Quando ho scritto il precedente articolo il tempo trascorso dal TwitterCamp era ancora breve, e il follow-up in rete doveva ancora svilupparsi.
Man mano che le ore passavano e' diventato sempre piu' chiaro che il Twittercamp ha aperto alcune linee di discussione (purtroppo trasformate da alcuni in occasioni di conflitto, ma tralasciamo). Le ha aperte intenzionalmente, ma soprattutto 'inevitabilmente'. Questa e' la ragione perche' dico che il Twittercamp e' stato un successo.
Controprova: mercoledi scorso il mega-evento Microsoft, con la partecipazione straordinaria di Steve Ballmer, di cui si e' parlato moltissimo prima e durante, ma da cui in proporzione non e' emerso quasi nulla, se non che presto dovro' fornire i miei interests e i miei friends alla lavatrice se no non mi lava le mutande. Praticamente nessuna discussione sugli spunti offerti nella presentazione, salvo i doverosi articoli sul main stream e qualche annoiato commento dal basso, ma su questo tornero' sopra un'altra volta.
Dunque mentre i big player sono piu' interessati ad un'evoluzione del web verso le macchine (spingono perche' web3.0 singifichi questo), il popolo della rete e dei barcamp e' invece naturalmente propenso a discutere un'evoluzione del web verso le persone. E quindi un'evoluzione piu' confusa, chiassosa, polemica. Specie qui in Italia (purtroppo).
Perche' alla fine sono le persone che contano. Anch'io, cara Catepol, lo vado ripetendo da tempo, auspicando un nuovo umanesimo.
Piu' di qualche tema mi e' rimasto nel retro-cervello e ho visto emergere dalle discussioni in rete. Li affrontero' con post separati.
venerdì 25 aprile 2008
domenica 20 aprile 2008
Twittercamp: un-conference e interviste in webtv
Come avete notato nelle ultime due settimane ho partecipato con grande disponbilita' al gioco di Twitter, e l'intenzione era quella di arrivare al TwitterCamp con 'cognizione di causa'. Il TwitterCamp mi ha poi convinto che questo approccio non e' stato inutile, e' stato quasi alieno.
'Cognizione di causa' e' proprio la prima cosa su cui voglio portare l'attenzione. Dopo aver sentito molto parlare 'pour parler', all'insegna del legittimo 'ognuno deve poter esprimere la propria opinione', mi sono chiesto quando e' stata persa definitivamente la 'cognizione di causa', cioe' quel buon livello di conoscenza ed esperienza delle cose che ci permette di comprendere il meccanismo logico per cui le stesse cose succedono, e quindi come eventualmente modificarlo migliorarlo e indirizzarlo secondo i nostri desideri e obiettivi. Non so dove e quando e' andata perduta, certamente un po' dappertutto e da molto tempo ormai.
Le 'un-conference' mi sembrano una inevitabile conseguenza di questo. Cos'e' una un-conference? Nella sostanza non dovrebbero essere diverse dalle conferenze ufficiali, quelle in cui alcune poche persone piu' qualificate riportano in sintesi la propria analisi e le ultime valutazioni indicative di una prospettiva nel futuro, e altre persone certamente interessate all'argomento pongono poche domande per approfondire un proprio interesse o sciogliere una propria incomprensione. Rispetto a quelle, pero', dovrebbero essere innanzitutto piu' informali, non dovrebbero impedire a chi 'tiene' la conferenza di essere esperto ma senza particolari riconoscimenti pubblici, e dovrebbero essere molto piu' aperte allo scambio di domande e risposte, fino al punto di cambiare focus in corso d'opera.
Ma cio' che dovrebbe essere per definizione non e'. Almeno non ieri al TwitterCamp. L'un-conference che ho visto la mattina e' stata tenuta da qualcuno che certamente aveva piu' esperienza della media dei presenti, ma che pero' non l'ha testimoniata; le valutazioni sono state ridotte ad alcune parole slogan, che come tali hanno generato reazioni di pancia nella platea, non di testa; le riflessioni sono state appena accennate e subito presentate alla platea come domande aperte sull'ignoto; la presentazione stessa era certamente informale, ma direi che ha proprio contravvenuto sistematicamente ad ogni elementare regola di comunicazione chiara efficace ed avvincente. Conseguenze sono state un generale disorientamente sui temi trattati, uno scarso dibattito in aula, una noia mortale.
Lungi dall'essere una critica alla persona che ha tenuto la un-conference, questa vuole essere una critica al concetto stesso di un-conference. Se devono essere un modo per portare sul palco persone che normalmente non avrebbero l'occasione per farlo, pur essendo invece interessante sentirle, ben vengano. Se devono essere occasioni per un dibattito animato pur avviato e indirizzato da una presentazione preliminare, invece che quei pedanti monologhi in cui generalmente si risolvono le conferenze tradizionali, ben vengano. Ma per carita', non si rinunci ad offrire l'occasione a chi ha veramente qualcosa da dire, e soprattutto un'esperienza da riportare; non si abbandoni una certa tecnica di comunicazione, perche' di questo alla fin fine si tratta; non si trascuri il fatto che il fuoco dei dibattiti va comunque acceso, avviato e in qualche modo anche controllato, affinche' non si traduca tutto in collezione di interventi totalmente disgiunti, in cui ciascuno segue un proprio filo di pensieri, e che prima tardano noiosamente a partire e poi finiscono per affollarsi nella confusione generale.
Contraltare delle un-conference (e ho fatto riferimento soprattutto a quella della tarda mattinata) sono state le 'interviste' per la web tv del TwitterCamp, che erano in streaming sul sito. Le persone coinvolte di volta in volta erano due o tre, e l'intervistatore non era generalmente una figura 'esterna'. La presenza della telecamera rappresentava un monito a dare il meglio di se' che il palco e il microfono dell'un-conference ormai non riescono piu' ad esercitare. Un buon intervistatore (la qualita' delle domande e' stata spesso superiore a quella delle risposte) e intervistati appassionati le hanno spesso trasformate in quell' 'angolo delle idee', visto che il TwitterCamp non e' stato complessivamente il luogo delle idee.
Unico neo dell'intervista e' l'assenza di un dibattito, la possibilita' di uscire anche inaspettatamente dalla pista tracciata. Ma tant'e' non mi pare che questo sia accaduto altrove, e nel minestrone generale di chiacchiere twit post e quant'altro, quelle mi sono sembrati gli unici momenti in cui qualcosa e' stato detto.
'Cognizione di causa' e' proprio la prima cosa su cui voglio portare l'attenzione. Dopo aver sentito molto parlare 'pour parler', all'insegna del legittimo 'ognuno deve poter esprimere la propria opinione', mi sono chiesto quando e' stata persa definitivamente la 'cognizione di causa', cioe' quel buon livello di conoscenza ed esperienza delle cose che ci permette di comprendere il meccanismo logico per cui le stesse cose succedono, e quindi come eventualmente modificarlo migliorarlo e indirizzarlo secondo i nostri desideri e obiettivi. Non so dove e quando e' andata perduta, certamente un po' dappertutto e da molto tempo ormai.
Le 'un-conference' mi sembrano una inevitabile conseguenza di questo. Cos'e' una un-conference? Nella sostanza non dovrebbero essere diverse dalle conferenze ufficiali, quelle in cui alcune poche persone piu' qualificate riportano in sintesi la propria analisi e le ultime valutazioni indicative di una prospettiva nel futuro, e altre persone certamente interessate all'argomento pongono poche domande per approfondire un proprio interesse o sciogliere una propria incomprensione. Rispetto a quelle, pero', dovrebbero essere innanzitutto piu' informali, non dovrebbero impedire a chi 'tiene' la conferenza di essere esperto ma senza particolari riconoscimenti pubblici, e dovrebbero essere molto piu' aperte allo scambio di domande e risposte, fino al punto di cambiare focus in corso d'opera.
Ma cio' che dovrebbe essere per definizione non e'. Almeno non ieri al TwitterCamp. L'un-conference che ho visto la mattina e' stata tenuta da qualcuno che certamente aveva piu' esperienza della media dei presenti, ma che pero' non l'ha testimoniata; le valutazioni sono state ridotte ad alcune parole slogan, che come tali hanno generato reazioni di pancia nella platea, non di testa; le riflessioni sono state appena accennate e subito presentate alla platea come domande aperte sull'ignoto; la presentazione stessa era certamente informale, ma direi che ha proprio contravvenuto sistematicamente ad ogni elementare regola di comunicazione chiara efficace ed avvincente. Conseguenze sono state un generale disorientamente sui temi trattati, uno scarso dibattito in aula, una noia mortale.
Lungi dall'essere una critica alla persona che ha tenuto la un-conference, questa vuole essere una critica al concetto stesso di un-conference. Se devono essere un modo per portare sul palco persone che normalmente non avrebbero l'occasione per farlo, pur essendo invece interessante sentirle, ben vengano. Se devono essere occasioni per un dibattito animato pur avviato e indirizzato da una presentazione preliminare, invece che quei pedanti monologhi in cui generalmente si risolvono le conferenze tradizionali, ben vengano. Ma per carita', non si rinunci ad offrire l'occasione a chi ha veramente qualcosa da dire, e soprattutto un'esperienza da riportare; non si abbandoni una certa tecnica di comunicazione, perche' di questo alla fin fine si tratta; non si trascuri il fatto che il fuoco dei dibattiti va comunque acceso, avviato e in qualche modo anche controllato, affinche' non si traduca tutto in collezione di interventi totalmente disgiunti, in cui ciascuno segue un proprio filo di pensieri, e che prima tardano noiosamente a partire e poi finiscono per affollarsi nella confusione generale.
Contraltare delle un-conference (e ho fatto riferimento soprattutto a quella della tarda mattinata) sono state le 'interviste' per la web tv del TwitterCamp, che erano in streaming sul sito. Le persone coinvolte di volta in volta erano due o tre, e l'intervistatore non era generalmente una figura 'esterna'. La presenza della telecamera rappresentava un monito a dare il meglio di se' che il palco e il microfono dell'un-conference ormai non riescono piu' ad esercitare. Un buon intervistatore (la qualita' delle domande e' stata spesso superiore a quella delle risposte) e intervistati appassionati le hanno spesso trasformate in quell' 'angolo delle idee', visto che il TwitterCamp non e' stato complessivamente il luogo delle idee.
Unico neo dell'intervista e' l'assenza di un dibattito, la possibilita' di uscire anche inaspettatamente dalla pista tracciata. Ma tant'e' non mi pare che questo sia accaduto altrove, e nel minestrone generale di chiacchiere twit post e quant'altro, quelle mi sono sembrati gli unici momenti in cui qualcosa e' stato detto.
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lunedì 14 aprile 2008
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domenica 13 aprile 2008
La mia dichiarazione di voto
Oggi andro' a votare. Gia' questa e' una decisione, molto piu' serena e convinta rispetto alla scelta di chi votare.
Non esistono politici perfetti, perche' nulla e' perfetto, dunque e' necessario e doveroso scegliere il miglior compromesso, pur nella continua tensione al miglioramento e alla perfezione, anche in politica.
Votero' in modo "utile", almeno spero, perche' vivo in un paese a rischio di catastrofi economiche e sociali, in quanto fanalino di coda di un sistema economico occidentale in grave crisi, sia per la posizione che occupa (la peggiore in molti campi) e sia per l'incapacita' di porre in atto un processo di miglioramento. In una tale situazione la prima cosa che spero sia evitata e' uno stallo della politica, gia' inefficiente, e l'aggravamento degli ostacoli e la perdita di opportunita' per il paese, legati alla mancanza di buon governo.
Dunque rimane da definire cos'e' un voto utile per me. Ci sono considerazioni di breve e lungo tempo, pragmatiche e di principio.
Tra quelle di breve e pragmatiche, c'e' soprattutto questo: un voto utile e' un voto che permetta all'Italia di essere governata, qualunque sia l'orientamento politico di chi la governa. La politica per la politica, quella delle poltrone, quella della casta, e' sempre piu' inacettabile, proprio perche' oggi questa logica non e' mai stata piu' soverchiante. Vinca chi deve vincere, e che governi come crede, poi a casa se non funziona, e subito un altro giro. Sciagurati sono per me i consigli che ho letto, di votare in modo che l'apparato governativo risulti in condizioni di stallo. In mancanza di indicazioni precise dall'elettorato, il politico si svacca sulla poltrona.
Tra quelle di lungo e di principio, ci sono le mie convizioni, la consapevolezza che la destra non e' uguale alla sinistra e non potra' mai esserlo. Su molti punti i programmi delle due coalizzioni sono sembrati simili, eppure su altri c'e' ancora oggi una divisione netta. Nell'idea di giustizia e liberta'. Nel valore della socialita' e in molti altri valori. Nel senso delle regole. Nel ruolo dello Stato. Io sto da una sola di queste due parti, e spero che l'approccio di quella sia sempre piu' applicato e permetta una vita migliore per tutti, e per me. Il mio voto quindi non puo' prescindere da questo.
Infine, proprio perche' la razionalita' non e' in grado di sostenermi fino in fondo in questa scelta, ci sono alcune considerazioni di pancia. Quando Berlusconi scese in politica 14 anni fa, molti salutarono festosamente il nuovo linguaggio, la capacita' di comunicazione, e diciamo proprio di fascinazione. In realta' Berlusconi e' Berlusconi, e presto e' diventato chiaro. D'altra parte la politica da allora non e' stata piu' la stessa, e sono convinto che questo e' piu' positivo di quanto effettivamente Berlusconi abbia dato alla vita politica italiana. In queste elezioni questo ruolo e' passato sulle spalle di Veltroni. Al di la' del fatto che Veltroni e' Veltroni, ho percepito il senso del nuovo solo nelle sue parole. E sono convinto che anche in questo caso la politica non sara' piu' la stessa, a prescindere da quello che effettivamente Veltroni dara' alla politica italiana. Tra l'altro Veltroni era politico gia' ieri, e di lui si puo' gia' verificare l'operato, che coincide con il sorpasso di Roma su Milano alla guida delle citta' dinamiche mondane e produttive.
Nessuna delle precedenti considerazioni da sola sarebbe sufficiente per decidere. Fortunatamente c'e' una specie di consonanza tra tutte, e il mio voto, anche se con un grave senso di inquietudine e inadeguatezza, sara' quindi su queste note.
Non esistono politici perfetti, perche' nulla e' perfetto, dunque e' necessario e doveroso scegliere il miglior compromesso, pur nella continua tensione al miglioramento e alla perfezione, anche in politica.
Votero' in modo "utile", almeno spero, perche' vivo in un paese a rischio di catastrofi economiche e sociali, in quanto fanalino di coda di un sistema economico occidentale in grave crisi, sia per la posizione che occupa (la peggiore in molti campi) e sia per l'incapacita' di porre in atto un processo di miglioramento. In una tale situazione la prima cosa che spero sia evitata e' uno stallo della politica, gia' inefficiente, e l'aggravamento degli ostacoli e la perdita di opportunita' per il paese, legati alla mancanza di buon governo.
Dunque rimane da definire cos'e' un voto utile per me. Ci sono considerazioni di breve e lungo tempo, pragmatiche e di principio.
Tra quelle di breve e pragmatiche, c'e' soprattutto questo: un voto utile e' un voto che permetta all'Italia di essere governata, qualunque sia l'orientamento politico di chi la governa. La politica per la politica, quella delle poltrone, quella della casta, e' sempre piu' inacettabile, proprio perche' oggi questa logica non e' mai stata piu' soverchiante. Vinca chi deve vincere, e che governi come crede, poi a casa se non funziona, e subito un altro giro. Sciagurati sono per me i consigli che ho letto, di votare in modo che l'apparato governativo risulti in condizioni di stallo. In mancanza di indicazioni precise dall'elettorato, il politico si svacca sulla poltrona.
Tra quelle di lungo e di principio, ci sono le mie convizioni, la consapevolezza che la destra non e' uguale alla sinistra e non potra' mai esserlo. Su molti punti i programmi delle due coalizzioni sono sembrati simili, eppure su altri c'e' ancora oggi una divisione netta. Nell'idea di giustizia e liberta'. Nel valore della socialita' e in molti altri valori. Nel senso delle regole. Nel ruolo dello Stato. Io sto da una sola di queste due parti, e spero che l'approccio di quella sia sempre piu' applicato e permetta una vita migliore per tutti, e per me. Il mio voto quindi non puo' prescindere da questo.
Infine, proprio perche' la razionalita' non e' in grado di sostenermi fino in fondo in questa scelta, ci sono alcune considerazioni di pancia. Quando Berlusconi scese in politica 14 anni fa, molti salutarono festosamente il nuovo linguaggio, la capacita' di comunicazione, e diciamo proprio di fascinazione. In realta' Berlusconi e' Berlusconi, e presto e' diventato chiaro. D'altra parte la politica da allora non e' stata piu' la stessa, e sono convinto che questo e' piu' positivo di quanto effettivamente Berlusconi abbia dato alla vita politica italiana. In queste elezioni questo ruolo e' passato sulle spalle di Veltroni. Al di la' del fatto che Veltroni e' Veltroni, ho percepito il senso del nuovo solo nelle sue parole. E sono convinto che anche in questo caso la politica non sara' piu' la stessa, a prescindere da quello che effettivamente Veltroni dara' alla politica italiana. Tra l'altro Veltroni era politico gia' ieri, e di lui si puo' gia' verificare l'operato, che coincide con il sorpasso di Roma su Milano alla guida delle citta' dinamiche mondane e produttive.
Nessuna delle precedenti considerazioni da sola sarebbe sufficiente per decidere. Fortunatamente c'e' una specie di consonanza tra tutte, e il mio voto, anche se con un grave senso di inquietudine e inadeguatezza, sara' quindi su queste note.
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martedì 18 marzo 2008
Lhasa in fiamme, il Tibet nel sangue: che fare ?
La protesta dilaga in tutto il Tibet e l'ultimatum scaduto non preannuncia nulla di buono. La foto e' via Lorenzo.Anche la blogosfera si sta accendendo sulla protesta in Tibet, sulla repressione cinese e sull'opportunita' del boicottaggio delle olimpiadi. Sondaggi fioriscono dappertutto: Panorama, Vita, ...
Del resto anche in Tibet ci sono opinioni differenti: alcuni giovani monaci e parte della popolazione e' esasperata, e incline a manifestare sempre piu' violentemente, mentre altri, e il Dalai Lama, in testa, invitano alla prudenza, alla non violenza e al dialogo. Inutile dire che i cinesi, che non sentono certo il bisogno di giustificazioni per il loro operato, approfittano a man bassa della reazione dei monaci per aumenatre la recrudescenza della repressione (quasi cento morti negli ultimi scontri).
I boicottaggisti di casa nostra sono motivati dalla necessita' di mostrare alla Cina che tutto il mondo occidentale non puo' piu' accettare la "Nuova Rivoluzione Culturale" (virgolette mie), antiliberale antidemocratica e soprattutto aggressiva e violenta. In questo c'e' evidentemente l'urgenza di dare alla Cina una risposta che va oltre alla questione tibetana, e in qualche caso anche oltre alla questione politica e sociale, e si aggancia a quella economica, molto sentita (e forse piu') qui in occidente. Boicottagisti sono ad esempio, con atteggiamento diverso, Gigi, Ivan, Marco, tra i tantissimi altri.
[Edit 18/3 17:00] Chi condivide lo sdegno sui fatti di Lhasa, e la necessita' urgente di fare pressioni sulla Cina, ma e' scettico sul boicottaggio, sono il Dalai Lama stesso e USA e UE, stando alla loro posizione ufficiale. Mi aggiungo anche io, perche' temo sostanzialmente di fare il gioco dei cinesi, e considero preferibili (purche' si facciano) altre azioni che comunque preservano il dialogo coi cinesi. Ai cinesi conviene infatti, cosi' come e' stato nel secolo scorso, poter "gestire" il problema Tibet lontano dagli occhi del mondo intero. Ogni genocidio, culturale o vero e proprio, necessita infatti di essere svolto nella segretezza e nella possibilita' che sia affermata una lucida follia come fosse la sola verita'.
C'e' poi il beneficio di dare ai cinesi (al popolo, non ai governanti) sempre maggiori possibilita' di confronto col mondo occidentale, affinche' germoglino anche li' sentimenti popolari di emancipazione sociale ed economica. Le olimpiadi sono senz'altro un'occasione unica, se si considera l'impressionante piano di interventi sull'urbanistica, sui trasporti, sull'ambiente, sul galateo, sull'immagine ... che il governo ha stanziato per ben figurare in questa occasione, e che si traduce inevitabilmente nell'occasione per tutti i cinesi di poter misurare la distanza dall'occidente sul piano civile.
[Edit 18/3 17:00] Tra l'altro mi sembra di ricordare che le olimpiadi furono boicottate in altre due sole occasioni, ma in sostanza una sola volta. La prima, per iniziativa del blocco occidentale quando si tennero a Mosca (1980) per protesta contro l'occupazione russa dell'Afghanistan dell'anno prima. Sessantacinque nazioni non parteciparono alle Olimpiadi tra le quali gli Stati Uniti, il Canada, la Germania Ovest, la Norvegia, il Kenya, il Giappone e la Cina (nota bene) oltre al blocco delle nazioni arabe. La seconda volta l'iniziativa fu del blocco sovietico (solo 19 non partecipano tra cui Cuba ed Etiopia), sostanzialmente per semplice ritorsione, l'edizione successiva di Los Angeles, 1984. Se la storia si ripete, stiamo discutendo se dare inizio ad una nuova Guerra Fredda ? e se fosse abbiamo altrettante speranze di vincerla ?
Altri contrari al boicottaggio si rifanno alle radici culturali e religiose del Dalai Lama e dei tibetani buddhisti, come Gilgamesh. ma non sembra questo l'unico punto e forse nemmeno il piu' importante.
Quello che e' invece proprio sbagliato e' far passare la vicenda sotto silenzio, come sembra essere la linea del Vaticano e del CIO, o peggio strizzare l'occhio al governo cinese sdoganando una politica egemonica, pronta a calpestare i diritti civili e far scorrere il sangue, per aver intrapreso la strada della cooperazione economica con l'occidente.
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lunedì 17 marzo 2008
BlogBeer a Mestre in vista del TwitterBarCamp
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venerdì 14 marzo 2008
La scuola in liquefazione
Da molto tempo pensavo che causa ed effetto emblematico del divide che si sta formando tra le persone e le forme di aggregazione delle stesse (societa' civile, sfera pubblica e politica, mondo economico, ...) e' proprio a livello di educazione/formazione, quindi della Scuola.
Ieri questo articolo di Daniele Pauletto (Web/Teach), dal titolo "Scuola Liquida" mi ha dato l'occasione per un commento. Daniele dice:
Ieri questo articolo di Daniele Pauletto (Web/Teach), dal titolo "Scuola Liquida" mi ha dato l'occasione per un commento. Daniele dice:
giovani studenti non trovano risposte nelle anguste aule scolastiche, dispersi in una didattica spenta fatta da docenti, ormai immigrati digitali. |
Riconosco lo sgomento di fronte alla tumultuosita' della modernita' che avanza, e ricordo come qualche anno (decennio) fa la stessa cosa mi suscitava un diverso sentimento, di adesione proprio perche' prometteva rivoluzione, quindi ora sono un po' freddo nel ritenere che tutto questo debba essere "corretto", "ostacolato", "avversato". Penso che comunque non sarebbe nei poteri di nessuno di noi, anche se si facesse vermente sistema (i sistemi che hanno potuto decidere le linee di evoluzione di popoli appartengono ad una precisa categoria, e in buona parte appartengono al passato fortunatamente)
Certamente ogni singolo, e anche qualche gruppo di persone che condividono una sintonia di pensiero, puo' contribuire. Deve. Perche' la modernita' che avanza e' ancora anche un po' nostra. Nessuno si senta escluso.
Cio' che e' particolarmente critico sono i tempi rapidissimi di questi cambiamenti, cosa che impoverisce se non impedisce relazioni efficaci intergenerazionali, che manda in frantumi ogni modello organizzativo, che toglie sostanza a modelli comportamentali che hanno valore solo nella dimensione del presente
Ma se la velocita' di questa evoluzione non sembra piu' appartenerci (e meno lo sara' nel prossimo futuro), la risposta non puo' venire dalla riproposizione di linguaggi, modelli comportamentali, esercizi di analisi "lenti". Se la cultura digitale impone il valore della velocita', del tutto subito-domani non conta, dell'io come membro di un network/branco, l'alternativa che si potrebbe proporre puo' essere ispirata al sistema (a me piace questo), al nuovo umanesimo, o a qualunque altra cosa, ma deve essere sempre compatibile con i tempi disponibili, con le necessita' di oggi, con il linguaggio corrente.
In sostanza non e' il "senso" che mi preoccupa, ma il "come". Temo che a togliere il senso dai modelli che abbiamo conosciuto ieri, non sia stato tanto un mutamento culturale, ma di "mezzi". I nuovi mezzi si sono imposti (questo e' un punto) e hanno reso possibile esplorazioni prima impossibile (questo e' addirittura un vantaggio), ma hanno reso impossibile i modelli comportamentali di prima.
Se posso quindi lanciare uno spunto, proverei a ragionare non in termini di propaganda per un' "altra" cultura, ma di suggerimenti per utilizzare i mezzi attuali nell'ambito di una cultura non del tutto perduta. [Edit 16/3/07 12:30] Una sorta di vademecum, un manuale d'uso della modernita', per insegnare come tra i tanti modi possibili che sono disponibili per "giocare" con quello che la modernita' ci mette a disposizione, ce ne sono alcuni che hanno valore culturale, utili alla crescita e alla soddisfazione personale e sociale.
Questo chiederei alla Scuola: col nuovo abecedario i giovani potrebbero innanzitutto imparare un modo diverso, e piu' utile, di utilizzare gli strumenti per comunicare e socializzare, rendendo possibile l'espressione di sentimenti e pensieri giovani e fertili, singolari e plurali, con quegli stessi mezzi che oggi sono usati solo per giocare e perder tempo.
C'e' una differenza rispetto a ieri, che rende questo molto difficile: ieri la Scuola utilizzava Programmi e Metodi collaudati e ben tarati allo scopo. Oggi i docenti devono "inventare" tutto questo, ma purtroppo sono spesso tra gli ultimi ad essere aggiornati. [Edit 16/3/07 12:30] Inoltre dovrebbero inventarlo rapidamente, perche' il tempo corre anche per loro, evidentemente, e la rapidita' renderebbe il compito difficile anche se i docenti fossero adeguatamente aggiornati sulle tecnologie del momento.
E allora spostandoci sul piano della formazione dei formatori, perche' non si mette innanzitutto i docenti nella condizione di conoscere, ed essere capaci di un continuo aggiornamento, sui mezzi che la modernita' mette a disposizione ? Non solo perche' possano poi semplicemente descriverli agli studenti. Ma proprio perche' solo con un buon utilizzo di quegli strumenti essi potranno adempiere al compito assegnato, nei tempi rapidi richiesti, non altrimenti.
Non e' possibile in questa societa' moderna, contribuire qualcosa di valore e in modo continuato, rimanendo ignari, se non ostili, ai mezzi che la stessa modernita' mette a disposizione per comunicare, disegnare modelli, sviluppare network, promuovere cultura e conoscenza.
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