domenica 11 novembre 2007

Cos'e' OpenSocial ?


Da qualche anno si sta diffondendo un nuovo modo di sviluppare servizi sul web che ha l'obiettivo di renderli modulari, aderenti a standard, e quindi facilmente componibili ed eventualmente sostituibili (interoperabili). Si parla di Service Oriented Architecture (SOA).
Questa architettura prevede che i dati siano separati dalle applicazioni, e le applicazioni (agenti) rispondano alle interazioni esterne attraverso interfacce standard, e in particolare le interfacce devono essere in grado di riconoscere comandi di tipo descrittivo, e non istruttivo (il comando deve cioe' dire solo cosa fare e non come farlo).
Cosi' le stesse azioni possono essere richieste nello stesso modo, a qualunque agente (applicazione), che quindi risulta facilmente sostituibile.
OpenSocial e' un primo passo nella definizione di servizi di social network aderenti a questo approccio.
Tra i social network che aderiranno a questo standard (e quindi saranno in grado di interagire sulla base del protocollo OpenSocial) si potranno quindi estrarre e inserire (oltre ai contenuti pubblicati che gia' oggi si maneggiano via feed rss) anche liste di utenti sottoscrittori e liste di oggetti a cui gli utenti hanno sottoscritto.
Si dovrebbe arrivare ad un punto in cui si possa prendere, ad esempio e solo se le applicazioni aderiscono allo standard, da Anobii la gestione degli scaffali, da Twitter la gestione dei twit, da Delicious la gestione dei bookmark e da Flickr la gestione delle foto, da Facebook qualche divertente test di compatibilita' dei profili, e realizzare un unico socialnetwork che permette agli iscritti ad un gruppo di Anobii di twittare e raccogliere link e foto, e verificare la propria "vicinanza" (di lettori) con qualche test sulla personalita'.

sabato 10 novembre 2007

L'era della pubblicita' al tramonto

Dave Winer, particolarmente critico su Google e Facebook, profettizza il loro declino insieme all'era della pubblicita':

Long-term, however they both have problems because advertising is on its way to being obsolete. Facebook is just another step along the path. Advertising will get more and more targeted until it disappears, because perfectly targeted advertising is just information. And that's good!

Una pubblicita' sempre piu' targetizzata, dice, diventa semplicemente informazione.

Web2.0: who is the paying customer ?

Discussing about Facebook strategy, a question rises: In the web2.0, who is the paying customer ?

If only companies are available to give money for visibility, every business model will be a new version of the same advertising sale revenue stream, in spite of the disruptive innovation of the underlying web2.0 techno-social application.

There's somebody interested in paying for advanced services, so also the "basic for free, advanced for fee" schema is viable. But
- those people seem to be not so many
- there's a roof limiting that profit space: people love (and need) *simplicity*
- services are/are going to be available "open"

And what about people who whishes to make a donation ? RadioHead are testing a sort of this gift economy, but we know that opensource firms and professionals are not living by this. We know also, historically speaking, gift economy is "reciprocal" and consequently used between "peers".

Are we really surprised if Facebook is planning to make profit on its magic numbers selling adv again ? Have we to appreciate the new in how adv will be sold, more ?

Sempre di vendita di pubblicita' si tratta...

Mario mi chiede una strategia "giusta" per facebook. Se la sapessi..., comunque rispondo cosi'.

Ogni volta che vedo questi nuovi modelli di business (web2.0, opensource, ...) che ritornano al vecchio schema "raccolgo traffico, vendo traffico" mi cadono un po' le braccia.

Oltre a questo, certamente considero un boomerang lo schema "raccolgo dati degli utenti, e poi li vendo". Ma all'ultimo Web 2.0 Summit in San Francisco, il CEO di FB ha annunciato pero' che ci sara' un cambio di rotta verso la portabilita' dei dati degli utenti, e che i dati venduti agli advertisers sono spersonalizzati.

Anche se FB avesse scelto l'altro schema "fornisco servizio base free, vendo servizio avanzato", non sarebbe stato molto originale. Almeno questo secondo schema, per FB, sarebbe stato piu' naturale vista l'idea di fondo che sta sotto, veramente innovativa: "rendo facile agli altri creare servizi".

La soluzione avrebbe quindi potuto essere "strumenti base gratis per creare servizi, strumenti avanzati a pagamento". Pensa cosa sarebbe un FB "open", molto piu' personalizzabile, in cui si paga solo per qualche giochino speciale o per qualche assistenza nello sviluppo ?

Ma e' anche vero, che su questa strada OpenSocial e' partito piu' correttamente, anche se in ritardo, e pur procedendo lentamente andra' sicuramente piu' lontano. Ne' FB puo' farci piu' nulla: OpenSocial ha mosso, scacco matto in 2 anni.

Sara' un caso che FB ha annunciato la sua strategia basata sull'advertising, in coincidenza col lancio di OpenSocial ?

In ogni caso, la strategia di FB dev'essere valutata con maggiore attenzione, come qui, visto che punta a trasformare gli utenti in marketer.

Dalle scelte di Facebook, traggo comunque due conferme:
1) il mondo e' cambiato, e nel web2.0 soprattutto, maggiore rispetto per gli utenti/prospect e' ormai legge
2) definire la strategia e' ormai un processo continuo

Forse la domanda corretta e': nel web2.0 chi e' il cliente pagante ? Se ci sono solo le aziende disposte a pagare per la loro visibilita', sempre di vendita di pubblicita' si tratta...

martedì 6 novembre 2007

Romania e Bulgaria in Europa: comunitari o extra ?

Per una discussione su Anobii ho raccolto queste informazioni:

1) la moratoria UE (non e' un'invenzione italiana) permette agli Stati membri di rimandare per qualche anno (2, ma fino a 7) la libera circolazione dei cittadini comunitari nei confini dell'Europa Unita (trattato di Shengen), relativamente ad alcuni stati nuovi membri, per ragioni di equilibrio sociale ed economico. Se applicata, si applicano "decreti flussi" come per gli extracomunitari

2) in virtu' del trattato di Shengen, i cittadini comunitari possono entrare in Italia, cosi' come in qualunque altro stato, senza alcun visto, essendo solo tenuti ad esibire la carta di identita' quando richiesta, per un soggiorno massimo di 3 mesi. Qualora si intende soggiornare per piu' di 3 mesi e' necessario fare domanda di una "carta di soggiorno" alla Questura indicando le ragioni (lavoro autonomo, studio, ...), che vale 5 anni, ma il mancato possesso non e' sanzionato

3) la moratoria e' stata adottata da diversi stati membri gia' prima del 2007 (anno in cui sono entrate Romania e Bulgaria), e tra questi dall'Italia, per iniziativa del governo Berlusconi

4) alla data del 1/1/2007, in cui Romania e Bulgaria sono entrate in Europa, il governo Prodi ha deciso per il mantenimento della moratoria, ma trasformandola da "piena" a derogabile: non si applica quindi a cittadini romeni e bulgari che richiedono la carta di soggiorno per motivi di lavoro "autonomo, dirigenziale e altamente qualificato, agricolo e turistico-alberghiero, domestico e di assistenza alla persona, edilizio e metalmeccanico, stagionale". Di fatto la moratoria e' stata abrogata.

http://www.aduc.it/dyn/immigrazione/arti.php?id=161157
http://www.volontariperlosviluppo.it/2007/2007_3/07_3_05.htm
http://www.amdplanet.it/forum/vie wtopic.php?t=30576
http://www.lomb.cgil.it/welfare/i mmigrazione/...

--- Romania e Bulgaria ---

non ho potuto fare a meno di chiedermi perche' oggi c'e' un'emergenza Rumeni e non un'emergenza Bulgari ?

Forse perche' i primi sono piu' dei secondi ? Non piu' di tanto:
Romania: 22 milioni ab. (99 ab/mq)
Bulgaria : 8 milioni ab. (69 ab/mq)

Forse perche' in Bulgaria stanno meglio che in Romania ? No, anzi.
Romania: crescita 7%, stipendio medio 270 Euro
Bulgaria: crescita 6,6%, stipendio medio 170 Euro

Forse perche' alla Romania sono stati destinati meno aiuti che alla Bulgaria, in vista dell'ingresso in Europa ? No, anzi.
Romania: 31 miliardi di euro (1400 euro/ab)
Bulgaria : 6,6 miliardi di euro (800 euro/ab)

L'unica differenza evidente, anzi sorprendente, e' che in Bulgaria esiste una grave emergenza demografica: nel 2003 la popolazione e' ritornata ai valori del 1961, dopo essere calata negli ultimi 20 anni con un rapidita' maggiore di quella con cui era cresciuta nei 20 anni precedenti.

Ci saranno anche altre differenze (maggiore o minore apertura delle politiche locali, efficienza del sistema giudiziario, presenza di organizzazioni criminali, ...), ma per la Bulgaria si parla molto di "invertire il flusso migratorio"

http://it.wikipedia.org/wiki/romania
http://it.wikipedia.org/wiki/bulgaria


lunedì 5 novembre 2007


Brain 2 Brain: Il cluster digitale delle idee e dell'innovazione culturale.

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venerdì 2 novembre 2007

Economia 2.0: ne' scambio, ne' dono ?

Interessanti riflessioni di Vladi Finotto (First Draft) sul primo esempio italiano (pare) di Osteria senza oste.

Innanzi tutto il fatto: a Santo Stefano di Valdobbiandene (Treviso), patria del cartizze e del prosecco, si trova un eremo collinare dal quale si possono ammirare vigneti e dolci vallate dal verde riposante. Ma soprattutto e' attrezzato di tutto punto per appetitosi spuntini da consumarsi in solitaria o meglio con parenti, ospiti e amici o in gruppo. Si tratta di salumi, formaggi e vini, di produzione locale e pure di ottima qualita'. L’offerta per ciò che si e' gustato e' lasciata all'onesta' degli avventori, esiste solo un prezzo "consigliato" ma nessun controllo, e il denaro viene depositato in una cassetta sul tavolo della cucina. L'oste (i proprietari, i fratelli De Stefani) non c'e': passa fuori orario a rassettare e rimpinguare le scorte alimentari. E a raccogliere le offerte, che sembrano piu' che adeguate: i De Stefani e i viandanti (per lo piu' turisti) sono tutti soddisfatti, e il passaparola accresce il successo dell'iniziativa.

Mentre sarebbe naturale ricondurre questo esempio all'economia del dono, Vladi sostiene che cosi' non e', perche' il valore che viene corrisposto all'oste e' anche maggiore del valore di break even (quello a cui si pareggiano i costi). E cosi' risulta anche per i RadioHeads, a cui sono stati pagati mediamente 5 dollari contro un break even a 2 dollari circa. Quindi si tratta ancora di economia di mercato, dice Vladi.

Un'obiezione da parte mia.

L' "economia del dono" e' basata sul valore d’uso degli oggetti e delle azioni, come si legge su Wikipedia, cioe' il valore dal solo punto di vista di chi li utilizzera'. Ora questo e' esattamente quello che succede in quell'osteria: il valore d'uso corrisposto per il prosciutto risulta certamente legato alla fame, ma anche alla possibilita' di gustare insieme il prosciutto e il paesaggio, e la comodita' dell'osteria, e i sapori di una volta e la genuita' dei prodotti, e probabilmente anche alla possibilita' di vivere un'emozione insolita (l'offerta libera). E la stessa cosa avviene probabilmente per la musica dei RadioHeads. Non un valore contrattato col venditore, dunque, ma un valore spontaneamente riconosciuto dal consumatore, secondo solo i suoi criteri. Dunque non e' economia di mercato e assomiglia piu' all'economia del dono.

Quello che effettivamente non costituisce differenza tra l'economia del dono e l'economia di mercato e' che il valore del bene in oggetto e' comprensivo delle percezioni ed emozioni del consumatore (valori aggiunti). Questo puo' trarre in inganno. Anche nell'economia del dono il ritorno economico puo' essere vantaggioso, se l'utilizzatore riconosce il valore aggiunto.

D'altra parte l'economia del dono, proprio perche' non tiene conto di chi cede, richiede che sia praticata solo tra "pari" (donatori e beneficiati hanno le stesse disponibilita'), e in generale in presenza di una certa abbondanza del bene, come infatti succedeva nelle popolazioni dove era in uso (vedi il caso del Potlatch tra i nativi americani qualche secolo fa). Anzi nell'esperienza del dono, anche nella nostra cultura, il bene donato potrebbe essere superfluo e in alcuni casi distrutto (o riciclato). Infatti il ritorno economico non avviene in coincidenza del dono, ma semmai in un'occasione diversa in cui il ruolo di donatore viene assunto dall'altra parte.

L'economia del dono (ma pare che non ci sia un modello unico) e' quindi un'economia di "mantenimento" e di equa distribuzione in una societa' "chiusa". Non e' basata sul "bisogno" e sulla necessita' di rivolgersi ad altri per approvvigionarsi secondo le proprie necessita'. E' basata piuttosto su una serie di compensazioni che permettono il mantenimento di un equilibrio economico e sociale. Attraverso una sequenza di eventi (rituali tra i nativi americani, e piu' informali nei paesi occidentali), in cui i membri di una comunita' cedono a turno agli altri (e chi piu' ha piu' cede), ciascuno trova il modo di superare momenti di difficolta' e nessuno interpreta la propria abbondanza in modo egositico.


L'oste di Valdobbiadene e i RadioHeads non si sono rivolti a "pari", bensi' a persone sconosciute e potenzialmente abituate ad una diversa scala di valori. Ne' d'altra parte si sono accontentati di un dono futuro in cambio: l'oste ha indicato il prezzo che si attendeva che venisse pagato, e in ogni caso un pagamento e' avvenuto quasi sempre nell'occasione della consumazione. Non si tratta certo di un caso di distribuzione all'interno di una comunita' chiusa.

Tra l'altro non sono da confondere nemmeno con quei casi di contenuti e servizi offerti sul web con l'invito non vincolante a "donare". In quei casi avviene uno scambio, spesso nell'inconsapevolezza di chi riceve: chi dona ottiene traffico e visibilita' e anche dati, che poi convertira' in moneta attraverso forme di pubblicita', vendita di servizi avanzati, o elaborando/rivendendo i dati raccolti. Li' il valore corrisposto non e' certo a discrezione di chi riceve.

Tutti questi esempi, l'oste di Valdobbiadene (tutto offline) e i Radioheads (tutto web2.0) e i web services e il software opensource, pur differenti tra loro, hanno in comune il fatto di non essere ne' un esempio di "economia di mercato" ne' di "economia del dono". Sono qualcosa su cui e' utile riflettere con grande attenzione, e senza negare sbrigativamente il carattere innovativo, forse rivoluzionario.