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venerdì 2 settembre 2011

Next society: l'innovazione sociale al di la' dello stato e del mercato

La crisi e' sotto gli occhi di tutti (quelli che hanno occhi sfoderati), da tempo. Incominciamo ora a vedere che non sara' piu' garantito il nostro "welfare", cosi' prezioso eppure quotidianamente disponibile e dunque scarsamente apprezzato. Prima erano in pochi ad accorgersene, ma gli ultimi eventi di quest'estate, e la conseguente manovra, non lasciano ormai dubbi. E' tempo di mettere le mani nelle tasche degli italiani, e di toccare il welfare dorato in cui abbiamo vissuto finora.

Esplode cosi' la questione di sempre, la madre di tutte le questioni, cioe' se i servizi essenziali a cui viene associata la "qualita' della vita", le risposte ai bisogni alla base della piramide di Maslow, debbano essere garantiti dallo stato e dunque a spese della collettivita' secondo un equo (?) sistema tributario, o se e' lecito (e prudente) affidarne pezzi importanti alla libera impresa, che si suppone essere piu' efficiente (?) e pero' interessata solo alla remunerazione del capitale investito.

Nei paesi anglosassoni la questione e' affrontata con maggiore pragmatismo (con discutibile successo, ma almeno si puo' discutere di azioni e non di teorie), e sotto il governo Cameron e' stato lanciato (2010) un programma chiamato Big Society, che prevede una Big Society Bank e un "servizio civile nazionale", che si articola su 5 priorita':
  1. Dare piu' potere alle comunita' locali (localismo e devolution)
  2. Incoraggiare ogni forma di  volontariato
  3. Decentralizzare poteri decisionali dal governo centrale a quelli locali
  4. Sostenere iniziative private ancorche' regolamentate opportunamente, quali cooperative, mutuals, charities e social enterprises
  5. Assicurare la massima trasparenza pubblicando tutti i dati sulle attivita' di governo (open/transparent government)
L'applicazione di questo programma e' controversa, soprattutto per la fretta nello smantellare lo stato sociale, tanto che e' stato accusato da Steve Bell di rispondere ad un bisogno di avidita', sfruttando la debolezza dei ceti meno forti. In realta' alcuni punti sono presi pari pari dal precedente lavoro intrapreso dal governo Blair, con il contributo della storica Young Foundation, che si occupa di ricerca sui nuovi trend della societa' ed economia, incubazione di nuove imprese, di specifici progetti locali e sostiene la comunita' internazionale SIX (Social Innovation Exchange).

Social innovation consiste infatti nel progettare, sviluppare e promuovere nuove idee che funzionano e rispondono a bisogni sociali urgenti e non sufficientemente indirizzati. Esiste gia' una lunga storia di innovatori sociali e di iniziative che meritano questa "nuova" etichetta (dagli asili di comunita' all'assistenza agli anziani, dalle cooperative al microcredito), sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, che spesso viene chiamato Terzo Settore proprio perche'si colloca tra lo Stato e il Mercato. Eppure in questa fase storica la Social Innovation non rappresenta solo un'alternativa, ma la base per un cambiamento paradigmatico della societa' e dell'economia, che tanti, troppi segnali mostrano quanto sia urgente. Obama ha istituito un nuovo Ufficio per l'Innovazione Sociale nel 2009, el'Unione Europea ha adottato gia' un anno fa la strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva (EUROPA 2020).

Il piano europeo si prefigge cinque traguardi principali, tradotti in specifiche iniziative faro, che sono:
-       il 75% delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni deve avere un lavoro;
-       il 3% del PIL dell’UE deve essere investito in ricerca e sviluppo (R&S);
-       i traguardi “20/20/20” in materia di clima/energia devono essere raggiunti;
-       il tasso di abbandono scolastico deve essere inferiore al 10% e almeno il 40% dei giovani deve avere una laurea o un diploma; .
-       20 milioni di persone in meno devono essere a rischio povertà.

Forse vale la pena ricordare a questo punto, tramite le parole di Giacomo Vaciago, che
"La forza di un Paese sta nella società civile; non è né un buon governo, né un buon mercato. La forza del Paese è la società civile, che poi si dota di un buon Stato e di un buon mercato al fine di risolvere quei problemi che da sola non può superare. Gli Stati cessano per il fallimento delle società civili, non per un malgoverno o un cattivo mercato."


domenica 29 novembre 2009

La blogosfera logorata dal potere, che non ha

Qualche giorno fa, nella socialsfera ci si e' posti un po' piu' intenzionalmente il tema della "concretezza" del dibattito in rete. In realta' questo succede da anni, nella blogosfera, con ritmo piu' o meno regolare.

Qualcuno l'ha buttata sui tecnicismi.

Personalmente sono convinto che la tecnologia e' abilitante, ma non puo' sostituire la capacita' delle persone. Pero' il concetto di "platform" deve raffreddare gli entusiasmi di certi geek, ma deve anche essere un monito per i piu' "umanisti". Grazie a piattaforme che hanno proprio lo scopo di rendere facile lo sviluppo di soluzioni e servizi, ormai la tecnologia rientra nella cassetta degli attrezzi di chiunque, per comunicare e fare, insieme al dizionario e alla formazione di base (ok, qui c'e' dell'utopia, e' ovvio). D'altra parte, come ricorda Ross Mayfield, le persone sono la vera piattaforma.

Qualcuno l'ha buttata sull'italianita'.

Ora, che gli italiani debbano sempre disprezzarsi "collettivamente", pur ritenendosi ciascuno una "provvidenziale eccezione", e' un noto luogo comune. Certamente ci sono alcuni aspetti culturali, e penso che debbano essere identificati con lucidita', se ce ne vogliamo affrancare progressivamente (ammesso che sia possibile). Non mi ritrovo tanto nella teoria che gli italiani hanno una maggiore inclinazione agli aspetti puramente conversazionali (intendendo con questo dotte disquisizioni, ma anche spesso sano e insano cazzeggio, inclusi sterili flame tra fazioni contrapposte), rispetto alla "cultura del fare", apparentemente piu' nordica (no, qui non si intende "padana", ma proprio del nord del globo, essendo noi italiani tutti, stando a questa teoria, "i terroni del globo").

Leggendo anche i commenti che sono stati fatti in questi ultimi giorni, io trovo che una delle infezioni croniche di cui soffriamo come paese, e' rappresentata dai bassi valori di "cultura di servizio" e quindi dall'alta concentrazione di "cultura del potere". Riscaldati dal sole del bel paese, in una terra che dispensa gratuitamente buonissimi e bellissimi frutti da godere col palato e con la vista, coccolati da una storia millenaria che ci consegna un preziosissimo patrimonio culturale e artistico, gravati da secoli di politica padronale e ignari del fuoco di vere rivoluzioni civili, noi italiani non siamo tanto preoccupati a risolvere i problemi che sopraggiungono, quanto a (creare e a) conservare le rendite di posizione.

Tutto, in Italia, diventa una questione di potere, e la socialsfera non ne e' esente. Per certi versi e' anche logico: dove la societa' civile ti costringe a sperimentare ogni giorno, un clima opprimente di subordinazione a poteri dominanti (lo stato con quelle leggi e quelle tasse, e quell'inefficienza; l'azienda con gli oneri e la mancanza di onori, e con carriere poco meritocratiche; la vita quotidiana in citta' continuamente offesa dalle prevaricazioni di furbetti e bulletti...), quando viene finalmente offerta la possibilita' di "realizzare" un modello di organizzazione sociale nuovo - in internet - non stupisce che affiori la mancanza di competenza e l'incapacita' di visione, e quindi che si scatenino anche i comportamenti piu' "piccoli" e discutibili, che alla fine finiscono per perpetrare quegli schemi sociali da cui ci si dovrebbe emancipare.

Non mi stupisce quindi, che la proposta di avviare attivita' piu' costruttive, e quindi piu' incisive nel territorio, abbia sollevato l'entusiasmo di alcuni, ma anche la perplessita' di altri, nella socialsfera, circa la questione del consenso e la questione del vantaggio individuale. Mi sembrano questioni intrecciate tra loro, ed entrambe riconducibili al discorso che stavo facendo sul "chiodo fisso del potere".

Sulla questione del consenso: perche' mai un'iniziativa che sta conquistando partecipazione in rete, dovrebbe essere considerata, con maliziosa sbadataggine, come priva di un necessario consenso ? Chi dovrebbe essere l'ente certificatore, se la partecipazione dal basso non e' sufficiente, considerato che nella fase iniziale non puo' essere certo elevatissima ? ma soprattutto perche' pensare che la certificazione debba arrivare da un ente terzo ? Chi e' il tronista a capo di questo fantomatico "istituto" che si sente defraudato del potere di veto e legittimazione, se il consenso monta dal basso ? soprattutto, siamo veramente preoccupati per il suo dispiacere nel vedere la poltrona che gli vacilla sotto ?

Sulla questione del vantaggio individuale: perche' pensare che un'iniziativa di crescita collettiva, di win win sociale, di emancipazione di una community se non di tutto il paese, debba essere immediatamente (de)classificata a manovra torbidamente affaristica, ovvero motivata da oscure logiche di potere ? se non se ne condividono gli obiettivi e i metodi, basta semplicemente non sottoscriverla, dunque perche' muovere pubblici attacchi a scopo distruttivo, o addirittura velenose insinuazioni dietro le spalle, per forzarne il fallimento ? se c'e' la necessita' di un riferimento, e soprattutto se c'e' la capacita' di esserlo (che altrimenti l'iniziativa non decollerebbe e non arriverebbe ad essere nemmeno "visibile"), perche' il pensiero automatico non va al beneficio che ne ricavano tutti, ma a quello che ne ricavano alcuni ? perche' mettere sullo stesso piano semplici fruitori (e spesso anche detrattori e ostacolatori) e figure dotate di visione e capacita' organizzativa e realizzativa, pretendendo che gli uni e gli altri debbano godere per principio di pari gratificazioni ?

La risposta e' semplice, perche' in Italia la questione e' sempre su chi comanda, e non su cosa di buono si faccia.

Dunque se si avvia un'iniziativa concreta (ma scopro che anche avviare una conversazione di approfondimento comporta lo stesso rischio), per l'italiano medio ci sono solo due prospettive: o esserne il capo, o vederla fallire. A prescindere dal fatto che sia utile o meno. A prescindere dal fatto che ci sia spazio o meno per eventuali alternative. L'Italia, inclusa quella che si riconosce nella socialsfera, e' logorata dal potere, che non ha. E pensare che in questo paese, invece, ci sarebbe spazio per migliaia di iniziative concrete originate dalla socialsfera e con concrete ricadute nel territorio. Ce n'e' un tale bisogno che non importa quanto utili siano effettivamente, basta che a confermare che lo sono almeno un po' sia la stessa comunita' a cui sono indirizzate. Della serie: finiamola con l'autoreferenzialita'.

Se ci fosse una cultura del servizio, automaticamente cadrebbero le soporifere discussioni sui metodi e sulle regole, dal momento che l'unica regola sarebbe quella della "utilita' evidente", e che il metodo verrebbe raffinato di tentativo in tentativo. Se ci fosse una cultura del fare (mediata dalla reticolarita' e dai suoi valori), nessuno si preoccuperebbe del fatto che di volta in volta c'e' un titolare diverso, perche' anzi si innescherebbe una gara, da cui nessuno sarebbe eslcuso a priori, a fare di piu' e meglio (per il bene comune) la volta successiva. Ma soprattutto, se ci fosse una cultura della costruzione di un bene comune, la blogosfera smetterebbe di rammollirsi seduta davanti al computer, e cercherebbe il confronto e la sfida del territorio, in cui portare le soluzioni che internet mette nelle mani delle persone, grazie alla tecnologia e al networking.


venerdì 27 novembre 2009

La liberta' tra desiderio e paura

In questi giorni si sta discutendo, soprattutto in rete e in parlamento, rimbalzando sulla stampa, la decisione se rinnovare o meno il Decreto Pisanu, e ho notato che il dibattito e' spesso confuso ed ingiustamente animoso, anche se poi culmina in azioni concrete.

Ci sono fondamentalmente due aspetti di principio che sembrano in attrito tra loro:
  • l'anonimato e' garanzia di maggiore liberta' di espressione per gli utenti, e contro discriminazioni nell'accesso alla rete dettate da logiche di mercato e rendite di posizione
  • l'anonimato consente di trasmettere impunemente comunicazioni che mettono a rischio la sicurezza o che favoriscono frodi
D'altra parte, dall'esperienza di tutti i giorni, sappiamo che e' possibile partecipare in rete, conservando l'anonimato rispetto agli altri utenti. Questo deriva dal fatto che chi puo' conoscere la reale identita' degli utenti, di fatto non la rende nota agli utenti stessi. Lo chiamerei "anonimato a livello utente".

Questo e' gia' un elemento importante a favore della libera espressione, e di un accesso non condizionato da logiche di mercato: e' fuori di dubbio che l'anonimato favorisce manifestazioni di opinioni piu' spontanee (non solo quelle su temi "sensibili", ma chiaramente e' una possibile difesa della propria privacy) e dunque incentiva la partecipazione, sia nel privato che nelle relazioni "di business". In sostanza, partiamo gia' da una situazione che consente "un certo" anonimato, con evidenti vantaggi. Anzi e' difficilmente contestabile, che il successo di internet negli ultimi due decenni sia stato legato anche a questa sua fondamentale caratteristica. Perfino certi comportamenti al limite dell'illecito, e compiuti quindi nell'anonimato, portano anche un benefico effetto nell'innovazione di certi mercati, come per esempio quella della musica.

Ma benefici ancora maggiori in termini di liberta' di espressione, giustificano che si vada oltre all'anonimato a livello utente. Basta pensare ai fatti di Teheran (e cito solo il caso piu' ecclatante, ma di denunce in rete fatte a rischio della propria sicurezza la rete ne e' piena, e vengono dai piu' svariati angoli del mondo). Laddove il regime non e' democratico, e non si puo' avere fiducia in chi "governa", l'anonimato minimo sufficiente per assicurare una reale liberta' di espressione deve essere, a seconda della gravita', il piu' possibile "intrinseco" al sistema.

Paradossalmente, in un paese a governo democratico e veramente liberale, l'anonimato in rete potrebbe essere una questione poco rilevante, ma sappiamo bene che proprio nei paesi dove le liberta' sono limitate in generale, l'anonimato in rete diventa questione di vitale importanza. E nelle vie di mezzo? rimane ancora una questione delicata.

D'altra parte, che sia possibile utilizzare lo stesso anonimato anche per scopi discutibili (informazione distorta, calunnie, minacce) e illeciti piu' gravi (terrorismo, pedofilia, frodi), e' anche fuori discussione. Di tutto questo abbiamo numerosi esempi. Chi frequenta la rete assiduamente sa benissimo che il primo tipo di situazioni sono facilmente riconoscibili, e si possono quindi contenere tenendole nelle giusta scarsa considerazione. Ma bisogna anche considerare che la rete e' popolata da persone meno esperte e piu' facilmente condizionabili. La pedofilia e le frodi sono ancora molto ricorrenti, anche se sono notizia di tutti i giorni i successi ottenuti dalle polizie di tutto il mondo. Sul terrorismo non trovo notizie di rilievo se non poche volte in un anno, ma e' un dato di fatto che in europa gli attentati si sono ridotti a zero o quasi.

E' chiaro che per gravi ragioni di sicurezza, sia necessario non mantenere l'anonimato a livello di sistema.

E veniamo alla net neutrality. Con questo termine si fa riferimento ad un "modello di internet", in base al quale tutti i pacchetti di dati vengono trasferiti senza entrare nel merito dei contenuti, e dunque assicurando pari condizioni di esercizio per qualunque utente. Lo scopo della net neutrality e' quello di garantire la massima liberta' di espressione degli utenti e l'indipendenza di internet dalla concorrenza tra centri di potere politico ed economico. La net neutrality, anche se non e' definita in modo perfettamente condiviso, e' riconosciuta come l'attuale modello di internet, e infatti sono numerosi i movimenti di opinione e le azioni volte a difendere tale modello, e quindi a mantenerlo. La rete, per come la conosciamo noi, in occidente, e' neutrale.

Detto questo, e' evidente che anonimato e net neutrality sono due questioni fortemente intrecciate tra loro. E se non lo fossero, io penso che dovrebbero esserlo in futuro, anche senza arrivare a farne una questione ideologica. Quindi la net neutrality prescrive, o dovrebbe assicurare che sia preservata l'opzione di rimanere anonimi almeno "a livello utente" (in questo senso si parla di diritto all'anonimato).

Da tutto questo seguono alcune facili conclusioni (sulle quali invito comunque a tenere sempre accesa una discussione costruttiva ed istruttiva):
1) per ragioni di sicurezza e' sufficiente che non sia consentito l'anonimato a livello di sistema (ma il discorso andrebbe fatto tenendo conto del regime del paese in questione)
2) per ragioni di liberta' di espressione, e di indipendenza dalle posizioni dominanti nel mercato, e' sufficiente garantire l'anonimato per tutti gli utenti (compreso nei confronti di grandi gruppi di potere economico e politico)
3) e riassumendo, finche' non ci sono particolari problemi di sicurezza (nazionale e non), un certo livello di rischio deve essere sopportato considerando il beneficio che ne deriva sul piano della libera circolazione delle idee e della spinta all'innovazione allo sviluppo sociale ed economico.

Nonostante che l'anonimato in rete sia dunque una questione "fondamentale", e che si possa arrivare facilmente a chiare e semplici linee guida, credo condivisibilissime e condivise di fatto in maggioranza, spesso si leggono in rete considerazioni piuttosto confuse. Ecco alcuni punti dove e' piu' evidente la confusione:

1) La rete e' intrinsecamente "anonima".
Tecnicamente parlando, e' sempre possibile (?) rintracciare il terminale da dove e' partito un certo pacchetto di dati, ma nella pratica, questo dipende da una serie di fattori tecnici. Soprattutto non e' ancora sufficiente per l'identificazione della persona che operava su quel terminale: perche' sia ricostruita anche l'identita' della persona occorre che siano intrecciate le informazioni sul traffico con le informazioni sull'utente. Dunque e' falso dire che "la rete non e' anonima", mentre e' piu' esatto dire che la rete piu' i dati relativi agli accessi da parte degli utenti, permettono di escludere l'anonimato quasi sempre. Alla luce di quanto detto prima, questo aspetto non e' trascurabile. Il problema si sposta quindi dagli aspetti infrastrutturali alla gestione dei dati che permettono l'effettiva identificazione della persona che accede ad internet.

2) L'anonimato e' un problema da eliminare. La rete ha il problema che non e' controllabile.
Che questi siano solo dei problemi, e non anche dei vantaggi, lo abbiamo detto all'inizio. L'anonimato a livello utente e' piu' che legittimo, e' vantaggioso, ed e' anche lo status quo, e probabilmente una delle ragioni del successo di internet da 20 anni a questa parte. Difficile pensare che internet sia nata con una caratteristica fondamentale di questa rilevanza, solo per un errore o una leggerezza dei progettisti. Difficile pensare che oggi l'equilibrio tra cio' che si puo' fare di bene e cio' che si puo' fare di male, si sia improvvisamente spostato dalla parte piu' sfavorevole, rendendo necessarie misure di sicurezza che prima non erano richieste. Difficile pensare che il crimine organizzato sia stato finora fortunatamente "sbadato" rispetto ad internet, i terroristi grossolanamente "incompetenti", o che gli utenti che sono arrivati in rete solo recentemente mediamente siano piu' "scorretti e disonesti" dei precedenti. L'anonimato, cosi' come oggi lo vediamo possibile, e' intenzionale, ed un "pezzo" prezioso della internet che conosciamo, quella che e' arrivata fino a noi di successo in successo.

3) L'anonimato in rete e' questione di sicurezza nazionale.
La rete e' globale, e direi per fortuna. In questo sta proprio uno dei suoi elementi di forza. Non si puo' quindi guardare alla rete come a qualcosa che si puo' regolamentare completamente con leggi nazionali. Vincoli all'utilizzo della rete imposti solo nel nostro paese - se partiamo dal principio che internet e' una risorsa preziosissima - non farebbero altro che aumentare il divario tra l'Italia e il resto del mondo, che anzi, al contrario occorre diminuire, in modo consistente e al piu' presto.

Dunque, siamo di fronte ad un sottile gioco di compromessi, tra il livello di liberta' a cui aspiriamo, e contemporaneamente il livello di sicurezza che ci vogliamo garantire. La questione e' sempre la stessa: la liberta' comporta perdita di controllo, e quindi di sicurezza. Per alcuni meno fortunati, si tratta ancora, a volte, di dare la vita per difendere la liberta', mentre per altri, di dare la liberta' per difendere la vita (comoda).

sabato 11 luglio 2009

Aggiornamenti sul Decreto Alfano e l'obbliga di rettifica

Doverosi aggiornamenti in merito al Decreto Alfano, in approvazione il 14 luglio prossimo.

Innanzitutto l'Intergruppo parlamentare 2.0, sul tema specifico dell’estensione dell’obbligo di rettifica ai “siti informatici” (art.1 comma 28 del provvedimento) ci segnala
gli interventi:

  • del Sen. Felice Belisario (Italia dei Valori), estensore di un emendamento che esclude dall’ambito di applicazione del comma 28 i “bloggers che non abbiano registrato la propria testata”.

  • del Sen. Luigi Vimercati (PD), che ha richiesto che nel parere formulato dalla Commissione Comunicazioni in merito al provvedimento venisse inserito un rilievo volto a limitare l’ambito applicativo del comma 28 alle sole testate diffuse per via telematica. Tale richiesta tuttavia non è stata accolta nel parere espresso dalla Commissione (v. resoconto) .

  • dell’On. Antonio Palmieri (PDL) che ha avviato una discussione con alcuni esperti della rete e con il Sen. Lucio Malan per “impedire che un’interpretazione estensiva del testo della legge sulle intercettazioni telefoniche colpisse con misure esagerate i blog amatoriali, come se fossero testate d’informazione registrate”. Trovate ulteriori informazioni sul suo blog (ultimi 2 post su questo tema).
blog it


Inoltre Stefano Quintarelli ci regala un'azzeccatissima vignetta, e un articolo denso di profonda saggezza (come sempre):
clipped from blog.quintarelli.it
AnonimatoProtetto

In definitiva, Internet non e' cosa terza rispetto alla vita, fa parte della vita, e delle sue regole, norme e leggi.

E cio' era cosi' anche per Mafalda, anche al telefono, e Quino giustamente ironizzava sul fatto che il pubblico, in larga misura, non lo sapeva.
blog it


Infine mi sono ritrovato perfettamente nel riepilogo di Massimo Giuliani:
ma su una cosa potete credergli: nessuno perderà il sonno per lo sciopero dei blogger.
Guardo con curosità, invece, all’iniziativa di aprire un wiki sul quale scrivere collettivamente una proposta di emendamento. E guarderei con favore a una proposta di inondare la posta elettronica del ministro Alfano di centinaia di post, selezionati dalla rete, per fargli sapere che quello di cui si sta parlando non è un passatempo da ragazzini, ma un elemento importante di una novità che altrove (negli Stati Uniti come nel tormentato Iran) sta diventando parte integrante del rapporto fra i cittadini, l’informazione e la politica. E che nessuno chiede che il web sia una specie di zona franca e senza regole (una legge sulla diffamazione esiste già ed è più che sufficiente), ma solo che chi intende legiferare sull’argomento faccia il piccolo sforzo di provare a conoscerlo.
blog it


#NoDDLintercettazioni #lodoalfano #norettifica #obbligorettifica

domenica 5 luglio 2009

Decreto Alfano: un emendamento minaccia la liberta' di parola in internet

Si accende in rete il dibattito sulla prossima approvazione del decreto Alfano, fondamentalmente finalizzato a regolamentare l'utilizzo delle intercettazioni, che introdurra' disposizioni restrittive anche sull'utilizzo di internet.

Innanzitutto stupisce ancora una volta l'approssimazione con cui i decreti legge, e questo in particolare, pretendono di regolamentare una materia di cui l'estensore evidentemente non ha una piena padronanza (lo si evince dal linguaggio inappropriato e inesatto).

Ma soprattutto, tale decreto equipara ogni generico "sito informatico" ad un organo ufficiale di informazione (gia' sottopostao alla Legge sulla Stampa), e lo assoggetta all'obbligo di rettifica: in pratica qualunque navigatore di internet, che abbia pubblicato nel suo pieno diritto democratico il proprio pensiero, discutibile fin che si vuole (purche' non oltraggioso di quanto il senso comune e la pubblica decenza non difenda gia' di per se'), potrebbe vedersi "obbligato a rettifica", pena sanzioni che si converrebbero solo ad organi di informazione debitamente registrati, ed in casi straordinari.

Il passaggio e' nel comma 28, lettera a), dell'articolo 1 del P.D.L. 9/01415-A/005, qui riportato:
"Per i siti informatici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono»;"

Segnalo alcuni indirizzi dove l'argomento e' in discussione:

articoli sui principali siti di informazione online

  • cittadinolex.kataweb.it
  • punto-informatico.it 1 (Guido Sforza)
  • punto-informatico.it 2 (Guido Sforza)
  • repubblica.it (ma non tocca la questione internet...)
  • gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it 1
  • gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it 2
  • zambardino.blogautore.repubblica.it
  • apogeonline.com (utile anche questo riepilogo)


  • politici che hanno affrontato l'argomento (di diverso schieramento)

  • antoniopalmieri.it
  • Mario Valducci (odg)


  • siti di blogger che hanno affrontato l'argomento

  • camisanicalzolari.com 1
  • camisanicalzolari.com 2
  • guidoscorza.it
  • guidoscorza.it (proposta di emendamento)
  • quintarelli.it
  • webeconoscenza.net (Gigi Cogo)
  • sergiomaistrello.it
  • ernestobelisario.eu
  • minotti.net
  • appuntidigitali.it (Donato Markingegno)


  • siti di associazioni e network e altre istituzioni, dove si sta discutendo

  • amointernet.it (Marco Pancini)
  • Intergruppo parlamentare 2.0
  • liberespressioni.com (utile aggiornamento)


  • si e' discusso molto anche su friendfeed:

  • friendfeed.com/catepol
  • friendfeed.com/akille


  • Assolutamente da non perdere anche queste iniziative nate ad hoc (perche' la rete SA anche collaborare!):

  • dirittoallarete.ning.com: un ning dove aggregarsi per discutere e lanciare nuove iniziative
  • ddl1415a.intodit.com: un wiki dove collaborare alla riscrittura dell'emendamento correttivo
  • firmiamo.it/norettifica: petizione online "No alla rettifica per tutti i "siti informatici""
  • 14luglio2009.wordpress.com: un blog multiautore per discutere


  • Oltre che prender parte a queste iniziative, ho pubblicato questo post anche qui, qui, e qui.

    In seguito ad un intervento del Presidente Napolitano, e' di queste ore la dichiarazione di Alfano che ritiene il testo del decreto "modificabile".


    #NoDDLintercettazioni #lodoalfano #norettifica #obbligorettifica

    Per seguire la discussione in rete, usa questo feed.

    giovedì 8 maggio 2008

    Democrazia e fascismo: impossibile confondere

    Di seguito il mio commento al post "Chi sono i fascisti? L'India critica Alemanno ma finanzia la giunta in Birmania" di Enrica Garzilli alias Boh.

    Uno stato democratico e uno stato fascista sono ben diversi e riconoscibili. Non mi interessa riportare qui le mie idee al riguardo. La storia offre molti fatti a supporto di questa affermazione. Infatti si sono dovuti registrare orrori causati da 'tutti' i regimi fascisti e comunisti, ma non mi risultano 'regimi' democratici che abbiano vessato la popolazione privandola di liberta' , riducendola in miseria, abbruttendo i singoli individui, non episodicamente tanto meno sistematicamente, nemmeno eccezionalmente. Se dimentico qualche esempio, segnalatemeli.

    Detto questo, mi sembra evidente che nessuno e' perfetto, e nessuno e' il male assoluto. Ma non per questo i sistemi politici e sociali che stanno tra questi due estremi (cioe' tutti) si equivalgono, o si possono confondere.

    Per quanto riguarda Alemanno, essendo stato regolarmente eletto secondo le regole democratiche, e avendo preso le distanze dal fascismo (lui e in generale AN), che governi e che sia giudicato quindi per come avra' governato.

    Con buona pace di chi solleva polveroni per confondere le cose, di chi saluta l'avvento di Alemanno come il ritorno del fascismo, e sotto sotto non sarebbe dispiaciuto se ci fosse una deriva fascista. Esattamente come ieri altri speravano in una deriva comunista.

    Non dimentichiamo che ne' l'estrame destra ne' l'estrema sinistra sono piu' rappresentate in parlamento. Credo sia un male minore accondiscendere ad una certa contiguita' (oggi con l'estrema destra e ieri con l'estrema sinistra) piuttosto che certe istanze, benche' poco condivisibili, si manifestino in modo imprevedibile, fuori dai confini di una civile convivenza.

    E se questo significa che in qualche 'pezzo di colore', sui giornali di mezzo mondo, ci dipinge a rischio ora di fascismo ora di comunismo, ci rido sopra, e penso che in fondo nessuno puo' scagliare questa pietra per primo. E penso che la nostra democrazia e' abbastanza robusta proprio per questo.

    lunedì 5 maggio 2008

    Le tasse sono il mezzo, non il fine, e nemmeno il tema

    Marshall McLuhanInnanzitutto una premessa. Da McLuhan in poi, l'importanza del mezzo sul messaggio dovrebbe essere un fatto acquisito. La stessa informazione su canali diversi trasferisce messaggi diversi. Si sbaglia quindi chi si stupisce che gli elenchi delle dichiarazioni dei redditi degli italiani su internet siano da considerare diversamente da quelli disponibili agli Uffici Comunali. [Edit 6/5 14:45] Questo solo per dire che ben venga l'innovazione, solo facciamolo bene.

    Ma il punto non e' questo.

    Carlo IIIIn Italia, forse per aver ereditato modelli burocratici ottocenteschi (e non essercene piu' liberati), i nostri politici sono da sempre bravissimi nel disporre norme che stabiliscono una cosa e insieme il suo contrario. Con il preciso intento di legittimare e consolidare il potere discrezionale dell'Organo Esecutivo.
    La pubblicazione degli elenchi in internet ha scardinato questo meccanismo, e ha reso "chiaro e semplice" cio' che prima era consentito ma con vincoli discrezionali. Quindi ben venga.

    Ma il punto non e' nemmeno questo.

    Le vite degli altriVenedo al nocciolo del provvedimento, e' chiaro che e' stato emesso per favorire la lotta alla evasione fiscale. E sull'intenzione non c'e' nulla da dire, anzi da applaudire. Ma risponde ad una logica di competizione sociale (e anche un po' di delazione), e conferma un'idea di Stato "contro" i cittadini, e che anzi cerca di affermarsi mettendoli uno contro l'altro. Per questo il mio parere sul provvedimento e' totalmente negativo. [Edit 6/5 14:45] Io ho pagato fior fiore di tasse da dipendente, e fatturo regolarmente ora che sono libero professionista, ma mi da' fastidio essere annoverato tra gli 'amici' come se approvassi la nostra Pubblica Amministrazione che invece vorrei riformata profondamente, anzi rivoltata come un calzino.

    A questo riguardo, non si puo' prescindere dal fatto che le tasse sono intese dai cittadini come un furto da parte dello Stato: chi le deve pagare odia farlo, e quindi odia chi puo' evadere. A causa di questo clima di conflitto cittadino-stato e soprattutto cittadino onesto per forza-cittadino evasore, il provvedimento della pubblicazione rischia di andare contro l'armonia nazionale (gia' a rischio per altri motivi). Per questo io dico che ad onorevoli intenzioni sono seguite discutibili azioni (e forse improvvide).

    Per vincere l'evasione fiscale, occorre demotivare il senso generale di iniquita' che gli italiani hanno delle tasse. Questo si puo' (e si deve) ottenere rendendo piu' efficienti i servizi pubblici che lo Stato eroga ai cittadini (grazie alle tasse), ed eliminando sprechi e privilegi nella Pubblica Amministrazione, rendendo possibile l'alleggerimento della pressione fiscale e trasmettendo un modello di responsabilita' civile e di onesta' nel rapporto tra stato e cittadini.

    Purtroppo quella ricetta non e' ne' nel programma del centrodestra, che vuole abbassare le tasse e contemporaneamente diminuire il sistema di servizi pubblici, a favore del privato, ne' del centrosinistra, che vuole far passare l'idea che le tasse sono una cosa bella, lasciando in secondo piano il miglioramento del servizio pubblico e la questione dell'efficienza.

    Della serie, l'Italia che vorrei e chi dovrebbe portarla...

    domenica 13 aprile 2008

    La mia dichiarazione di voto

    Oggi andro' a votare. Gia' questa e' una decisione, molto piu' serena e convinta rispetto alla scelta di chi votare.
    Non esistono politici perfetti, perche' nulla e' perfetto, dunque e' necessario e doveroso scegliere il miglior compromesso, pur nella continua tensione al miglioramento e alla perfezione, anche in politica.

    Votero' in modo "utile", almeno spero, perche' vivo in un paese a rischio di catastrofi economiche e sociali, in quanto fanalino di coda di un sistema economico occidentale in grave crisi, sia per la posizione che occupa (la peggiore in molti campi) e sia per l'incapacita' di porre in atto un processo di miglioramento. In una tale situazione la prima cosa che spero sia evitata e' uno stallo della politica, gia' inefficiente, e l'aggravamento degli ostacoli e la perdita di opportunita' per il paese, legati alla mancanza di buon governo.

    Dunque rimane da definire cos'e' un voto utile per me. Ci sono considerazioni di breve e lungo tempo, pragmatiche e di principio.

    Tra quelle di breve e pragmatiche, c'e' soprattutto questo: un voto utile e' un voto che permetta all'Italia di essere governata, qualunque sia l'orientamento politico di chi la governa. La politica per la politica, quella delle poltrone, quella della casta, e' sempre piu' inacettabile, proprio perche' oggi questa logica non e' mai stata piu' soverchiante. Vinca chi deve vincere, e che governi come crede, poi a casa se non funziona, e subito un altro giro. Sciagurati sono per me i consigli che ho letto, di votare in modo che l'apparato governativo risulti in condizioni di stallo. In mancanza di indicazioni precise dall'elettorato, il politico si svacca sulla poltrona.

    Tra quelle di lungo e di principio, ci sono le mie convizioni, la consapevolezza che la destra non e' uguale alla sinistra e non potra' mai esserlo. Su molti punti i programmi delle due coalizzioni sono sembrati simili, eppure su altri c'e' ancora oggi una divisione netta. Nell'idea di giustizia e liberta'. Nel valore della socialita' e in molti altri valori. Nel senso delle regole. Nel ruolo dello Stato. Io sto da una sola di queste due parti, e spero che l'approccio di quella sia sempre piu' applicato e permetta una vita migliore per tutti, e per me. Il mio voto quindi non puo' prescindere da questo.

    Infine, proprio perche' la razionalita' non e' in grado di sostenermi fino in fondo in questa scelta, ci sono alcune considerazioni di pancia. Quando Berlusconi scese in politica 14 anni fa, molti salutarono festosamente il nuovo linguaggio, la capacita' di comunicazione, e diciamo proprio di fascinazione. In realta' Berlusconi e' Berlusconi, e presto e' diventato chiaro. D'altra parte la politica da allora non e' stata piu' la stessa, e sono convinto che questo e' piu' positivo di quanto effettivamente Berlusconi abbia dato alla vita politica italiana. In queste elezioni questo ruolo e' passato sulle spalle di Veltroni. Al di la' del fatto che Veltroni e' Veltroni, ho percepito il senso del nuovo solo nelle sue parole. E sono convinto che anche in questo caso la politica non sara' piu' la stessa, a prescindere da quello che effettivamente Veltroni dara' alla politica italiana. Tra l'altro Veltroni era politico gia' ieri, e di lui si puo' gia' verificare l'operato, che coincide con il sorpasso di Roma su Milano alla guida delle citta' dinamiche mondane e produttive.

    Nessuna delle precedenti considerazioni da sola sarebbe sufficiente per decidere. Fortunatamente c'e' una specie di consonanza tra tutte, e il mio voto, anche se con un grave senso di inquietudine e inadeguatezza, sara' quindi su queste note.

    martedì 18 marzo 2008

    Lhasa in fiamme, il Tibet nel sangue: che fare ?

    La protesta dilaga in tutto il Tibet e l'ultimatum scaduto non preannuncia nulla di buono. La foto e' via Lorenzo.


    Anche la blogosfera si sta accendendo sulla protesta in Tibet, sulla repressione cinese e sull'opportunita' del boicottaggio delle olimpiadi. Sondaggi fioriscono dappertutto: Panorama, Vita, ...


    Del resto anche in Tibet ci sono opinioni differenti: alcuni giovani monaci e parte della popolazione e' esasperata, e incline a manifestare sempre piu' violentemente, mentre altri, e il Dalai Lama, in testa, invitano alla prudenza, alla non violenza e al dialogo. Inutile dire che i cinesi, che non sentono certo il bisogno di giustificazioni per il loro operato, approfittano a man bassa della reazione dei monaci per aumenatre la recrudescenza della repressione (quasi cento morti negli ultimi scontri).


    I boicottaggisti di casa nostra sono motivati dalla necessita' di mostrare alla Cina che tutto il mondo occidentale non puo' piu' accettare la "Nuova Rivoluzione Culturale" (virgolette mie), antiliberale antidemocratica e soprattutto aggressiva e violenta. In questo c'e' evidentemente l'urgenza di dare alla Cina una risposta che va oltre alla questione tibetana, e in qualche caso anche oltre alla questione politica e sociale, e si aggancia a quella economica, molto sentita (e forse piu') qui in occidente. Boicottagisti sono ad esempio, con atteggiamento diverso, Gigi, Ivan, Marco, tra i tantissimi altri.


    [Edit 18/3 17:00] Chi condivide lo sdegno sui fatti di Lhasa, e la necessita' urgente di fare pressioni sulla Cina, ma e' scettico sul boicottaggio, sono il Dalai Lama stesso e USA e UE, stando alla loro posizione ufficiale. Mi aggiungo anche io, perche' temo sostanzialmente di fare il gioco dei cinesi, e considero preferibili (purche' si facciano) altre azioni che comunque preservano il dialogo coi cinesi. Ai cinesi conviene infatti, cosi' come e' stato nel secolo scorso, poter "gestire" il problema Tibet lontano dagli occhi del mondo intero. Ogni genocidio, culturale o vero e proprio, necessita infatti di essere svolto nella segretezza e nella possibilita' che sia affermata una lucida follia come fosse la sola verita'.


    C'e' poi il beneficio di dare ai cinesi (al popolo, non ai governanti) sempre maggiori possibilita' di confronto col mondo occidentale, affinche' germoglino anche li' sentimenti popolari di emancipazione sociale ed economica. Le olimpiadi sono senz'altro un'occasione unica, se si considera l'impressionante piano di interventi sull'urbanistica, sui trasporti, sull'ambiente, sul galateo, sull'immagine ... che il governo ha stanziato per ben figurare in questa occasione, e che si traduce inevitabilmente nell'occasione per tutti i cinesi di poter misurare la distanza dall'occidente sul piano civile.


    [Edit 18/3 17:00] Tra l'altro mi sembra di ricordare che le olimpiadi furono boicottate in altre due sole occasioni, ma in sostanza una sola volta. La prima, per iniziativa del blocco occidentale quando si tennero a Mosca (1980) per protesta contro l'occupazione russa dell'Afghanistan dell'anno prima. Sessantacinque nazioni non parteciparono alle Olimpiadi tra le quali gli Stati Uniti, il Canada, la Germania Ovest, la Norvegia, il Kenya, il Giappone e la Cina (nota bene) oltre al blocco delle nazioni arabe. La seconda volta l'iniziativa fu del blocco sovietico (solo 19 non partecipano tra cui Cuba ed Etiopia), sostanzialmente per semplice ritorsione, l'edizione successiva di Los Angeles, 1984. Se la storia si ripete, stiamo discutendo se dare inizio ad una nuova Guerra Fredda ? e se fosse abbiamo altrettante speranze di vincerla ?


    Altri contrari al boicottaggio si rifanno alle radici culturali e religiose del Dalai Lama e dei tibetani buddhisti, come Gilgamesh. ma non sembra questo l'unico punto e forse nemmeno il piu' importante.


    Quello che e' invece proprio sbagliato e' far passare la vicenda sotto silenzio, come sembra essere la linea del Vaticano e del CIO, o peggio strizzare l'occhio al governo cinese sdoganando una politica egemonica, pronta a calpestare i diritti civili e far scorrere il sangue, per aver intrapreso la strada della cooperazione economica con l'occidente.

    mercoledì 23 gennaio 2008

    Incredibile ma vero. Anzi quotidiano.

    La notizia (di questa volta) e' che alcuni fornitori stranieri "non consegnano in Italia e in Africa".

    Riporto da questo post di Marco una notizia che ha dell'incredibile, ma qui in Italia l'incredibile e' ormai dell'ordine del giorno.


    Naturalmente anch'io ho il mio aneddoto da raccontare: una prioritaria spedita il 5 gennaio e ancora da consegnare a Milano. All'operatore delle poste a cui ho segnalato la cosa, la notizia non ha smosso nemmeno un ciglio, e la risposta (con la stessa espressione da pesce bollito che racconta Marco) e' stata: "doveva spedirla come raccomandata se voleva che venisse tracciata". Cioe' doveva pagare 3,5 Euro invece di 1,5 per spedire otto pagine in formato A4 con la sicurezza del recapito. Cioe' non solo spedire come "prioritaria" e' equivalente oggi al servizio che si dovrebbe avere spedendo normalmente, ma forse nemmeno questo e' ancora sufficiente visto che si consiglia la raccomandata (7000 lire per una lettera per essere sicuri che le Poste facciano quello che devono fare da sempre e dappertutto).

    [edit 24/1 14:30] E adesso arriva anche la class action contro Poste Italiane.

    Ma il punto e' che non si tratta piu' di episodi, caro Marco e voi tutti, e che raccontarli come eccezionali travisa la realta'. Cio' che e' incredibile per semplice pudore di alcuni, e' ormai comune realta' per molti, per troppi. "L'Italia come l'Africa" per via delle spedizioni postali, dunque. Ma non solo. "Il re e' nudo": ce lo stanno dicendo da tutto il mondo e sempre piu' spesso. Ma qui nessuno si sveglia dall'incantesimo.

    Evidentemente non solo il re e' nudo in Italia, ma anche milioni di italiani con lui (e moltissimi prima di lui): se queste cose possono succedere e' solo perche' una vasta moltitudine chiude un occhio, acconsente, e alla fine si adegua. "Non si accettano lezioni di moralita' da nessuno", e quindi ale' nel baratro del menefreghismo, dell'inettitudine e della corruzione. Proprio per l'instaurarsi di questo costume (che certamente avra' fatto comodo innanzi tutto a persone non proprio integerrime, e che comunque non e' il motto soltanto del Mastella di turno), proprio per questo sciagurato principio di incivilta', ancor piu' della incertezza della pena, si e' spezzata l'ultima possibilita' di questo paese di reagire e raddrizzarsi. Si e' spezzata la spina dorsale di questo paese.

    Propongo allora l'introduzione del concetto di "moralita' relativa": "Se io ho rubato 1000 e tu hai rubato 1000000, io posso richiamarti al principio che non si ruba" (e punirti/farti punire). Cosi' poi ci sara' uno che ha rubato 10, che fara' il c..o a me, e via via fino ad una pulizia progressiva di tutta sta monnezza. Se no qui, ragazzi, non se ne esce piu'.

    venerdì 11 gennaio 2008

    Twitter politici

    Qualche politico italiano e' timidamente sbarcato su Twitter, sulla scia degli americani, immagino: soprattutto Veltroni.

    Sto seguendo quelli che ho trovato, eventualmente segnalatemene altri:
    Walter Veltroni
    La Nuova Stagione (sempre veltroni)
    Romano Prodi
    Rosy Bindi

    e poi
    Barack Obama
    Hillary Clinton
    Bill Clinton
    Angela Merkel
    Gordon Brown
    Tony Blair
    David Cameron

    Naturalmente c'e' sempre il rischio di cadere in qualche caso di "identita' violata" (tipo SilvioBerlusconi, HillaryClinton, GordonBrown, Zapatero, Sarkosy...).

    Alcune considerazioni, per lo piu' evidenti:
    - Veltroni il piu' attivo (338 followers, 295 updates) + LaNuovaStagione (199 followers e 162 updates)
    - Romano Prodi non twitta da due mesi, e l'ultimo twit e' stato (ed e' ancora li' in evidenza) "sono stanco.", pero' prima aveva twittato 125 volte
    - Rosy Bindi ha i suoi twit sotto chiave e deve ancora accettare la mia richiesta di seguirla, pero' ha 70 updates per 2 follower (mah!)
    - nessuno della destra italiana (mandatemi segnalazioni)
    - Barack Obama, moltissimi follower (>6700), quasi altrettanti following (anche io!, evidentemente in automatico), ma pochi updates (57), e per lo piu' rimandi al sito ufficiale
    - Bill Clinton, candidato a 1st Husband, non si e' impegnato molto (69 updates) ma sempre piu' di Obama, ma con 'appena' 2195 follower
    - Hillary Clinton: 1 update 10 mesi fa, e non dico altro
    - Angela Merkel ha twittato 89 volte e ha 206 follower, molto bene, ma soprattutto e' l'unica che usa twitter anche per rispondere ad altri twit (se ho capito bene, visto che il tedesco non lo mastico)
    - Gordon Brown ha twittato ben 523 volte per soli 33 follower,
    - Tony Blair aveva twittato 240 volte per 30 follower (poi ha chiuso 6 mesi fa)
    - David Cameron si e' invece attestato a 97 update per 48 follower

    Lascio a voi le conclusioni, se se ne possono trarre. La partecipazione e' ancora scarsa, ... anche perche' non ci sono campagne elettorali in corso. A me sembra un buon modo per avere un'idea della "persona", prima che del "politico", ancor piu' del blog (in cui era possibile scivolare nel linguaggio da comunicato stampa). Inoltre la sintesi, velocita' e quotidianita' li puo' rendere ancora molto piu' "alla pari" con la gente comune che vive la vita di tutti i giorni. E ci vuole ancora piu' coraggio!

    Avevano gia' fatto qualche commento NovaMob (su quelli italiani, 30/11/07), Blogosfere (su quelli stranieri, 18/5/07), e Antonio Sofi (all'alba dei primi twit politici americani, 7/3/07).