giovedì 19 agosto 2010

LinkedIn: i gruppi hanno rivoluzionato l'idea originale

Riporto qui la risposta che ho dato ad Alessandra Farabegoli, che si chiedeva nel suo blog se avesse ancora senso utilizzare LinkedIn nella maniera raccomandata inizialmente, cioe' registrando come contatto solo le persone effettivamente conosciute.
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Anch’io, Alessandra, mi sono posto la stessa domanda annni fa.

Da un lato gli stessi gestori raccomandano di “registrare” sulla piattaforma solo i contatti “veri”, e di lasciare alla piattaforma stessa il compito di percorrere tutte le catene lungo i vari gradi di separazione, contando su una referenziazione da parte delle persone coinvolte nei passaggi intermedi. Questo e’ fondamentale nel caso di contatti “delicati”, come per esempio quelli che riguardano progetti e clienti. Dall’altro il pragmatismo di avere un contatto diretto con molte piu’ persone di quelle gia’ conosciute, per avvicinarle piu’ velocemente e senza intermediazione. Questo e’ utile solo nel caso di contatti “superficiali”, in cui l’obiettivo e’ semplicmente quello di invitare ad un evento, o di segnalare un’iniziativa.

Anche se le due situazioni sono diverse, lo stesso professionista puo’ avere motivo di usare LinkedIn, sia nel primo che nel secondo modo. A questo si aggiunge il fatto che moltissimi adottano il banale comportamento di accumulare tra i propri contatti l’universo mondo, finendo quindi per essere “presenti” in ogni catena, ma non rappresentando affatto un modo congruo per concretizzare certi contatti. Entrambe queste cose mi hanno convinto che non e’ conveniente essere troppo selettivi, ma che certamente occorre comunque conoscere bene qual’e’ l’affidabilita’ delle persone che potrebbero completare la catena.

Dal 2007, LinkedIn ha introdotto i gruppi, e una nuova modalita' di comportamento si e' resa possibile. Per chi come me, e come te immagino, fa parte di molti gruppi con molti iscritti, e’ diventato molto facile avere la possibilita’ di entrare in contatto con la persona che interessa, grazie al fatto che si e’ membri dello stesso gruppo. Tutte le persone dello stesso gruppo possono entrare in contatto diretto tra di loro, almeno nella maggioranza dei grandi gruppi. Questa e’ diventata una importante via alternativa alle catene di contatti: in un certo senso, l’introduzione dei gruppi ha stravolto l’idea originale di LinkedIn. Naturalmente contatti di questo genere sono utili solo per situazioni poco delicate o impegnative. In compenso la qualita’ del contatto, in questi casi, non e’ piu’ data da quella degli intermediari, ma risulta effetto collaterale della reputazione costruita nel gruppo.

martedì 17 agosto 2010

Fattori chiave per un "vero" Enterprise 2.0

Introdurre in azienda "effettivamente" l'Enterprise 2.0 non e' una questione di tecnologia o di marketing, ma ha piu' a che fare con il "ripensamento dell'intera azienda". Questa e' un'affermazione che ormai viene ripetuta spesso nel settore, e quindi non dovrebbe piu' sorprendere.

Questo ripensamento puo' (e deve) richiedere molto tempo: ma della sua pervasivita' se ne puo' stare certi. Si potrebbe quindi gia' concludere che l' Enterprise 2.0 non e' per tutti, ma per coloro, aziende o persone, che hanno gia' maturato la volonta' di un cambiamento profondo, oppure e soprattutto, che avendolo gia' avviato, lo vogliono sostenere con metodi e tecniche appropriate.

Se non siamo in uno di questi due casi, e anzi c'e' qualche radicata abitudine e profondo convincimento che tale cambiamento e' vissuto come un "male necessario", e' importante non illudersi che l'introduzione in azienda di nuove tecnologie abilitanti, e di qualche nuovo modello comportamentale basato sulla condivisione (semplicmente scritto in qualche procedura interna), saranno sufficienti a scatenare il cambiamento atteso. Tanto meno in poco tempo.

Quali sono quindi i fattori chiave per un "vero" Enterprise 2.0, che vanno verificati come esistenti o desiderati prima di incominciare? Ci aiuta questa check list di Deb Lavoy, ora Product Marketing for Social Media in OpenText.

1) Il valore deve essere riconosciuto a chi condivide, non a chi si rende collo di bottiglia.

2) La perfezione, l'esattezza non esistono, ne' lo saranno mai. Questo non significa che l'approssimazione e l'incompetenza debbano prendere il sopravvento, ma che il timore per le critiche e gli insuccessi non deve rallentare e compromettere la determinazione nell'innovazione e nella ricerca di miglioramento. Inutile quindi negare e nascondere cosa e' andato male. Naturalmente bisogna quindi dimostrare di sapere imparare (bene e presto) dagli errori fatti (detto anche "fail fast")

3) Dal punto precedente, consegue anche che si puo', e si deve essere trasparenti. Piu' facilmente e utilmente, internamente all'azienda.

4) A cascata dai punti precedenti, si puo' e si deve aumentare la partecipazione. Occorrono piu' punti di vista, piu' capacita' creativa, piu' conoscenza "di insieme": piu' partecipazione non e' solo sintomo e causa di un maggiore benessere aziendale, ma di maggiore efficienza e profitto.

5) E il capo che fine fa? (in molti se lo staranno chiedendo). Il vero capo e' riconosciuto per la capacita' di inquadrare il contesto, coinvolgere le persone e orchestrare l'azione. E' una rara combinazione di affidabilita' e umilta'. Charlene Li la chiama Open Leadership (vedi qui sotto una presentazione del suo ottimo libro omonimo ). Un'altra persentazione di Deb Lavoy qui.

6) A questo punto un reale modello collaborativo puo' attivarsi, in cui sono valorizzati i punti di forza dei singoli, e sminuiti quelli di debolezza. Purche' ci sia:
  • Una missione condivisa
  • Rispetto reciproco
  • Fiducia
  • Determinazione in un continuo miglioramento

Dunque i modelli che finora hanno dominato in azienda ("comando e controllo", "divide et impera" ...) sono da abbandonare definitivamente? Ci sono contesti e contesti: l'importante e' riconoscere che in nuove situazioni, e fronteggiando nuovi problemi, un nuovo approccio e' possibile.

martedì 22 giugno 2010

Ecosistemi aumentati: reti che attivano territori

Anche quest'anno, nell'ambito del VeneziaCamp2010 (dal 1 al 3 luglio, all'Arsenale), il network "Ecosistema 2.0", e' stato invitato a coordinare un evento di sensibilizzazione e diffusione dei modelli a rete aperta e sociale, cosi' come sono promossi e sostenuti da internet, e che abbiano incidenza nel territorio.
L'evento sara' il giorno venerdi 2 luglio, dalle 9:30 alle 18.

Il tema di quest'anno, coerentemente con la trasformazione del Veneziacamp in Festival dell'innovazione digitale, e' "Ecosistemi aumentati: reti che attivano territori" ed e' dedicato a tratteggiare lo stato dell'arte nello sviluppo di reti aperte nei territori. Fa dunque seguito a quello della passata edizione del Veneziacamp, dedicato alla Cittadinanza DIgitale, e che aveva il titolo "Civicita': una citta' glocale tra reale e virtuale".

Sara' anche l'occasione per un'altra grande festa del social business networking con gli amici, vecchi e nuovi.

L'evento e' organizzato in 4 panel distinti ma non separati, che andranno a costituire una "valigetta degli attrezzi" per chi si occupa di reti nei territori. I temi e i contributi invitati (in ordine alfabetico) sono:

1) Motori di sviluppo e sostegno di reti aperte nei territori
modera: Gino Tocchetti (Ecosistema 2.0)
- Alberto Cottica (Kublai, Min Sviluppo Economico)
- Flavia Marzano (District Lab, Sardegna Ricerche)
- Gabriele Persi (Area Science Park, Trieste)
- Ilda Mannino (Center for Thematic Environmental Networks, VIU)
- Marco Combetto (Informatica Trentina, Trentino as a Lab)
- Michele Vianello (Parco Scientifico Teconologico VEGA, Venezia)
- Paolo Privitera (internet startupper)

2) Sostenibilita' economica delle reti territoriali aperte
modera: Marina Trentin (environment and international cooperation)
- Gianfranco Padovan (EnergoClub Onlus)
- Gloria Testoni (Distretto di Economia Solidale di Verona)
- Mariano Carozzi (Prestiamoci.it)
- Marco Gialdi (Ufficio Sostenibile)
- Nicolo' Borghi (The Hub Milano)
- Stefano Corro' (Rete Energie)

3) Nuovi servizi territoriali a rete aperta
modera: Rachele Zinzocchi
- Alberto D'Ottavi (Blooming)
- Alessandro Cappellotto (Zooppa)
- Dario Bonaldo (Seedelio)
- Linnea Passaler (Pazienti.org)
- Walter Giacovelli (LoAd), Susanna Cristalli (Qype)
- Matteo Brunati (open web addicted)

4) Nuove culture per le reti aperte
modera: Maddalena Mapelli (Ibridamenti, Universita' di Venezia)
- Emilia Peatini (Rete Storia), Franco Torcellan (Agenzia per la scuola), Dino Bertocco (Aequinet)
- Emina Cevro Vukovic (LunediSostenibili.org)
- Maria Cristina Frigna (Villaggio Artigianale - Cities, Comune di Modena)
- Michele D'Alena (Laboratorio TagBologna, Universita' di Bologna)
- Stefano Bellanda, Andrea Celli (Intercultural Lab, Universita' di Padova)

Ogni giro di presentazioni (brevi, secondo una versione "italianizzata" di ignite) e' seguito da uno spazio di approfondimento e discussione con i partecipanti a qualsiasi panel, mantenendo cosi' integro il fil rouge della giornata.

Si prega di dare conferma sulla pagina dell'evento, creata su facebook (http://www.facebook.com/event.php?eid=107020039346666). Tutti i dettagli sono sulla pagina ufficiale del VeneziaCamp2010, all'indirizzo (http://www.veneziacamp.it).

"Ecosistema 2.0" (http://www.ecosistema20.it,
http://www.facebook.com/ecosistema20) e' un think-tank non convenzionale, sostenuto da una rete di social business networking, che focalizza (dall'inizio 2009) su un tema, la convergenza dell'ecosistema tradizionale e territoriale, e quello digitale, non altrimenti adeguatamente considerato.

La rete che si aggrega intorno a questo progetto, e' aperta trasparente partecipativa e basata su principi di fiducia e generosita', e per questo non confligge ma fa sinergia con altre iniziative che sono coerenti con questo approccio. Lo stesso evento in questione e' da intendere come un dono a tutti coloro che credono nel potenziale delle reti diffuse nel territorio, e intendono adoperarsi per lanciare iniziative di questo tipo.

Si prega di dare conferma sulla pagina dell'evento creata su facebook (http://www.facebook.com/event.php?eid=107020039346666). Tutti i dettaglisono sulla pagina ufficiale del VeneziaCamp2010, all'indirizzo (http://www.veneziacamp.it).

A presto a Venezia! ...e mi raccomando, spargete la voce ;-)

mercoledì 2 giugno 2010

Essere, comunicare/apparire o relazionare

Rispondo a Luca e al suo articolo sul potenziale evocativo dei modelli culturali (e della democrazia presa ad esempio particolare), rispetto al caso - solo teorico - di una comunicazione perfettamente efficace. Lo invito a leggere tutto, anche perche' in poche righe condensa molti interessantissimi spunti, e perche' si chiude con parole molte belle (perche' Luca e' un "abile comunicatore" ;-):


L'idea che la democrazia viva di una comunità consapevole che sceglie in base a informazioni metodologicamente corrette è in larga parte una bella e buona utopia. Il che non ne riduce l'importanza. Semplicemente ci insegna a pensare che il bello e il buono di quell'idea che è già diventato realtà è meno grande di quello che resta ancora da costruire.

Almeno questa consapevolezza dovrebbe diventare largamente esplicita. Se vogliamo migliorare il modo che abbiamo di informarci. Per scegliere.

Dunque, grazie ad un background culturale comune, anche comunicazioni non proprio efficaci possono portare una societa' ad agire in modo sufficientemente coordinato, e a progredire in una direzione coerente con la cultura stessa prima ancora che con le comunicazioni che vi intercorrono (cosi' ho inteso il senso della nota).

Mara CarfagnaLuca LucianiMa in un contesto sociale come il nostro, dove la "comunicazione" ha assunto un ruolo cruciale da molto tempo, e' andata diffondendosi una certa padronanza dell'uso dei media e dei linguaggi, ed e' grazie a questa abilita' "tecnica" che si riescono a coordinare azioni e modelli di comportamento, non in base ad una "cultura" condivisa, a meno che non si voglia parlare di "cultura della comunicazione".

In questo particolare contesto, gli esperti di comunicazione, o semplicmente i competenti in materia, a qualunque livello della scala del potere, sfruttano intenzionalmente la comunicazione subliminale per indirizzare il meccanismo comunicazione-azione secondo scopi predefiniti, e poco condivisi consapevolmente.

Interessante sara' a questo punto, monitorare i cambiamenti prodotti dalla diffusione del "web partecipato", e la rivalutazione della "relazione" proprio come strumento di emancipazione di quella parte della societa' che era stata esclusa dalla leva del potere della "comunicazione". Assisteremo ad uno shift dalla cultura della comunicazione alla "cultura della relazione", e nasceranno nuovi professionisti, abili nell'utilizzo di tecniche nell'ambito delle relazioni sociali.

Il lato B e' che si trattera' ancora di culture fondate su un unico valore piuttosto superficiale: relazionare (al posto di comunicare/apparire). Si sviluppera' - io lo temo, non lo auguro - un modello di societa' ancora poco orientato a progettualita' di prospettiva, ad elaborare e sostenere "visioni del mondo" illuminate, e a dare risposte a problematiche complesse. Non piu' "avere o essere", e nemmeno "essere o apparire", ma "essere o relazionare" sara' il prossimo dilemma dominante (tutte rivisitazioni di "essere o non essere", comunque).

Inevitabile? No. Ma dobbiamo esserne coscienti. Questa volta giochera' in positivo il fatto che la relazione e' vincente se e' 1:1, dunque non si puo' "industrializzare" come la comunicazione. Ma dobbiamo anche essere consapevoli dei costi in termini di impegno personale che la relazione richiede, proprio per questo motivo: un impegno che sottrae evidentemente energie a qualcosa di piu' sostanziale e programmatico.

Sara' quindi importante non cadere nell'errore, anche se per motivi diversi, di considerare il "relazionare" (come oggi il comunicare, l'apparire) come un valore a se' stante, se non l'unico valore, e tenere distinto il piano valoriale da quello strumentale. Visto com'e' andata negli ultimi anni, se vogliamo dimostrare che abbiamo imparato la lezione (?), educazione e stimoli appropriati sul piano culturale dovrebbero ricevere la nostra massima attenzione. Altrimenti tra cultura della comunicazione e cultura della relazione, sempre di culture fondamentalmente tecniche staremo parlando.


martedì 25 maggio 2010

Internet Marketing: comunicazione e relazione nell'era di internet

L´avvento di tecnologie che hanno potenziato e rivoluzionato l´utilizzo di internet, e la conseguente diffusione di nuovi modelli comportamentali nei potenziali clienti e partner, rendono necessario e opportuno sfruttarne il potenziale in termini di accesso al mercato, i cui benefici possono ricadere su tutto il processo di relazione col cliente.

Nonostante internet sia un successo di partecipazione che si rinnova ogni anno, secondo una progressione sbalorditiva, nel contesto aziendale registriamo un tasso di confidenza con queste tecniche ancora piuttosto limitato, che apparentemente non si giustifica. Ci sono quattro ordini di ragioni, a ben guardare.

La prima riguarda la consapevolezza delle dimensioni raggiunte dal fenomeno internet, anche in Italia, e del tasso di crescita, che per imprenditori e manager ancora sostanzialmente "estranei", non sono immediatamente evidenti: un numero sempre piu' significativo di clienti, fornitori e collaboratori e' a portata di clic, ma spesso questo non e' chiaramente percepito.

La seconda riguarda la difficolta' di comprensione delle tecniche e i metodi con cui sfruttare questa opportunita' a vantaggio del proprio business, e su questo punto e' opportuno che molti evangelizzatori si interroghino sulla efficacia della loro intermediazione.

La terza riguarda l'effettivita' disponibilita' di servizi e strumenti che possano essere facilmente inseriti nel contesto e nell'organizzazione aziendale di piccola e media dimensione, che e' minore rispetto a quanto offerto al comparto delle grandi aziende, nonostante siano piu' significativi i vantaggi alla portata delle PMI.

L'ultima, ma non meno importante e forse addirittura prioritaria, e' una questione culturale, dal momento che a molti imprenditori e professionisti viene richiesto non solo di comprendere l'importanza della comunicazione, e oggi soprattutto della "relazione" col proprio mercato, ma anche di accettare la sfida della trasparenza, del dialogo, e in definitiva della riduzione del proprio controllo sui propri clienti, acquisiti e potenziali.

L'enorme valore che puo' essere liberato in internet, e in particolare nel web2.0, che oggi e' possibile anche per le aziende, richiede che siano messe al centro le persone, ovvero i clienti, ogni interlocutore di riferimento, e gli uomini che rappresentano le aziende stesse. Un passaggio che richiede capacita' di cambiamento e padronanza di nuove tecniche e metodi. D'altra parte, un passaggio a cui non ci si puo' sottrarre, senza perdere in competitivita', e quindi innanzi tutto in possibilita' di sopravvivenza, e poi di successo.

Queste considerazioni sono state sviluppate nella presentazione "Internet Marketing: comunicazione e relazione nell'era di internet", che si e' tenuta nella sede di Confindustria Padova Del. Ovest Colli giovedi scorso, di cui sono riproposte le slide qui di seguito. La presentazione introduce ai corsi del Catalogo Fòrema 2009/10, "L´impatto di Internet e dei new media sul marketing e sulla comunicazione delle imprese" (22/6/2010) e "Commercio in internet ed assistito da internet" (6/7/2010).



sabato 15 maggio 2010

C'e' vita dopo Facebook ?

Trascrivo qui il commento alla nota su VeniceSession, che sostanzialmente porta l'attenzione sull'articolo "Is There Life After Facebook?", uscito sul blog del NY Times:

Certamente Facebook ha saputo conquistare una grossa (grossissima) fetta del mercato, evidentemente per meriti obiettivi, che consistono soprattutto nella semplicita' di accesso e nel proporsi come piattaforma aperta all'integrazione di servizi di terze parti (apps). Quest'ultimo aspetto, in cui Facebook e' stata uno dei pionieri e oggi sta diventando un approccio molto diffuso e driver di successo, ha permesso di catturare l'attenzione di una moltitudine di sviluppatori e contemporaneamente ha permesso di estendere i servizi e in particolare l'"esperienza d'uso" di Facebook, e quindi il numero di utenti.

D'altra parte la filosofia di Facebook non e' mai stata caratterizzata dall'apertura, e non sorprende che prioritariamente guardi a Microsoft come partner strategico, e a Google come concorrente numero uno. Ora che la posizione dominante acquisita apre a scenari in cui diventano piu' chiari i rischi, in modo particolare sulla privacy, e non solo i vantaggi, non sorprende la reazione di buona parte degli utenti, e il proliferare di articoli come questo in oggetto.

Purtroppo (come per la suite Office di Microsoft), e' ancora molto comodo approfittare di questo "standard de facto" e soprattutto della diffusione di Facebook (400 milioni di utenti nel mondo sono un vantaggio competitivo incolmabile, e quindi un fattore di lock in per gli attuali iscritti), soprattutto se si parla di social network, dove vale chiaramente la regola che "si va dove sono le persone". E d'altra parte il facebook-killer non potra' essere che una piattaforma veramente opensource (com'e' stato OpenOffice per MS Office), la cui caratteristica sara' nell'offrire una "reale apertura" a livello architetturale, pur mantenendo un modello funzionale e soprattutto esperienziale, molto simile a facebook, per consentire al maggior numero di utenti di non avere difficolta' a migrare abbandonando Facebook. E dunque qui sta il punto: OpenFacebook ancora non si vede all'orizzonte (anche se qualcuno l'idea l'ha avuta e ha incominciato a lavorarci: quelli di Diaspora e non solo).

Piu' in dettaglio, qui c'e' una lista di consigli per chi si appresta a progettare il facebook-killer:
1) non preoccuparsi solo degli aspetti architetturali, ma rendere chiaro all'utente in che modo la nuova soluzione sara' altrettanto semplice, e pero' piu' "aperta" nel controllo dei dati personali
2) cio' non di meno, la piattaforma pone questioni non banali, come per esempio l'utilizzo di un cloud di server e la questione del decadimento delle performance se il "grafo" dei contatti va ricostruito di volta in volta (ad esempio alla richiesta di un aggiornamento delle news) a partire dai server su cui e' distribuito
3) fare tesoro di studi e ricerche gia' svolte, principalmente in ambito accademico, come il lavoro di Danah Boyd (“Making Sense of Privacy and Publicity” e “Privacy and Publicity in the Context of Big Data”) e Helen Nissenbaum, che parla di “contextual integrity” (concetto ripreso e sviluppato da Michael Zimmer, Fred Stutzman e Kaliya Hamlin.
4) provare a rispondere ad un bisogno di essere connessi che nella realta' e' molto piu' sofisticato di quanto finora permesso dai social network di prima generazione (in cui o si e' amici, o no, e o si pubblica per il network, o si mandano messaggi in privato) e che spesso richiede di gestire "diverse identita'" senza pero' arrivare ad attivare differenti account
5) predisporre un sistema di controllo dell'accesso ai propri dati che sia si, efficace e corrispondente alle attese dal punto di vista della privacy, ma che al tempo stesso sia semplice da utilizzare, e non tarato sulla sensibilita' e capacita' di un amministratore senior di un ufficio tecnico aziendale
6) tentare di dare finalmente una risposta al problema dell'overload delle informazioni, consentendo quindi di filtrare opportunamente l'enorme quantita' di contenuti che vengono condivisi nei social network, e ponendo quindi a priorita' piu' bassa il piacere di sedersi in riva ad un fiume in piena di messaggi da tutto il network
7) invece che combattere Facebook frontalmente, cercare di approfittare delle possibilita', anche se scarse, di esportare dati da Facebook, tenendo conto che questa possibilita' e' vincolata al fatto che si possono accedere dati di amici, e solo se questi hanno scelto un particolare livello di privacy. Inoltre se e' vero che Facebook tende ad acquisire dall'esterno molti piu' dati di quanti non ne renda disponibili all'esterno, questo significa che si possono accedere direttamente le fonti che si usano per alimentare Facebook
8) per quanto siano svariati gli aspetti da affrontare nella progettazione di facebook-killer (vendita di servizi, pubblicita', privacy...), rimane fondamentale conquistare la fiducia degli utenti, che passa per una comunicazione trasparente e comprensibile. La semplicita' di utilizzo e' cruciale, ed e' uno dei principali fattori di successo di Facebook.
(E in ultimo, trovate un nome serio, possibilmente)

lunedì 19 aprile 2010

Nu poch 'e dollars to me

C'e' qualcosa che non mi torna in questo annuncio, con cui Jason Rosenthal (neo CEO di ning da un mese appena) spiega che ha basato la decisione di dismettere la versione free, dopo aver visto che il 75% del traffico e' generato attraverso pagine di network che hanno sottoscritto un piano a pagamento. Una spiegazione che non mi convince.

Se l'attenzione di Jason fosse andata sul fatto che il 25% rimanente non genera revenue, bisognerebbe considerare l'effetto passaparola, e la facilita' da parte dei nuovi utenti di sperimentarne le funzioni proprio grazie alla versione free.

Se si fosse preoccupato del fatto che genera costi, non sembra verosimile, dal momento che nel rimanente 25% ci sono tutti i network messi online e lasciati inattivi, e che quindi non consumano quote significative di spazio e banda.

Se l'intenzione fosse quella di forzare almeno una parte a sottoscrivere un piano a pagamento, anche questo non lo credo verosimile, perche' sperare che lo faccia un 10% di quel 25% sarebbe gia' troppo.

A questo si aggiunge un ulteriore dato sostanziale: Jason promette, si, un incremento di funzionalita', anche per compensare il fatto che viene dismessa la versione free, ma contemporaneamente annuncia la riduzione del 40% dei dipendenti.

Un calo cosi' drastico mette indubbiamente in crisi, anche se temporaneamente, la capacita' di qualunque azienda di continuare ad operare nello stesso modo, e visto che parliamo di aziende di software, ci possiamo aspettare un periodo in cui faranno fatica a tenere il codice sotto controllo. In tali circostanze puoi dare la priorita' all'introduzione di nuove feature? Forse solo quelle che non impattano con l'architettura informatica preesistente (l'accesso via mobile?), ma sono quelle cosi' sostanziali?

Io temo che la notizia vada letta in quest'altro modo: non e' piu' tempo per il free. D'altra parte e' sotto gli occhi di tutti che l'economia del mondo occidentale e' in declino, le vacche dimagriscono a vista d'occhio, ne' si vede all'orizzonte una ripresa sostanziale. Tra l'altro proprio le speculazioni finanziarie (che sono state le principali colonne della new economy) sono ora sotto il ferreo controllo delle authority (quelle obamiane intendo). Forse sara' bene che incominciamo ad abituarci che tutto quel ben di dio che ci eravamo abituati ad avere gratis (perche' altri settori dell'economia se ne facevano carico), dovremo pagarlo. E speriamo che nella prospettiva globale, e con la diffusione di internet che intanto abbiamo raggiunto, e col fatto che l'advertising sul web tiene ancora botta, si tratti tutto sommato di un pugno di dollari al mese.