione su cio’ che Ibridamenti sta facendo, su come appare, e se l’immagine e l’azione corrisponde alle intenzioni e agli obiettivi. Uno specchio da ammirare, interrogare, ma … non da rompere!

A cosa serve uno specchio se non a creare un altro da se’. Uguale e contrario. Ci segue nei movimenti ma sta davanti al nostro sguardo. Vedo cio’ che faccio. Faccio in base a cio’ che vedo. Una guida guidata.

In questa rubrica ci saranno i commenti di ciascuno di noi mentre guarda Ibridamenti come fosse davanti uno specchio: e’ la possibilita’ per questo gruppo di riconoscersi, di prendere anche una maggiore consapevolezza, di avere occasioni di autocritica, di ammirarsi ovviamente.

Lo spazio e’ aperto a tutti, naturalmente, perche’ tutti avranno sicuramente qualcosa da dire al riguardo. E insieme attraverseremo lo specchio.


[La foto e' tratta dal libro "Con l’immagine allo specchIo. L’autoritratto letterario di Frida Kahlo", di M. Cristina Secci, di cui è appena uscita la seconda e rinnovata edizione (Aracne 2007; 2008).]


mercoledì 24 settembre 2008

VenetoIN dispiega le ali

L'altra sera c'e' stato il secondo SpritzIN, l'evento che caratterizza VenetoIN, ovvero il business network che porta in veneto l'esperienza di MilanIN, reinterpretendola secondo la cultura e i gusti nostrani.

L'appuntamento ha confermato la potenzialita' di questi incontri: ieri sera c'erano professionisti del marketing e della comunicazione, dell'ICT, manager di azienda e consulenti, formatori, giornalisti, operatori nel sociale, piccoli imprenditori, business developer, amministrativi, specialisti... ma soprattutto tutti avevano una propria storia, e una propria personalita', proprie passioni e interessi, e allegramente si scambiavano battute e divertentissimi aneddoti davanti ad un bicchiere di vino e un appetitoso buffet.

E per esserci, sono venuti da Vicenza, Verona, Treviso, Venezia, Rovigo e Padova, a conferma del carattere "veneto" dell'iniziativa.




Questo e' il successo del business networking: prima la persona e subito dopo anche il business. Perche' diciamolo francamente, chi non vorrebbe trovarsi a lavorare solo con persone con cui passerebbe volentieri anche una bella serata in allegria ?

Questa caratteristica e' forse maggiormente sviluppata in alcune persone, ma in realta' chiunque, per quanto timido inesperto o confuso da interessi contingenti o da qualche aspetto caratteriale, e' naturalmente intimamente un animale sociale, quindi un networker ad alto potenziale!

A questo proposito c'e' il bell'articolo di Francesco Candian, che ci ricorda con parole diverse che internet se lo sono preso le persone. Anzi giustamente Francesco mette proprio in evidenza che quella fascia di persone che ha maggiore dimestichezza con internet (ma senza arrivare ad essere un nerd), oggi ha piu' possibilita' di dimostrare la propria capacita' di fare relazione ed esprimere la propria umanita'. Con buona pace di quei detrattori delle novita' e della forza di internet, che avevano gia' bollato gli internauti come "alienati" e "impediti alla vita reale fatta di relazioni umane concrete".

Qualcuno ha chiesto ancora ma cos'e' VenetoIN, se serve veramente un'etichetta sopra allo spritz, e se sara' caratterizzato principalmente dalle attivita' collaterali che fioriranno presto su vari temi e distribuite sul territorio.

La risposta e' proprio quella data piu' sopra. Relazioni sociali con un occhio al business. Capisco che la semplicita' della sua formula e' disarmante, ma in questo e' proprio la sua forza.

Naturalmente ci saranno molte iniziative, come serate a tema, gite fuori porta, presentazione di iniziative a sfondo socio-culturale, gastro-enologico, ... Tutto questo servira' innanzitutto a moltiplicare le occasioni di incontro e di confronto, a renderle piu' ricche e meno ripetitive, distribuite sul territorio, e quindi a conoscersi meglio, in numero sempre piu' grande, e con un potenziale sempre piu' alto. Mi sono gia' trovato a parlarne, ad esempio, anche con alcune persone inserite nel mondo associativo, e ho gia' trovato l'interesse di alcuni networker.

Saranno iniziative che nasceranno dal basso, per iniziativa dei networker stessi, i quali potranno quindi esprimere se' stessi, e la loro professionalita', anche in modo attivo. L'unica richiesta sara' una reale e trasparente disponibilita', concretezza di risultati, e la capacita' di creare consenso intorno alle singole proposte.

Dunque, VenetoIN ha proprio incominciato a dispiegare le ali.